Servissero almeno queste confessioni ad allontanare il delitto, a reprimere i vizi, a rendere più saggi coloro che stupidamente vi si confidano, il nocumento ch'esse recano non sarebbe senza un compenso; ma esse travviano lo spirito, corrompono i costumi, alimentano l'ingiustizia, e le azioni criminose, e colla facilità delle assoluzioni che si fanno, senza ostacolo, risultarne, anche il più deciso malfattore con una simulata resipiscenza non solo ritrova un pronto mezzo con che giustificare agevolmente i suoi misfatti, ma persuaso di potere in tale maniera giugnere per sino e cancellarli, esso diviene sovente recidivo senza ribrezzo. Se i Peruviani, secondo il P. Accosta, il Pau, ed il Raynal praticavano essi pure la confessione molto avanti che la conoscessero i Cristiani, soggetti non erano però a simili delirj.

[(101)] volendo Maometto prevenire ed allontanare gli eccessi che cagionano regolarmente l'ebrezza, e il giuoco per colui che vi si abbandona, esso ha interdetto assolutamente l'uso del vino, e de' giuochi d'azzardo, ed affine di dare a questa legge tutta quella forza che gli era necessaria, esso ebbe ricorso alla sua pratica usuale, quale fu quella di inventare alcuni esempi ovvj a giustificare la sua condotta a tale riguardo, uno di questi fu quello de' due angeli Arut, e Marut inviati da Dio sopra le terra per amministrare le giustizia in Babilonia, che divenuti ebri in un banchetto dove furono invitati, commisero molte vituperose incontinenze (ved. Alkodai Pocok. Specim. Ist. Arab. p. 175. Alcor. Cap. V.) Tale è infatti il vero motivo del divieto del vino presso i Musulmani.

In quanto poi ad ammettere per uno de' dogmi di religione l'ignoranza universale delle scienze, siccome era esse una delle qualità che distinguevano il fondatore dell'Islamismo, giacchè l'inscizia di Maometto, per quanto asseriscono i suoi medesimi fautori, andava fino alle barbarie, non sapendo nè leggere, nè scrivere, difetto, peraltro, che gli era comune con tutta la sua tribù (ved. luog. cit.) ciò che lo rendeva incapace non solo di risolvere le obbiezioni che gli avversari della sua setta nascente gli opponevano di tratto in tratto, ma lo esponeva sovente agli scherni, ed a' motteggi che le sue ambigue risposte davano sufficiente motivo di dovere fare. Quindi riconoscendo che i suoi settatori non avrebbero potuto meglio riuscirci in simile caso, egli si appigliò al partito di proibire loro qualunque specie di questione Teologica, di scienza, e di coltura, comandando eglino, in vece di passare a fil di spada tutti coloro che inveissero contro la sua dottrina. (Ved. Alcor. Cap. 4 Cantacuz. Orat. 1. Sect 12.)

[(102)] Niente di più ridicolo della Mesra, ovvero il preteso viaggio che Maometto fece nel Cielo durante il corso di una notte; e niente di più insensata dell'invenzione dell'Alborak, o del prodigioso animale quadrupede che ve lo condusse.

Rapportasi dunque dall'Alkorano, ch'essendo Maometto coricato una notte con Ayessa, una delle sue mogli, udì battere alla porta della sua camera, ed essendosi alzato per aprirla esso vi osservò l'Angelo Gabriello ornato di 70. paja d'ale spiegate da entrambi i suoi lati; esso era seguitato dall'Alborak, bestia che partecipava della natura dell'asino, e del mulo, di una bianchezza che eccedeva quella della neve, e di un agilità sì sorprendente, che il lampo non passa con maggiore celerità di ciò ch'esso metteva nel tragittare dall'uno all'altro sito, ed è appunto a cagione di sì fatta straordinaria destrezza (secondo gli scrittori Musulmani) che gli si fece meritare l'attributo di alborak, che nell'arabo idioma significa un baleno.

Tosto che lo sguardo di Maometto restò colpito dall'intuito del Messaggere celeste, questi lo abbracciò affettuosamente, e salutandolo dalla parte di Dio, gl'impose in di lui nome il trasferirsi nel Cielo, dove avea esso determinato d'iniziarlo in certi urgenti misteri, che non permise di rivelare giammai ad alcuno de' mortali che lo avevano preceduto, ed era per ciò col disegno di rendere più agevole il suo viaggio ch'esso gl'inviava espressamente l'Alborak. Maometto non esitò ad eseguire quanto gli venne imposto, ed appena ch'esso l'ebbe montato, si trovò in un istante dalla Mecca in Gerusalemme; da colà sempre accompagnato dalla sua guida celeste, proseguì il suo cammino fino a tanto che ritrovata una scala di luce preparata per essi vi ascesero, lasciando l'Alborack legato in una rupe, fino al loro ritorno, e prodigiosamente pervennero quindi al primo Cielo, e da questo agli altri sei, tutto nel breve intervallo di una notte. (Ved. Zamnias. et Didav. in Alcor. ad Cap. 17 et 33.)

Si può egli immaginare assurdità più enormi, e iperboli più insensate di quelle che si osservano racchiuse in sì fatto itinerario celeste?