[(13)] Tutte le dimostrazioni con le quali si sforzano i Rabbini di provarci che la primitiva Religione si è per lungo tempo conservata nella posterità di Jacob, anche fra le catene egiziane, non formeranno mai un indizio, se non positivo almeno verosimile, idoneo a convincerci, che durante la lunga cattività di questo popolo in Egitto potess'egli esercitare a rigore il culto già introdotto e praticato da' primi suoi Padri, e ciò è tanto improbabile, quanto che non solo apparisce dalla stessa Scrittura che molti anni avanti, Giuseppe avea già adottate presso che tutte le massime superstiziose dell'Egitto, facendo mangiare i Suoi fratelli, all'epoca della sua recognizione co' medesimi, in altra mensa fuori che nella sua, e parlando loro col mezzo dell'interprete (benchè v'ha chi sostiene che ciò facesse, per non palesarsi ad essi intelligente dell'ebraico idioma, che gli Egizj ignoravano). Siccome era l'uso degli Egizj, i quali aveano in orrore tutti quelli che non appartenevano alla loro nazione, e si reputavano immondi mangiando seco loro; ma non ritrovasi altresì fatto nella medesima Scrittura cenno, di sorte alcuna, che ne' 4. e più secoli di schiavitù a cui soggiacquero gli ebrei nell'estensione degli stati Egiziani, mantenessero ancora intatto, non solo il rito importante della Circoncisione, ma nè pure le antiche instituzioni di natura che, come osservammo, si credono conosciute, e praticate da Noè, e da tutti i suoi contemporanei, non meno che degli altri Patriarchi dell'Israelismo che ne vennero appresso.

[(14)] Non essendo mio scopo di farmi quì rapportatore di tutto ciò che avvenne e questo popolo negli spazj intermediari decorsi, fra la sua cattività, e la sua liberazione, e degl'incontri, e delle querele ch'esso ebbe durante la sua lunga dimora nel deserto con altre simili popolazioni che gli contendevano il paesaggio, fino alla definitiva occupazione della terra promessa, ed alle fausta promulgazione della Legge scritta: io passo rapidamente sopra tutti questi aneddoti, e solo mi arresto di proposito all'ultima, perchè forma onninamente il soggetto unico, e principale di tutte le ricerche, e gli assunti racchiusi nella progressione successiva di quest'Opera.

[(15)] Chiunque versato nella mitologia della prisca età del mondo può ad evidenza conoscere come gli antichi Arabi furono gli inventori di molte favole, e bizzarre allegorie le quali, nella progressione de' tempi, acquistarono voga presso una gran parte degli antichi popoli della terra. Fra le innumerabili altre che quelli hanno immaginato, può annoverarsi l'Istoria dell'antico Bacco, che supponevano molto anteriore al tempo in cui gli ebrei fissano l'esistenza di Mosè. Questo Bacco dunque, nato nell'Arabia, avea scritte lo sue leggi sopra due tavole di pietra; si chiamò Misem, gli Arabi lo dicono salvato dalle acque, e tale è la genuina significazione egiziaca di questo nome; esso avea una bacchetta colla quale operava delle gesta sorprendenti; questa verga si trasformava in serpente quando ei volea; raccontano parimente che questo Misem passò il mare rosso a piede asciutto alla testa della sua armata, esso divise le acque dell'Oronte, e dell'Idaspe, e le sospese a diritta, ed a sinistra; una colonna di fuoco rischiarava i passi della di lui armata durante la notte. Questa favola era si antica che molti Scrittori de' primi secoli del cristianesimo supposero che questo Misem, questo Bacco fosse Noè. Or può egli mai ritrovarsi una rassomiglianza più prossima di quella che si scorge tra Bacco, e Mosè, fra le gesta, le circostanze, e il nome del falso Dio Egizio, e i portenti, le operazioni, e il nome stesso del Legislatore ebreo? Io non oso approfondire di soverchio tale odibile confronto; lascio a' filosofi perspicaci, a' mitologici, ed agl'intelligenti le indagini più vaste, e più analitiche di un assunto sì arduo, e stravagante, e abbandonando gli increduli in preda al loro delirio, io preferirò sempre frattanto un eccelso Ministro del Dio di verità a quelli che non lo sono che dell'errore e della menzogna.

[(16)] Fossero quì terminati almeno gli essenziali doveri dell'ebreo, il compimento non ne riuscirebbe sì malagevole ad eseguirsi, massimo oggi che la situazione di questo popolo cotanto differente essendo da quella in cui era a' tempi di Mosè (come a luogo più opportuno mi farò a dimostrarlo) egli si troverebbe dispensato dall'osservanza delle nove decime parti almeno di simili Precetti: ma e quale vantaggio di vedersi da una parte attualmente alleggerito di una affluente quantità di pratiche e cerimonie, s'egli trovasi dall'altra eccessivamente aggravato di altrettante che gl'imposero le glose, le parafrasi, e i commenti? (Ved. la [Nota 21.] susseguente) Io rifletto che non avea in questa parte tutto il torto S. Pietro allorchè dicea; che il giogo della Legge era sì opprimente (e notisi che a' tempi di Pietro nè la Misnà, nè il Talmud erano tuttavia comparsi al giorno) che nè quelli della sua età, nè i loro progenitori avevano potuto sostenerlo: Nunc ergo quid tentatis Deum imponere jugum super cervicem discipulorum quod neque patris nostri, necque nos portare potuimus, Act. ch. 15. v. 10.

[(17)] I Rabbini attribuiscono a questo numero un allusione assai curiosa, secondo il solito a praticarsi da' medesimi; essi dunque pretendono che il corpo umano comprenda altrettante parti differenti quanta è la somma de' precetti che Mosè avea prescritti. I 248. affermativi rapportansi alla somma equabile de' membri esistenti nel corpo dell'uomo; ed i 365. negativi corrispondono al numero de' nervi che nelle varie sue parti esso contiene. Io me ne rapporto agli anatomici, a' quali solo appartiene il decidere, con piena cognizione di causa, se questo calcolo è per se medesimo esatto.