[(103)] Da quando Maometto cominciò ad accreditare in faccia de' suoi creduli settatori il di lui preteso apostolato, la prima idea ch'esso ebbe fu quella di lusingare la loro speranza, e alimentare la dissolutezza a cui gli riconosceva sì eccessivamente proclivi, quindi è ch'esso inventò un paradiso secondo il gusto degli Arabi, ed a misura de' piaceri sensuali che gli penetravano con maggiore intensità. D'altronde conoscendo per isperienza quanto l'idea del loro soggiorno in un clima ardente, unito a' costumi lascivi dai quali erano essi predominati, avrebbe loro fatto amare tutto ciò che avea efficacia di condurli alla sensualità, Maometto promise a' suoi Settarj nella vita futura, giardini, riviere, profumi, letti di riposo, del pari sontuosi che comodi, preparati da uno stuolo immenso di femmine di un'avvenenza incomparabile, e che offrono loro tutto ciò che l'amore ha di più vago, e di più seducente (Ved. Alcor. Cap. 4. 78. 90 Hotting. Hist. Orieni. Lib. 2. c. 4). Tale è l'immagine stravagante del paradiso che Maometto fece concepire a' suoi seguaci; quella poi ch'esso volle delineare dell'inferno in punizione delle colpe, n'è precisamente il contrapposto e quasi uniforme a quello che tutte le altre sette lo descrivono.
[(104)] Le sagge ammirabili prescrizioni instituite da Mosè al popolo ebreo sono amplificate oggi a tal eccesso dai settatori talmudisti, come lo rimarcammo a sufficienza nei capitoli precedenti, che ora più non è possibile distinguere quale fosse propriamente il genuino senso primitivo delle medesime; ogni minimo Rabbì, ogni devota femminuccia ne accresce sempre a suo capriccio qualche bizzarra nuova pratica, e de' nuovi riti stravaganti, quali dal rabbinico dialetto sono chiamati גדרים (ghedarim), cioè ripari, per non giugnere al grado com'essi erroneamente opinano di trasgredire ciò che attacca in massima l'essenziale de' veri precetti comandati da' Mosè; ed egli è insomma così che questi glosatori co' loro ghedarim non solo resero le solennità prescritte al Popolo ebreo come giorni di delizia, e di ricreazione, un giogo aggravante, e insopportabile per la massa enorme de' riti, doveri, e cerimonie di tante specie differenti, aggiunte alla quantità immensa de' precetti già imposti da Mosè ne' tempi andati, ma tutto il Pentateuco altresì, un edifizio informe soggetto a crollare, e a subissarsi al benchè minimo urto.
[(105)] I sistemi filosofici di Socrate, e di Platone suo scolare sono quasi uniformi; essi ammettevano d'accordo tre principj, Dio l'idea, e la materia, facendo l'ultima subordinata alle seconda; ma queste due dovevano, a senno loro, prestare omaggio, ed obbedienza al Dio supremo, come loro opifice, loro padre, loro creatore. Dio dunque è l'intendimento universale. Essi concepivano per idea una certa essenza incorporea, capace di abbracciare tutte le cose, e la materia il primo soggetto sottoposto alla generazione, e corruzione (Ved Plut., op. filos. Cap. 3.)
Tuttochè oscuro, e impercettibile oltremodo sia stato in ogni tempo riconosciuto per se stesso questo sistema, per qualunque sforzo che molti filosofi abbiano fatto sempre affine di rischiararlo intieramente non sieno mai riusciti di vedere sortire felicemente il loro intento, pure non lascia quello di fare pressochè ad evidenza travedere quanto sane fossero le massime, e i principj che nutrivano Socrate e Platone relativamente alla Divinità, ed al Culto puro, e inalterabile che rendere gli si dee. I primi Dottori della Chiesa romana hanno adottati quasi tutti i sentimenti non meno Psicologici, che Ontologici di entrambi questi filosofi, considerandogli per sino, come ortodossi (Ved. la seg. [annot. 108.]) sebbene che il celebre Bayle (Pens. sur la Com. T. I. p. 346.) seguitato da vari altri filosofi seriosamente oppongasi a questi, non meno che a' principj filosofici di Confucio, de' quali sarà da noi quanto basta ragionato altrove (Ved. la seg. [annot. 109.])
[(106)] È a tutti noto di quali sforzi usasse Socrate affine d'indurre gli Ateniesi ad illuminarsi sul culto del vero Dio, e ad oggetto di ridurli ad abdicare la loro superstiziosa idolatria, ed i loro malefici prestigi; ma quanto inutilmente egli vi si adoperasse lo dimostrano pur troppo, l'esito fatale de' suoi benemeriti disegni, e la triste ricompensa che la sua patria sconoscente gli ha ferocemente preparata; nè le saggie sue premure per istruirla e per illuminarla nella scienza la più urgente per l'uomo, qual è la sana morale ebbero un successo più propizio, furono sprecate meno vanamente: quale solido vantaggio risultare mai ne porrebbe di potere asserire con Cicerone essere stato Socrate il primo a fare discendere la filosofia dal Cielo, ad introdurla fra gli uomini, a volgarizzarla persino nel centro delle stesse famiglie, se cotanto poco la sua ingrata patria curava le di lui ammirabili salutari lezioni? Socrates autem primus Philosophiam devocavit e Cœlo et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit, et coegit de vita, et moribus, rebusque bonis, et malis quaerere. Tuscul. Quaest. Lib. V.
Ma il popolo di Atene sempre sordo, ed insensibile agli ammaestramenti di sì eccelso filosofo, meditò da proditore la sua perdita estrema, privando così la società del più saggio, e del più necessario de' suoi membri.