Nascentes morimur finisque, ab origine pendet.

(ved. l'annot. seg.)

[(128)] Epicuro, e Cicerone incessantemente ripetono d'accordo che: anilis plenum superstitionis fati nomen. Infatti non è egli il più nero attentato, che si possa commettere contro la libertà delle umane azioni, ammettendo una necessità fortuita che tutta la distrugge, senza ritegno? Se lo spirito nostro (come lo riflette dottamente Gassendi Philos. T. VII. Lib. III. Cap. 2. pag. 635.) nello stato in cui si trova, fosse condotto dal destino, e che destituito di libertà, esso facesse tutto mediante una necessità costante e inevitabile, la maniera, e la condotta ordinaria della vita umana perirebbero con essa, ed inutile si renderebbe ogni specie di soccorso. Laonde qualunque cosa che deliberata fosse dall'uomo, non succederà se non se ciò che sarà stato decretato dal destino, così la prudenza sarà un nome vano, lo studio della saggezza inutile, e tutti i Legislatori saranno ridicoli, o tiranni, perchè comandano delle cose, che o noi non dobbiamo fare assolutamente, o che noi non possiamo fare in veruna maniera; il vizio, e la virtù non sarebbero che due chimere, così niuno meriterebbe una ricompensa per le azioni morigerate, nè gastigo per le sue colpe; finalmente tutte le cose andando in forza di una necessità inevitabile, indarno farebbe l'uomo voti, o preghiere: egli non sarebbe se non se ciò che vuole il destino a cui egli fosse assoggettato.

[(129)] Ved Pirk. Av. Cap. 1. N. 3. e Mannon Comm. in Pir. Av p. 25 Cap. 1.

Dee recare bene sorprese massima tale adottata da un capo Settario, il quale vivea sotto l'antica economia; poichè, come lo rimarca un dotto (Des opin. Philosoph. T. II. p. 209.) la legge permetteva non solo le ricompense, ma essa parlava sovente di una felicità temporale che dovea seguire sempre la virtù. Benchè fosse difficile di divenire contemplativo in una religione sì carnale, nulla di meno Antigono lo divenne: e chi avrebbe potuto mai seguirlo in una si alta elevazione? Zadok l'uno de' suoi discepoli che non ha potuto determinarsi, nè ad abbandonare interamente il suo maestro, nè gustare la di lui teologia mistica, dette un'altro senso alla di lui massima, e conchiuse da ciò che non vi era nè pene, nè ricompense dopo la morte. Esso divenne il padre de' Saducei i quali trassero da lui, come testè osservato abbiamo, il nome della loro Setta, il loro Dogma, ed i loro principj Teologici.

[(130)] Il Cuzarì, unito a' Cabalisti, dice che Adamo avea un padre il quale servivagli anche da precettore, e questi era l'angelo Gaziel; il medesimo fece dono al suo discepolo di un libro in cui erano racchiusi tutti i più alti misteri di una scienza sublime, di cui è perlato diffusamente nel Zohar. E coloro che fanno professione di sottigliezze cabalistiche, assicurano che ogni simile patriarca dell'Israelismo, ha avuto un'angelo per protettore che l'istruiva di tutte le più interessanti, ed arcane cognizioni, nel tempo che lo difendeva da ogni sinistro avvenimento. Shem per esempio, ebbe, secondo essi, per maestro, e protettore l'angelo Jofiel; Abramo Jsedekiel; Isaak Raffael; Jacob, Peliel; Josef Gabriel; Mosè Metrathon, David Cerviel che lo soccorse ad uccidere Golia: (ved. il citato Bendior.)

Non v'ha certamente quanto i Cabalisti, che si sieno segnalati con entusiastico ardire ad inventare de' nomi differenti, che loro è piaciuto di appropriate ad un immensa quantità di angeliche intelligenze; essi sono anche pervenuti e moltiplicarle all'infinito, col mezzo di non so quali regole chimeriche, o fallaci, quanto si scorge essere pur oltremodo assurda l'arte della quale parliamo, e da cui partono. (ved. C. Agrip. de occul. Philosoph. Lib. III. Cap. 27 pag. 311, et seg.) È da essi positivamente che noi tenghiamo i nomi stravaganti di moltissimi altri angeli, così difficili a comprendersi quanto a pronunziarsi, e che inutile non solo, ma oltremodo pericoloso riuscirebbe di allegare, giacchè secondo' i cabalisti proferendo i nomi serafici di quelle beatifiche intelligenze, risultare si vedrebbe inevitabilmente una morte subitanea, nello stesso momento di pronunziarli; quindi è appunto perciò, che noi stimiamo conveniente di astenerci a farne quì particolare menzione.