Erano anni ch’ella così usava. Aveva raccolto tant’erba e fiori da farne montagne. La sanguinaria unita alla quattrinella avrebbe prodotto un utile filtro per le malie.

Andò borbottando qualcosa, parole sconnesse: fu come il mormorare dei pini al vento, come il passare di qualche corrente nascosta nell’ombra più cupa. Disse: — Innocenzo — e cantò piccole note intorno al nome ch’ella amava coprir di ghirlande. Intese l’anima sua, e qualche Dio che vide nell’oscurità. Parlò così, rivolta a terra, bestia che fiuta e raccoglie e par tutta compresa nell’opera della scelta.

Man mano si avanzò verso il folto, epperò sempre più diminuì la luce, chè in alto le rame si fecer più spesse e più s’intralciarono.

Talvolta parve che fosse trattenuta da qualche mano: i rovi le si aggrovigliavano alle vesti; li staccò paziente, senza fretta alcuna. Usò con dolce mano su qualsiasi stelo.

Il fruscìo che produsse fu come d’erba su erba; i suoi passi non si marcarono per stroppicii; parve invero una cosa vegetale, andò strisciando; i piedi scalzi non lasciarono orma. Seppe evitare i cespugli di ginepro, l’arbusto che arde più che resina e grida e piange sempre, sì in vita, come in morte, nella sua piccola forma selvaggia; si chinò più spesso al piede degli alti fusti, ove la sanguinaria cresceva.

Il suo canto era strano, breve e quasi inudibile; parve il lamentarsi di alcune fronde, lo stridore di qualche rovo a una minima brezza. Ella aveva perduta la dolce voce, la soavità dell’accento, la grazia della parola; tutto si era in lei rinchiuso, cosicchè ciò che non poteva esprimere, o male rivelava, era nel suo pensiero in visioni eccelse e singolari.

Seguì, ombra triste di miseria costretta all’orrore, una sua traccia invisibile a traverso i pini.

Usava rimaner la notte intera nel pineto: quando, alzando gli occhi, scorgeva qualche biancore come lane diffuse e trasparenti, riprendeva il sentiero verso la capanna sua.

Su’ suoi capelli s’infissero cadendo i piccoli aghi appassiti dei pini, parve nell’ombra che qualcosa d’oro, scintillasse sul suo capo. Eran trent’anni, forse più, che andava immancabilmente tutte le notti nella pineta.

Una lunga sequela di notti ininterrotte, un abitudine contratta, e quasi un imperioso dovere; le pareva che il tempo fosse lontano e indeterminato, ch’ella avesse visto altre generazioni, e fosse discesa da altri costumi.