I grandi avvenimenti, dice un pensatore inglese, sono per l'ordinario da gran cause prodotti; ma siccome i filosofi rigettano il più delle volte, con certe ragioni da essi loro credute valide, ed inoppugnabili, queste vantate cause misteriose, e soprannaturali immaginate, com'essi opinano, da un certo numero di antichi ad oggetto di accreditare le loro stravaganti opinioni colle quali ammaliarono lo spirito del volgo, sì facile ad illudere e sì malagevole a disingannare, essi avrebbero dovuto piuttosto cercarne la sorgente nelle antiche massime religionarie, e studiare con diligenza il carattere genuino di que' soggetti che le hanno prodotte, diffuse, ed accreditate, onde con più pronta e più agevole maniera pervenire alla esatta cognizione degli enimmi sacri generalmente venerati, sì familiari ad essi, e di cui la moltitudine insensata, si fa depositaria, senza speranze di potere giugnere per niun mezzo a comprenderli giammai [(64)].
Tale appunto è l'intima natura delle innumerabili mistiche visioni delle quali sono inondate le opere di cui entriamo a ragionare, e tale è precisamente l'indole che ci fecero in ogni senso conoscere avere quegl'individui che le hanno fino a noi tramandate.
Per altro l'antichità di queste opere, il rispetto illimitato verso gli estensori d'esse che si ebbe la scaltrezza d'insinuare nell'animo di quelli sventurati che si avea precedentemente sedotti, il fermo loro accanimento nel seguitare le une, nel difendere gli altri, la cura indefessa che fu da quelli presa in ogni tempo ad oggetto di propalarle, e perpetuarle, come opere provenienti dal Cielo, e dettate dalla stessa increata mente dell'Essere Supremo: tutto ciò, dico, dovea per necessità indispensabile impedire loro di credere che quelle opere, in gran parte, altro non fossero per elleno medesime che un aggregato informe d'idee bizzarre, scaturite da altrettante immaginazioni travviate, il delirio particolare delle quali divenne pur troppo in breve spazio di tempo, come succedere dovea senza scampo, uno smarrimento quasi universale di tutto un popolo immenso [(65)]; verità che frappoco sarà posta da noi al chiarore dell'evidenza.
Dal fin quì esposto sembrami rendersi quanto è duopo manifesto che inferire solo io voglio di quelle opere unicamente che la tradizione fece pervenire fino e noi, cioè il Talmud, ovvero come altri dicono la Ghemarah, e di tutte le parafrasi complicate che la seguono [(66)], ma affine di procedere con un ordine metodico, e sicuro in tale utile ricerca, fa d'uopo avanti d'ogni altra cosa analizzare la sorgente immediata da cui esso emana, e discendere in seguito a conoscere i presunti solidi fondamenti su' quali appoggia l'ebreismo quella cieca macchinale venerazione ch'esso ebbe sempre per riguardo ad un tal libro, considerandolo come un codice non meno antico, e tanto sacro quanto lo stesso pentateuco di Mosè [(67)].
Benchè molti critici sieno fra loro discordi circa lo stabilire il tempo in cui il Talmud sia stato effettivamente compilato, pure noi lo fisseremo a 125. anni dopo la devastazione del secondo tempio; tale essendo l'opinione la più generalmente conosciuta, e adottata.
Il Rabbino Jeudah il quale vivea in que' tempi, e che attesa l'esemplarità della sua vita era denominato degli ebrei de' suoi tempi רבנו הקדוש (Rabenu Akadosh) (nostro maestro il santo); questo Rabbino, dico, il quale era eccessivamente dovizioso, ed amico intimo dell'Imperatore Antonino il Pio, veggendo che la dispersione degli ebrei avrebbe fatta dimenticare questa legge di bocca, ossia orale, scrisse tutti i sentimenti, constituzioni, e tradizioni de' Rabbini che lo avevano preceduto in un grosso corpo di opere, che distinse col nome di משנה (Misnah) cioè Ripetizione della legge che divise in sei parti; la 1. riguarda l'Agricoltura; la 2. si rivolge a fissare l'epoca in cui debbono cominciare, e finire il sabato, e le altre feste; la 3. tratta dei matrimonj, e di tutto ciò che rapportasi alle femmine; la 4. delle procedure giudiziarie, e delle vertenze che nascono sopra ogni sorta di affare civile; la 5. ha per iscopo la santità, ovvero i sacrifizj, ed i principali riti della religione; la 6. finalmente si aggira sulle purità, e sulle impurità [(68)]. Ma siccome questo libro era per se stesso molto succinto, e per conseguenza poco intelligibile; un inconveniente di tale natura ha dato origine a delle forti, e interminabili questioni, le quali fecero in ultimo risolvere due colti Rabbini abitanti in Babilonia, l'uno chiamato Rabenah, e l'altro Rabascè di riepilogare tutto ciò che era stato esposto, ed agitato fino a' loro tempi sulla Misnah, aggiugnendo molte altre osservazioni loro proprie, apotemmi e detti rimarcabili, fissando la misnah come per testo, e le appendici accresciute ad essa da' medesimi, come una spiegazione creduta ovvia, e analoga, dal complesso delle quali essi formarono poscia l'intero corpo del libro, che denominarono תלמוד בבלי Talmud Bably, cioè Talmud Babilonico, oppure גמרה (Ghemarah) che significa perfezione, diviso così ancora in 6 parti, denominate מסכתות (Massahtoth) Trattati; non tacendo però che alcuni anni avanti un certo Rabbino Johanan di Gerusalem avea compilata un opera quasi uniforme che chiamò תלמוד ירשלמי (Talmud Jerusalmi) cioè, Talmud di Gerusalem; ma essendo stata questa ritrovata molto concisa, rapporto alla vastità delle materie sulle quali si aggirava, ed anche riconosciuto di uno stile alquanto barbaro, e inusitato, il babilonico gli fu di gran lunga preferito, come più vasto, più elegante, e più intelligibile.
A questi poi dopo qualche spazio di tempo il Rabbino Salomon, detto comunemente Rascì (R. Scelomoh Yarki) di origine francese, fece un brevissimo commentario, ed un accademia di vari altri differenti Rabbini vi aggiunse così pure una certa dose di questioni, che appellarono תוספות (Tossaffoth) cioè appendici, o addizioni. E quì opportuno però di rimarcare che da questo Talmud Babilonico, furono già da gran tempo elise molte cose, particolarmente i tre trattati compresi ne' sei de' quali io vengo di parlare, attesochè quelli che concernono le materie riguardanti l'agricoltura, o le semenze, i sagrifizj, le purità, e le impurità più non sono attualmente in uso di sorte alcuna presso gli Israeliti de' secoli recenti.
Questa Ghemarah, e Talmud Babilonico che serve di regola fondamentale agli ebrei in tutte le loro cerimonie religiose, non meno che in tutti i loro affari, sia civili, o criminali, è scritto in un linguaggio caldeo di que' tempi ch'è assai difficile ad intendersi, perchè, al riferire dei dotti, è molto lontano dalla purità dell'antico terso caldeo che parlavasi in Babilonia; oltre a ciò quell'opera è piena di confuse questioni, di storie, o piuttosto di leggende fatte a piacere, che i semplici decantano per vere, ma per poco discernimento che si abbia, riesce agevole il comprendere, non solo altro queste non essere che allegorìe inventate da persone più dedite a sorprendere il lettore, che ad instruirlo, e che ad altro non tendono in massima, che a rendere gli ebrei all'eccesso ridicoli in faccia agli altri popoli, ma che si scorge in esso altresì delle falsità evidenti, massime in ciò che riguarda l'istoria, la cronologia, e le scienze. Il loro principale scopo, in una parola, non è ad altro fine rivolto che ad aggravare la mente di un affluenza incalcolabile di usi, e cerimonie il più delle volte opposte, ma quasi sempre estranee all'essenzialità della vera legge primitive, la quale era onninamente aliena da quelle superfluità, o sottigliezze che formano la base delle odierne instituzioni tradizionali [(69)].
È ben vero, per altro, che gli ebrei forniti di talenti, e di coltura, non prestano fede e questi fatti, senza un ben maturo ponderato esame; ma frattanto la generalità di questa nazione riguarda come un esecrabile apostasia il dubitare un solo istante della validità delle decisioni talmudiche, per le quali essa nutre una venerazione tale, come se quelle fossero esternate dalla bocca dello stesso legislatore Mosè.
Egli è dunque così che queste tradizioni sono divenute sì affluenti presso i recenti Israeliti, (benchè sopra un tale proposito qualunque altra nazione non la ceda all'ebrea in verun modo) che tutta l'intera vita di Mosè non sarebbe stata sufficiente per riceverle da Dio sulla vetta di Sinai, dove suppongono che le abbia esso apprese durante lo spazio di 40. giorni di sua non interrotta permanenza sopra quel monte: ma gli ebrei Talmudisti pretendono di fare tacere ogni oppositore col loro autorevole assioma הלכה למשה מסיני (Alahah Lemoscè Missinaj) Decisione che Mosè ha ricevuta sulla montagna di Sinai. Ma non veggono quanto sia fallace una simile asserzione; e quando ancora nascondesse quella in se medesima qualche ombra di possibilità, l'errore che la segue in ogni parte, l'inverosimiglianza che l'accompagna, ovunque la farebbe senza ritegno, ad ogni riguardo allontanare. E ciò che di peggio io vi scorgo si è che sotto questo nome specioso di tradizione gli ebrei hanno abbracciato, alla rinfusa, i vaneggiamenti de' loro dottori, come se Dio stesso glieli avesse loro rivelati sotto l'apparenza d'inspirate intuizioni, non permettendosi neppure di esaminarli [(70)], a meno di non volere cadere nell'eresia de' Caraiti (di cui sarà da noi parlato difusamente altrove); e se alcuno si facesse a richiedere loro le fondate ragioni di quelle innumerabili glose rabbiniche, le quali sembrano allontanarsi onninamente dal genuino testo della legge, essi non hanno altra risposta a dare, che אמרו חכמנו (Amerù Hahamenu), cioè, lo dissero i nostri savi, aggiugnendo così una fede implicita alle confuse interminabili discussioni dei loro talmudisti, nella guisa che procedevano appunto i discepoli di Pitagora, quando erano interrogati sopra qualche assunto alquanto difficile e risolversi: egli lo ha detto, era per quelli lo soluzione la più positiva, ed inconcussa di qualunque siasi arduo problema. [(71)].