[(27)] Supponendo che la creazione dell'universo avesse il suo primitivo cominciamento il giorno che noi chiamiamo Domenica, da questo decorrendo sette giorni, che tanti furono, secondo il primo capit. della Genesi, quelli che Dio ha impiegati in tutta l'opera immensa tratta dall'onnisciente suo consiglio, il giorno settimo fu contraddistinto col nome di שבת (sciabat) che significa Riposo. Quindi è che Mosè lo ha instituito come un giorno sacro dedicato perpetuamente al Creatore, ed un giorno di delizia, e di ricreazione: ma come gli ebrei Talmudisti lo abbiano in seguito alterato, colle infinite superstiziose cerimonie che vi aggiunsero, noi lo dimostreremo fra qualche breve momento, non essendo quì l'opportuna occasione di ragionarne.

[(28)] L'astinenza di certi animali per principio di Religione, non era già dogma particolare unicamente degli ebrei, i popoli attigui ne facevano lo stesso. I Sirj, e gli Egizj non mangiavano pesce, ed Erodoto (cap. 2.) assicura che per motivo di superstizione, se ne astenessero anche i Greci. I Tebani non si cibavano di montone, atteso che adornano Ammone sotto il simbolo di un becco, ma uccidevano le capre; altrove astenevansi delle capre, ed uccidevano il montone. I Sacerdoti dell'Egitto si astenevano de tutti que' cibi, siccome pure da tutte quelle bevande portate dalle estere città (Porphy. Abstin. 4); erano loro parimente vietate le bestie che hanno il piede di figura rotonda, ovvero in più dita partito, o che non hanno affatto corna, egualmente che degli uccelli di rapina; e durante l'intervallo delle loro purificazioni, astenevansi anche dagli ovi (Herod. Ibid.). Tutti gli Egizj reputavano immondo il porco, non già perchè non rumina, ma perchè desso è attaccato sovente da una specie di lepra dalla quale si ripete, secondo gli osservatori, la prima, e la sola cagione delle peste a cui è ora soggetto quasi tutto l'oriente, dove questi animali allignavano un tempo con un affluenza incalcolabile, e gli stessi Egizj portavano il loro scrupolo a tal segno che chiunque ne avesse toccato uno, anche per accidente, dovea tosto lavarsi tutto il corpo, e le vestimenta (Ibid.). Platone ancora fieramente inveisce contro quelli che si cibano, e nutriscono questo animale. Non avvi alcuno che ignori che attualmente pure, i Bracmani delle Indie, non mangiano, e non uccidono alcuna specie di animale, ed è cosa conosciuta che vivono in tal foggia da oltre venti secoli.

Da tutto l'esposto dunque chiaro apparisce, che le instituzioni di Mosè, concernenti le indicate astinenze non avevano niente di straordinario, ne di nuovo sulla terra; ma sembrami che quelle non tendessero propriamente che a ritenere il popolo entro i limiti della continenza, e vietando ad esso l'uso di certi cibi, si può arguire con qualche grado di certezza, non essersi Mosè prefisso altro disegno che la sua sanità, e i suoi costumi: esso vietò agli ebrei di mangiare sangue, come un cibo non solo assai difficile a digerire, ma in ogni senso ripugnante all'essere umano (vedi la seguente [Annot. 29]). La carne di porco, o di majale è ancora molto aggravante per lo stomaco, e di penosa digestione; lo stesso dicasi de' pesci che non hanno ala nè squama, la loro polpa regolarmente è oleosa, e grossa, e quindi oltremodo perniciosa al corpo umano. In tale maniera, per non più diffondermi di soverchio, si possono assegnare delle ragioni molto efficaci, della massima parte di simili divieti.

[(29)] Le stesse identiche regioni stabilite poc'anzi per l'astinenza di certi cibi si possono fondatamente assegnare (come osservammo) alla proibizione del sangue, e solo potrebbe quì aggiugnersi, che siccome da questo fluido è sostenuta, e alimentata l'esistenza di ogni vivente, così l'uomo facendosene il nutrimento potrebbe con fierezza maggiore, e meno ribrezzo incrudelire contro il proprio suo simile, nella guisa che l'ho chiaramente dimostrato in altro luogo, parlando delle carnificine che miransi fare ogni dì pubblicamente degli animali destinati per l'uso della mensa quotidiana dell'uomo (vedi l'Annot. 25 al tom. I. delle Notti Campest. pag. 80.)

[(30)] Questa è parimente una prescrizione di sanità, non meno dell'altra tendente al medesimo salutare disegno. La femmina imbrattata de' suoi corsi mestruali, essendo soggetta ad uno scolamento perenne di sangue viziato, come chiamano i medici, accoppiandosi ad un uomo in tale stato, in cui essa è più facilmente suscettibile di concezione, non solo pericolerebbe forse di generare una prole difettano viziata; ma ridurrebbe l'uomo pure ad acquistare frequenti malattie flogistiche, se si vuole avere riguardo alle varie discrasìe delle quali può essere affetto, e di cui ei perverrebbe dopo un lungo periodo di tempo, e con gran pena a liberarsi; le medesime ragioni si possono probabilmente assegnare al tempo de' lochii, o purgazioni alle quali è la puerpera soggetta dopo lo sgravamento del parto, lo che gli lascia una spossatezza tale che potrebbe cagionarle delle funeste conseguenze unendosi ad un uomo, sebbene il pericolo dalla parte di questo, per quanto asseriscono i medici, non sia tanto considerabile nè sì dannoso come nel primo caso.

[(31)] Era costume generalmente praticato da' Pagani dell'antichità, di incidere sopra a qualche parte del loro corpo le figure degl'idoli, e de' simulacri adorati da' medesimi, co' simbolici caratteri allusivi ch'essi vi applicavano. I cattolici romani de' nostri tempi hanno adottato questo abominevole costume, specialmente la parte idiota di questo popolo; barcajuoli, nautici, operai, facchini, ed altri di tal fatta, i quali colla punta di un ago immersa nell'inchiostro, che fanno con eccessivo spasimo penetrare entro la cute, o di un braccio, o di una mano, od anche del petto, imprimono qualunque immagine, o carattere che niun arte umana è giammai sufficiente a cancellare.