Non ignoro, d'altronde, quanto arduo, e malagevole assunto riescire dovrà per certuni quello di dovere abdicare in un momento quei moltiplici deplorabili errori succhiati alla mamella, che per un lungo periodo di anni furono loro fatti considerare come sacri, ed essere così astretti a sostituire in vece delle verità nuove a' vecchi assurdi. Ma e pure questo è in fatti l'unico sacrifizio, e il più importante, e decisivo della sorte dell'uomo, che l'eccelsa ragione, la società, e la natura esigono fermamente d'accordo dalla prosapia d'Israel, in contraccambio del mezzi efficaci, e salutari ch'esse gli porgono. Quindi una volta che la medesima si dedichi risolutamente di buon grado a proclamare la durabile rigenerazione del suo culto, de' suoi costumi, e della sua educazione morale, guidata da principj sì edificanti nel cuore, i mezzi sì avidamente ricercati gli si offriranno per essi medesimi alla mano senza la più tenue pena dalla sua parte; soggiugnendo però che il ritrovarli solo non basta; con ciò pressochè nulla avrebb'ella cooperato al di lei proprio solido giovamento; sopra d'ogni altra cosa urgente, e necessaria è duopo studiare accuratamente la difficile teoria di conservarli.
[(58)] Senza fermarci quì ad oppugnare una pratica sì perniciosa e sì comune, osserveremo soltanto che gli uomini, generalmente parlando, hanno all'eccesso aumentati i vocaboli che servono a marcare l'atto religioso, forse immaginando che la medesima idea espressa nelle loro preghiere con vari giri differenti, gli uni più sommessi degli altri, ed in ogni tempo seguitate da certe cerimonie ch'essi supponevano dover piacere a Dio, loro attirerebbe il suo alto soccorso di una maniera più affluente, più pronta, e più efficace. I Greci, ed i Romani attribuirono molta forza, e attività a certi vocaboli, ed a certe formule superstiziose che impiegavano essi nelle loro preghiere al segno di restare fermamente persuasi che mediante il favore di alcune parole, sostenute da varie cerimonie bizzarre, essi potevano astrignere la Divinità ad essere loro propizia. Egli è così che ogn'uno s'immagina di potere ampliamente ottenere dall'Essere Supremo ciò che domanda impiegando molti termini sinonimi accompagnati da varie attitudini diverse, e da clamorose preghiere, che formano la base prima, ed essenziale di presso che tutte le sette che conosciamo.
[(59)] Non ostante che gl'Israeliti sieno stati sempre obbligati di pregare Dio, non pare verosimile che allora quando essi offrivano i sacrifizj entro il loro antico Tempio venerabile, avessero duopo di usare di quelle tante interminabili preghiere fisse, e quotidiane che praticare si veggono da' moderni ebrei nelle loro proprie Sinagoghe. Ma essi, nulla di meno, sostenuti dal Profeta (Oss. Cap. 14 v. 3) adducono con intima convenzione ונשלמה פרים שפתינו (unscialemah parim sefatenu) Et reddemus vitulos labiorum nostrorum. Intendendo con tale frase di potere supplire oggi colle preghiere alla mancanza, ed alle totale cessazione de' loro antichi sacrifizj; ed eccone precisamente lo norma che quasi tutto il corpo dell'ebreismo ha conservata sopra un tale rapporto.
Siccome tutti i giorni offrivasi nel tempio di Gerusalemme due sacrifizj, cioè, l'uno la mattina, e l'altro la sera, gli ebrei Talmudisti hanno così stabilito di dovere recitare nelle loro Sinagoghe la preghiera delle mattina denominata תפילה (Teffilah) quella della sera che chiamasi מנחה (Minhah) che reputano equivalenti a que' due indicati sacrifizj oggi soppressi. Ma nella occasione del Sabato, e delle feste solenni, durante il corso dell'anno, oltre questi due sacrifizj quotidiani, aggiugnendosene altro nuovo, così gli ebrei in simile giorno aggiungono parimente altra nuova preghiera che appellasi מוסף (Mussaff) cioè, addizione. E altresì opportuno quì di rimarcare, che oltre le preghiere testè menzionate, che gli ebrei pretendono, d'accordo, come si disse, fare equivalere a' sacrifizj annunziati, essi hanno ancora la preghiera dell'entrare della notte, che stabilirono per ciò che restava del sacrifizio vespertino, e che chiamano ערבית (Ngharbith).
Ma se Dio avesse aggradite le parole in proferenza delle vittime, non lo avrebbe egli stesso fatto capire, nel modo appunto ch'esso fece chiaro per tante volte intendere di volere Olocausti, e non Preghiere in loro vece, o piuttosto, come chiaro si esprime il Profeta Isaia (Cap. 58 v. 6 e seq.) nè gli uni nè le altre, ma solo un puro, e retto cuore in loro luogo? E giacchè altrimenti si presume, non basterebbe egli forse una sola concisa preghiera in ciascun giorno?
[(60)] È ben vero che sotto gl'Imperatori Romani gli ebrei avevano l'amplia facoltà di giudicare pubblicamente secondo le Legge Mosaica tutte le cause che agitavansi fra di essi, ma per altro questo diritto, se vuolsi prestare fede ad Origene che vivea in que' tempi, non era già devoluto a' medesimi che per la mera procedura soltanto delle cause civili, giacchè le criminali erano di competenza del solo Tribunale Supremo di Roma (Ved. Orig. Epist. ad Rom. lib. 6 Cap. 1 & Epist ad Afric. pag. 243.) Se v'ha tutta via de' luoghi ancora ne' quali dall'autorità Sovrana permesso al corpo degli ebrei che n'è soggetto di costituire nel suo centro un Tribunale espresso per discutere, o definire le sole cause civili che si agitano fra gli individui di questa nazione, ciò, per altro, non segue che nelle Città dove gli ebrei essendo alquanto numerosi, come Livorno, Roma, Amsterdam, Praga, Venezia, ed alcune altre, i tribunali ordinarj del paese non potrebbero supplire ed evaderle tutte con quell'esattezza, e sollecitudine che richiede la giustizia, per chi vuole cautamente amministrarla. I respettivi Sovrani dunque di tali Stati concedono di rivestire un certo dato numero di ebrei i più qualificati per lumi, e per dovizie della dignità giudiziaria, rimettendo fra le loro mani il deposito di una parte dell'amministrazione della giustizia; ma questa dignità è d'altronde così precaria, e circoscritta, che può essere loro tolta, o surrogata ad ogni momento, e soggetta in qualunque siasi tempo alle leggi dello Stato, alle quali l'intero corpo della Nazione che vi abita è per ogni parte sottomesso.