Tanto proseguì finchè udì il mormorio del Serchio, un impercettibile suono, chè l’acque scorrevano lente e placide. Era il suo limite; si avviò per il ritorno, ma non prese il cammino risolutamente, bensì continuando il lavoro, rifece la via.

Una volta alzò il capo: lontano sì, ma inusitato, le giunse un suono come di parole; non erano scalpiccii di cavalli, in quel lato della pineta di solito non ve n’erano, non era crocidar di corvo; aguzzò l’udito ponendo la mano stesa presso all’orecchio, e ristette vicino ad un cespuglio di ginepro.

Ma il suono fu breve, nè altra eco le giunse. Malusa aggrottò le ciglia e si ricurvò a cercare.

Non più borbottò fra i denti la sua canzone singolare, composta di note aspre, ora si tacque e pensò.

Qualcuno doveva esservi nella pineta, Innocenzo no, certo; a quell’ora dormiva, il buon vecchio. Chi adunque?

Di sanguinaria e di quattrinella ne aveva a sufficienza, sicchè lasciò di raccorne e lentamente si diresse alla sorgente del suono. L’orecchio suo non era atto ad ingannarsi, sapeva tutte le voci della pineta, come la prima preghiera dell’infanzia. Qualcosa d’inusitato avveniva.

Gli occhi le scintillarono e si acuirono, ma oltre pochi metri non era possibile vedere; qualche volta le parve scorgere lontanissimamente un bagliore rossastro di una piccola face, curvò il capo e la persona si protese: era forse un’illusione? Fra qualche interstizio, come al di là della pineta, scintillò ancora. Qualcuno andò verso lei, chè la luce si fece più chiara e vicina.

Ristette un poco e riudì un rumore sordo di parole.

Poi si curvò ad un tratto: l’inganno delle tenebre, le aveva fatto sembrar molto più lontano il fioco lume. Ora vedeva due uomini avanzare.

Per la breve luce gli parvero giganti.