Tale è propriamente l'origine e lo scopo di quel tanto decantato codice, sì profondamente venerato dall'intero giudaismo, distinto generalmente col nome di Talmud, le affluenti frivole questioni delle quali è quest'opera immensa per ogni parte ripiena, non solo sdegnarono per tante volte i filosofi saggi, ed illuminati fino a rigettarne le massime, e a deriderlo; ma quale appunto lo fu in seguito l'apocalisse per rapporto al cristianesimo, non servì quello che d'un arma offensiva della quale usarono i nemici d'Israel, in ogni tempo, per attaccarlo, anche nelle sue massime più essenziali, e orribilmente infierire contro di esso [(72)].

Infatti cosa potevano mai pensare gli antichi filosofi Greci, Arabi, e Romani, osservando agitare delle lunghe, e pertinaci discussioni per giugnere a diffinire se sia permesso in giorno di sabato cavalcare un asino per condurlo a bere, oppure se debba tenersi per la cavezza? se si possa in tale giorno camminare sopra un terreno seminato da poco tempo, per non incorrere nell'inconveniente di calpestare, o portare via, qualche granello di semenza co' piedi, ed essere quindi obbligati a seminario di nuovo, ciò che in sabato non lice? se sia permesso, in quel giorno medesimo scrivere tante lettere, o parole capaci a formare unitamente un discreto paragrafo completo? se debba pure permettersi di mangiare un uovo nato, o prodotto entro quel medesimo giorno ec.? E di quanti altri sì fatti scrupoli bizzarri, e paradossali non sono ripieni ovunque il Talmud con tutti i suoi differenti commentarj per rapporto alla pasqua delle azzime, ed alla purificazione del vecchio fermento lievitato nelle case? Vi si fa un lunghissimo trattato per decidere se mirando passare un sorcio in qualche parte della casa con una mollica tenuissima di pane in bocca, dopo fattovi lo sgombro generale, debbasi ricominciare con nuove rigorose indagini le purificazione di detta casa; se si possa cucinare i cibi destinati per uso della pasqua, delle azzime col residuo dei carboni serviti ad abbruciare il vecchio pane fermentato, ed altre simili mostruose questioni che opportunamente mi emergerà di riportare [(A)] le quali non solo allontanavano gli ebrei dalla vera inalterabile osservanza delle sacre instituzioni mosaiche, ma gli rendevano altresì rozzi, ignoranti, e spregevoli all'eccesso in faccia di tutti gli altri popoli del mondo, ed in particolare i Greci, ed i Romani i quali vedevano sensibilmente la discrepanza, rimarcabile che potea con fondata, ragione assegnarsi fra le loro classiche scuole; e gli assunti utili, e rilevanti che vi si trattavano, e quelle de' talmudisti, e le loro stravaganti; e prolisse controversie; ma passiamo a rendere, più dimostrativamente sensibili queste verità sublimi, e interessanti.

[(64)] L'accidia, e l'indolenza, vizj sì ordinari alla massima parte degli uomini sono, al parere di un dotto moderno, molto confluenti ad alimentare i progressi poco vantaggiosi della tradizione. L'uomo, generalmente parlando, è per indole sua più proclive a credere macchinalmente una cosa che gli si assicura vera, di ciò che inducasi ad affaticarsi con un esame lungo, e costante, e con uno studio assiduo e penoso, ritrovando molto più agevole di seguitare con una stupida quiescenza il corso delle cose già conosciute, ed usitate, che di analizzarne l'origine, o sormontare fino alla primitiva sorgente dalla quale si fanno quelle scaturire; così è che la generalità delle persone lasciasi trascinare dal torrente impetuoso degli assurdi dominanti, e finisce in ultimo col precipitare miseramente nel baratro immenso di tutti i più orridi smarrimenti, dietro l'esempio fatale di quelli (stupidi senza dubbio al pari di esso) che lo hanno preceduto, chiunque, per tanto, vuole sanare di sì fatta deplorabile cecità, dee seguitare con una cauta fermezza il precetto salutare di Seneca il filosofo, non curare i giudizj del volgo, e sfuggirne la relazione: Unusquisque mavult credere quam judicare: nunquam de vita judicatur, semper creditur, versatque nos et præcipitat traditus per manus error, alienisque perimus exemplis: Sanabimur si modo separemur a cœtu. Sen. de vita beata Cap. 1.

[(65)] È ne' tempi calamitosi di smarrimento, e d'imbecillità, dice un illuminato filosofo moderno (Philosoph. du bon sens Tom. 1 Réfl. 1. § IX. pag. 94.) che la massima parte delle tradizioni che fanno fremere le persone dotate di acume, e di talenti, ha presa la primitiva sorgente, e benchè i nostri progenitori abbiano voluto dare a queste un antichità più insigne di quella che si può elleno fondatamente attribuire, non è frattanto che alla loro arbitraria ignoranza, ed alla smodata credulità de' medesimi che noi ne siamo interamente debitori; essi sono stati pur troppo la vittima sciagurata degl'impostori loro contemporanei, e noi saremmo la loro, se non tentassimo di scuotere il giogo lacerante che dessi vollero imporre alla nostra ragione, dopo di averla per tante vie sedotta, illaqueata, e renduta quasi affatto impotente di riuscirvi.

[(66)] Tanto la Misnah, della quale noi entriamo bentosto a ragionare, quanto il Talmud, ossia la Ghemarah che serve alla medesima di commento, e di cui mi riserbo a ragionare opportunamente in seguito, altro infatti non sono che un ammasso complicato, e assai diffuso di decisioni sopra un infinito numero di casi di coscienza, che nascono di frequente sulla pratica de' riti, e delle cerimonie, nella massima parte rabiniche, per le cui osservanza fu più volte rimarcato da' critici che l'ardore del popolo ebreo tiene certamente del prodigioso.

[(67)] Il celebre Maimonide nella sua prefazione alla di lui opera (Yad Hazakah mano forte) dice che Mosè avanti la sua morte scrisse di proprio suo pugno tanti esemplari del codice delle sua legge, quante erano le tribù d'Israel, distribuendone una per ciascuna di esse, e deponendo un altro simile nell'arca detta di alleanza; e che desse, aggiugne lo stesso Autore, comunicò in seguito di viva voce al sinedrio del suo tempo l'interpretazione di questa medesima legge, quale interpretazione ch'egli sostiene comunicata da Dio a Mosè direttamente sulla vetta di Sinaj, fu poscia insegnata dopo la morte di esso agli antichi seniori da Gesuè suo successore, e luce del popolo d'Israel (vedi Pirkè avoth cap. 4) e che quelli che gli succederono, in qualità di capi, e Sanhedrim fecero lo stesso al riguardo degli altri più recenti che ne accrebbero il numero all'eccesso fino a R. Jeudah il santo, che tutte le raccolse, conferì loro il metodo di cui mancavano, e le mise il primo per iscritto.