[(18)] Tra le tante male fondate ragioni sulle quali varj critici increduli pretendono appoggiare le obiezioni che oppongono contro l'opinione ricevuta generalmente che Dio abbia parlato in ebraico a Mosè, e che questi si servisse del medesimo idioma per esternarsi al Popolo, la prima si è che Mosè venendo dell'Egitto donde avea tratti i suoi natali, dove succhiò il primo latte, ed in cui ebbe le prima educazione, instruito ne' principj, e nella cultura degli Egiziani, è molto verosimile ch'egli non dovesse parlare altra lingua fuori di quella usata in que' tempi sotto il suo Cielo natalizio, nel modo appunto che Filone lo rimarca nella Vita, e le gesta di Mosè; dal che inferiscono in ultimo, che nel tempo della promulgazione del Pentateuco, gli ebrei non essendo tutta via entrati nel paese di Canaan, nè avendo fatto ancora una pratica consumata, e sufficiente della lingua ebraica, essi non potevano in veruna maniera pervenire e capirla, e che per conseguenza quel codice scritto nel Deserto non potea esserlo che nell'Egizio dialetto, giacchè Dio, aggiungono essi arditamente, non avrebbe, per certo, comunicata la sua Legge in una lingua che riconosceva intelligibile affatto per quelli a' quali era una sì eccelsa legge conferita, e che più aveano duopo di capirla.
Queste, ed altre sì fatte opposizioni ci lanciano con fierezza i miscredenti, ad oggetto di rovesciare delle fondamenta quanto le sacre pagine appariscono garantirci, e per ismentire, senza ragione, e senza base, ciò che il suffragio univoco delle Nazioni autorizza, e conferma; noi, per altro, lasciandogli miseramente in balìa del loro fluttuante, quanto stolido scetticismo, ci permetteremo soltanto di osservare essere molto probabile, che il Pentateuco scritto da Mosè in origine ebraico, fosse tradotto in seguito nella lingua della Palestina, che altro in fatti non era, che un mero derivato del Siriaco idioma; poscia in Caldeo, in Greco, ed in Latino, e lungo tempo dopo anche in antico Gotico dialetto; in tale maniera lo pensarono parimente varj celebri Scrittori dei secoli a noi più recenti.
CAPITOLO IV.
Come tali Precetti dovrebbero essere oggi ridotti alla decima parte, mentre le 9 restanti, si dimostrano, o inopportune, attesa la cessazione dell'osservanza; od inutili, perchè variamente ripetuti; od incompatibili colle Leggi alle quali è il Popolo d'Israel attualmente subordinato.
Già noi fino al presente dimostrammo esistere sulla terra un tempo immemorabile in cui l'esercizio della Religione de' primi abitatori dell'universo, meno fastoso, più interno, meno apparente, rendeva il loro culto più esimio, più semplice, più terso, in cui i loro intimi sentimenti più liberi essendo, più chiari, e più integerrimi di ciò che lo furono, ad un tale riguardo, quelli delle progenie discendenti, non facevano ad essi considerare la Religione come un fardello eccessivamente aggravante, o insopportabile, mentre quelli tutta consistere la facevano in un ristretto numero di virtuose azioni esterne, sempre uniformi, nè soggette erano giammai ad alterarsi; convinti d'altronde fermamente che il vero culto più accetto alla Divinità, e più conferente all'Eterna salute dell'anima è soltanto quello che ha per base la virtù, che ha per sede il cuore, calcolando tutto il resto come affatto chimerico, ed accessorio, ridicolo per se stesso, pernicioso il più delle volte alla specie dell'uomo, e sempre degradante alla sua propria condizione. O tempi di felicità, e di innocenza! sareste forse voi un illusorio fantasma, parto della feconda immaginazione de' Vati? E se tali non siete, perchè mai sì fugace, ed instantaneo fu il soggiorno vostro fra i mortali? Pur troppo voi spariste allo sguardo peribile di essi, come dissipa l'Atmosfera un fummifero vapore. Ah! sono essi già esistiti que' giorni venturati per gli esseri umani, i quali alieni onninamente dalle pratiche bizzarre, e dalle futili apparenze di simulata pietà, non avevano soffocati ancora i primi germi salutari di un incontaminato culto che edifica il cuore, per abbandonarsi ciecamente alle mostruose chimere che degradano lo spirito; non vedeasi allora l'accessorio tenere le veci di principale, nè miravasi mai come fra noi confondere l'illusione col buon senso, e la Religione diventare l'oggetto speculativo del più scaltro [(19)]; non erano già i Tempj di que' sani credenti empiuti come quelli de' moderni di larve, o simulacri, nè ingombri gli altari di porfidi, di ebani, di gemme, o di squisiti metalli; nè i suoli coperti di sontuosi tappeti; non erano già dico tali arredi fastosi quelli che attraevano l'intuito religioso de' primi adoratori del Dio dell'universo; un sasso informe serviva loro di altare, ed un erema foresta era il sacro venerabile tempio in cui penetrati da un integro Divino amore, si adunavano i primi Padri della specie umana per implorare grazie dall'autore della Natura, e con illeso puro culto estollerne le glorie, propalarne i portenti, riconoscerlo, e adorarlo [(20)].
Non può certamente dubitarsi con ragione che tale in ogni senso non fosse il pretto genuino carattere della primitiva Religione, conosciuta, e praticata dalle remote società umane che cominciarono a popolare le terracquee regioni; ma siccome l'incostanza è l'appannaggio positivo, ed omogeneo di tutte le associazioni umane, e quindi ciò che da questo procede, regolarmente nella progressione de' tempi, o si corrompe, o degenera, o si altera, così appunto questo salutare primitivo stabilimento ha dovuto esso pure soggiacere alle infauste vicissitudini medesime di tanti altri, condannati a sobire la fatale sorte istessa. Chi inclinasse a fare un ristretto analisi delle Religioni che or conosciamo, sormontando col pensiero fino al primo loro nascimento, e discendendo in seguito all'epoca della propalazione delle medesime, quale mostruoso confronto non vedrebbe mai risultarne onde convincersi delle verità innegabili da noi fin quì esposte? Abbandonando le altre che ci sono indifferenti, solo arrestiamoci un breve istante sulla Religione d'Israel che ci riguarda. La Credenza degli antediluviani non era già il culto di Abramo, nel modo che la Religione conosciuta, e professata da' Patriarchi, era bene differente da quella che Mosè ordinò al Popolo ebreo nel Deserto, appena liberati dall'Egitto; e la Religione di questo è troppo lontana dall'essere quella che mirasi oggi esercitare dall'ebreismo di nostre età; sette soli precetti costituivano l'intera credenza di Hanoh, di Noè, di Shem, quali Precetti, sebbene si trovino fare parte de' 613 prescritti da Mosè nel Pentateuco, i Commentatori, non ostante, sembra che ne facciano separata menzione, denominandoli Precetti Noakiti (come già osservammo più estesamente altrove) vale a dire, di Noè, attesa l'analogìa prossima che riconoscevasi fra questi, e le leggi stesse della natura. Un solo precetto, cioè la circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita, venne aggiunto alla Religione che professarono Abramo, Isaak, Jacob, e la legge di grazia che Dio comunicò a Mosè sul grande Horeb, ne fece accrescere il numero fino a 613, diversamente classificati, nel modo che frappoco noi entriamo a dimostrarlo, senza calcolare forse altrettanti che le immense tradizioni delle quali è la medesima aggravata, ingiungono all'ebreo di osservare scrupolosamente, e di cui mi riserbo a ragionare di proposito altrove [(21)].
Ma sono essi questi nuovi credenti divenuti per ciò più religiosi, più saggi? Mi si produca di grazia, uno solo fra tutti gli osservanti la nuova legge (se si eccettua Mosè per l'onore di sua missione, per l'eccelso carattere che sosteneva, e pe' favori Divini de' quali era colmato) che possa dirsi, con giustizia, più integro di Hanoh, che non soggiacque alla morte naturale, ma che fu tratto da Dio stesso fra gli esseri viventi [(A)]; uno più giusto di Noè cui Dio preferì a tutto il genere umano liberando esso, e tutto ciò che gli apparteneva, dall'orrido flagello del Diluvio universale [(22)] che unitamente alla terra sommerse tutti i suoi abitatori [(A)]? Chi più retto di Schem, che la Genesi denomina come uomo singolare fra i suoi simili [(B)]? Chi finalmente può con diritto maggiore vantare fra tutti quelli una Religione più chiara, un culto più semplice, più vero, più elevato di quello che la Scrittura ci accenna professato da' tre primi Patriarchi, i quali Dio volle per tante volte parzialmente distinguere suoi amici favoriti, e prediletti? Dal che può giustamente inferirsi non essere già il numero affluente di usi, di precetti, o di cerimonie quello che l'Essere Supremo esige dagli enti ragionevoli; nè la somma onerosa di pratiche, di doveri, e di prescrizioni sarà giammai una solida base, od una prova dimostrata della sana Religione dell'uomo, nè il deposito fondamentale del retto culto, che la terrigena creatura dee prestare al suo Eterno Creatore. Ben lontano da ciò, dimostrasi, al contrario, che la Religione tanto è più semplice, e meno complicata, tanto, e più facilmente porta seco, a indelebili caratteri, l'augusta impronta di verità, e tanto meno rincrescevole ne riesce l'osservanza; tale fu la mente irrefragabile di un Dio, prescindendo degli espliciti differenti esempi testè da noi riportati, che ne formano la prova certa, e convincente [(23)].
Il legislatore Mosè dunque, allorchè nel suo Pentateuco impose al Popolo ebreo de' suoi tempi l'osservanza di 613 Precetti, non intese certamente che questi dovessero essere intatto mantenuti complessivamente dal Popolo ebreo de' nostri secoli, di cui le circostanze, la destinazione, i costumi, la società, e i doveri sono affatto cotanto differenti da quelli ne' quali si trovavano gli antichi fautori di tale credenza; ciò che l'antiveggente Mosè non potea di proposito ignorare. Or siccome un esteso dettaglio di tutti gli accennati precetti sarebbe quello solo opera di un immenso volume, lo che distraendomi alquanto dalla serie complicata delle moltiplici altre materie importanti che quì mi accinsi di trattare, mi renderebbe di soverchio prolisso; così affine di non perdere di vista un soggetto che più di ogni altro dee interessare le nostre cure, e fare con evidenza più sensibile discernere che l'abrogazione delle nove decime parti di essi, proposta da noi come ovvia, e necessaria non è dettata che delle imponenti vicissitudini odierne di questo Popolo, noi divideremo tutti gl'indicati precetti in 3 classi; due delle quali essendo state fondatamente riconosciute da noi, od inutili, o insussistenti, non saranno che rapidamente accennate in complesso, ad oggetto di rendere con solidità maggiore dimostrato che tali sono in fatti tutti que' precetti che le racchiudono: quelli poi che compresi abbiamo nell'ultima classe, supponendo che dovrebbero essenzialmente constituire, secondo il fissato nostro sistema, la inconcussa Religione de' veri professanti la credenza di Mosè; tali precetti, dico, saranno tutti da noi riportati in dettaglio, astrazione fatta di un certo dato numero comandato replicatamente dal medesimo; e che nella guisa che noi entriamo ad osservarlo con ogni esattezza possibile, altro non vogliono inferire, che la cosa medesima riportata sotto varie, e in apparenza differenti prescrizioni.
Entrando quindi all'esame de' precetti che abbiamo disegnato appartenere all'ordine delle prima classe, questi ritroviamo ascendere in tutto al numero di 237 sparsi or quà, or là nel Pentateuco, secondo l'opportunità, l'epoca, il bisogno; cioè, 110 affermativi, o prescriventi dovere di esecuzione, e 127 negativi, o portanti divieto di esecuzione, i quali tutti avendo per iscopo o le oblazioni de' Sacerdoti, o l'abbigliamento di costume di essi, o la costituzione del tempio, degli altari, o l'acquisto, il trattamento, e la liberazione degli schiavi, o il voto di Nazzareismo o l'anno Sabbatico, e il giubileo, ovvero la distribuzione de' terreni da assegnarsi a' Leviti nell'estensione della terra promessa, e tanti altri simili oggetti del tutto indifferenti per il Popolo ebreo del nostro secolo, perchè più non esistono in verun modo, per esso lui; egli è dunque perciò che, come insussistenti, essi dovrebbero necessariamente cessare, ed è appunto per tale motivo che noi quì più non faremo di sorte alcuna ulteriore menzione.