— Ma... non ne avrei bisogno.

Scure lo guardava fisso.

— Ebbene, dammi da mangiare.

E il cappoccia era costretto ad accettarlo.

— Prendi la vanga e vieni.

Andavano pe’ campi, egli stava senza nulla dire il giorno intero, verso sera gettava la vanga e partiva.

Lo temevano perchè era forte, audace e pronto. Il suo viso era ossuto ed arcigno, gli occhi piccoli e crudeli senza nessuna luce di bontà, stavan fortemente addentro sotto l’osso frontale, i capelli scomposti gli scendevano a teghe sul viso; se rideva era per odio o per un pensiero malvagio, la sua larga bocca si apriva allora smisuratamente e tutto il viso si raggrinziva in una smorfia orribile come di tormento e di crudeltà. Egli era come il messaggio della morte. Costantemente parea gli aleggiasse intorno qualcosa di sinistro, come l’ombra della morte; se le sue mani stringevano la falce, tutta la sua persona si animava nel terrore del simbolo.

Una volta falciò in un campo di lupinelle; era solo. Innanzi a sè stava la palude; il tramonto era vivo, animato da nubi violacee, come immense chiome scarmigliate attorcigliantesi. Dall’occaso giungeva un’alito caldo quasi di fornace, invero parea che la terra ardesse, che ai confini del cielo si fossero aperte voragini di distruzione. Una vertigine di luce. Scure era contro il cielo, la sua persona era come inconsistente, aveva atti larghi e lenti nel falciare le tenere erbe sotto a’ suoi piedi. La falce si alzava con bagliori e si abbassava con tenue stridore di denti. Mugolando qualcosa in gola, forse qualche bestemmia per il forzato lavoro, continuava l’opera sotto l’ombra del fuoco, insensibile e tetro. Udì poi un breve grido e rivolgendosi vide un bimbo fuggire, lo rincorse, la debole creatura si abbattè a’ suoi piedi in un pianto a larghi singhiozzi, come in convulsioni.

Scure disse:

— Dove vai?