Ora la Scure se lo giurò: — O tu mi leghi e mi condanni, od io ti vinco e t’uccido. — Innocenzo che lo trovò nella pineta più volte in agguato, fu con lui come con gli altri, di una severità mite e compiacente limitantesi a parole.
Scure avrebbe preferito la lotta, gli fu insoffribile quell’umiliazione ch’egli ritenne fanciullesca, e inoltre il non essere mai riuscito gli dette il dolore di una ferita continua; chè s’egli avesse avuto innanzi a sè una tigre avrebbe lottato corpo a corpo, con gioia ed ardore, ma si sentiva vile d’innanzi a Dio. Fin dove la sua forza materiale giungeva, fin ch’egli poteva dire: — Piegati; forzando con le ossute mani la materia, rimaneva nel suo campo di vittoria, nel suo impero. Ma se un uomo forte al par di lui, ed anche più, invece di gridare lanciandosi su lui col coltello, lo tratteneva con dolcezza, egli era come un gufo alla luce, disorientato, avvilito.
Nella sua piccola mente le parole d’Innocenzo risuonavano come uno scherno, come un’ingiuria, tanto che il suo pensiero fu di rendergli l’insulto. Ma egli avrebbe fatto più, la parola non era il suo trionfo.
E tanto meditò, che ebbe il piano concepito e tutto fu pronto all’attuazione della idea che stava fitta nel suo cervello come una seduzione di cosa vergine ed aspra ed avviluppante.
E si decise guardando alla morte come ad un’amante, con un sorriso tetro di libidine sulle labbra violacee e bestiali.
III.
Andò scegliendo fra cespi ove spuntavano presso l’ombra la sanguinaria e la quattrinella, se le compose in grembo.
I fiorelli si ammucchiavano, ella ne percepì il profumo appena sensibile.
Stette la notte sulle cose, Malusa non temeva il silenzio e la tenebra.
Per fruscii che strisciarono fra i cespugli; per foglie che si smossero tremando; per colpi, quasi passi vicini o allontanantesi in invisibili sentieri, non alzò il capo, nè figurò alcuna tema, andò aguzzando l’occhio, sempre curva per ben vedere, movendo passo a passo con lentezza.