Infatti questa maniera di scrivere parabolico era molto familiare ancora a' primi scrittori del Cristianesimo (ved. Sim. Hist. Crit. du V. Test. Lib. IV. c. 8.) e questa bizzarra foggia d'instruire il popolo è stata sempre mai la sola preferita dalla Setta de' Farisei, la quale, come rimarcammo, può dirsi oggi nella massima teoretica la sola Setta dominante fra gli Ebrei, astrazione fatta di quelle pratiche insane, e ributtanti ostentazioni che facevano lo scopo del sistema religionario degli antichi farisei, e che gli ultimi non hanno. Così anche il Talmud, il Zohar, e la massima parte degli antichi scritti di tale natura sono pieni ovunque di allegoriche finzioni, che non bisogna spiegare alla lettera, come se si rapportassero a delle Istorie vere, e reali. D'altronde, sia che un libro comprenda aneddoti istorici, sia che racchiuda parabole, o frammenti mischiati di parabole, non è perciò meno vero, che può esso in qualche modo riescire assai proficuo, purchè la materia che ne forma il soggetto non conosca altra guida che il solo buon senso, e sia basata radicalmente sulla ragione: Le opere di Maimonide, di Menasse ben Israel, di Abravanel possono giustamente annoverarsi in questa Classe.
[(138)] Anche gli Ebrei moderni sostengono le medesime opinioni; essi pretendono di fare viaggiare le anime, durante l'intervallo di dodici lune consecutive, nel quale spazio le fanno andare, e venire intorno delle tombe dove sono racchiusi i corpi che vestivano in questo labile tirocinio, e pe' quali esse conservano tuttavia qualche adesione: quindi è che gli Ebrei Talmudisti sogliono pregare per suffragio di tali anime con una certa rapsodia ch'essi chiamano קדיש (Kadish) santificazione, a cui attribuiscono un'efficacia, e forza tale, fino a trasformare la sorte delle medesime in un'istante; ma ciò si vuole, per altro, che non sia che per le sole anime lordate da qualche impurità, giacchè i rabbini asseriscono, che quelle de' santi, e delle morigerate persone ascendono direttamente nell'empireo celeste appena escono dal mondo (ved. Eliahu Levi in Tisbi. Menas. Ben Isr. De Resur. mortuor. Lib. II. C. 6. p. 171 R. Abd. Sfor. in Hor. Ascem. p. 91.)
[(139)] Non è già tenue il numero de' Rabbini, peraltro, celebri che sostiene un sentimento si stravagante, non si sa se preso da Pitagora, da Platone, oppure dagli Orientali; essi lo fondano da una parte sul dovere pressante in cui è l'anima Israelitica di osservare i 613 precetti racchiusi nel Pentateuco di Mosè, e l'impotenza massima in cui essa trovasi dall'altra di eseguirlo, atteso lo spazio circoscritto delle vita che all'essere umano è accordato sopra le terra; quindi persuasi di giugnere con tal mezzo a superare simile ostacolo, essi fanno ritornare le anime nel loro pristino domicilio, affine di compiere quel grado di perfezione della quale sono elleno mancanti, ciò che nel Talmudico linguaggio chiamasi גילגול (Ghilgul) Rivolgimento. Se questo calcolo è giusto, la riduzione da me fatta dell'indicato numero di precetti, mi astrignerebbe a dovere ripetere un simile viaggio dieci volte almeno fra i viventi: quale deplorabile insania! Gli Ebrei, siccome ancora Pitagora e Platone estendono la trasmigrazione delle anime umane fino entro i corpi delle bestie: Agostino, parlando di Platone, relativamente a questo sistema, dice in termini espressi: Nam Platonem animas hominum post mortem revolvi usque ad corpora bestiarum, Scripsisse certissimum est. (De Civit. Dei Lib. X. C. 30. p. 267). Ed il sistema di Pitagora sul quale è basato quello di Platone vi è chiaramente descritto da Erodoto (Hist. Lib. II.). Gli ebrei, per altro, credono che il passaggio ne' corpi delle bestie, non facciasi luogo che di quelle anime lordate di grevi trasgressioni, o di delitti criminosi, essendoci già noto quale sorte avventurosa era espressamente preparata alle anime sagge, alle religiose, alle umili. (Vedi Zohar. Phil. De somniis Tract. I. De Revol Pars. alter. collect. prim. Cabalah denud. p. 375. P. III. Plan. Theol. du Pitag. par Mourg. T. I. p. 533)
[(140)] Che Pitagora abbia preso degli Egizj, unitamente a vari altri sistemi filosofici, anche l'opinione della metempsicosi, pare assolutamente indubitabile. Si sa, per altro, che questo era in generale il sistema adottato dalla massima parte de' filosofi dell'Egitto, e che inoltre non fu esso conosciuto nella Grecia, se non se dopo che Pitagora fu di ritorno dall'Egitto, dov'esso avea fatto un viaggio unicamente per instruirsi della teologia de' preti di quel paese. Quindi allorchè il citato Erodoto ci dice che gli Egizj sono così pure i primi che hanno stabilito l'anima essere immortale, che dopo la morte del corpo essa passa successivamente ne' corpi delle bestie, che dopo d'avere passato da' corpi degli animali di ogni specie, essa ritorna ad animare il corpo umano, e che dessa compie sì fatta rivoluzione entro lo spazio di tre mille anni; v'ha de' Greci che hanno introdotto questo dogma alcuni più presto, altri più tardi, come se l'avessero creato essi medesimi. È indubitabile che Erodoto così esprimendosi non ha preteso quì parlare che di Pitagora. Platone poi che attinse una gran parte de' suoi sentimenti sopra queste materie negli scritti di Pitagora, ritrasse così pure la stravagante opinione della metempsicosi, benchè l'Ab. D'Olivet sostenga di proposito ch'egli vi correggesse molte cose. (Vedi D'Oliv. Theol. des Philos grecs p. 83).
[(141)] Ciò potrebbe ancora essere vero in ogni senso, mentre ognuno sa quanto è familiare l'augurio di felicitazione presso gli ebrei nell'occasione di nozze, o di nascita di figli, o di altre avventurose circostanze del בסימן טוב במזל טוב (Bessiman tob, bemazal tob) con buon augurio, con propizio pianeta; volendo riferire, con buona fortuna; e molto ripetono gli odierni ebrei non solo, ma tutti gli altri popoli ancora dall'influenza del destino. Per altro, Flavio sempre interessato a giustificare, ed a sostenere l'opinione de' Farisei de' quali faceva parte, prende pugna in loro difesa; adducendo (Lib. XIII. Cap. 9. p. 542 antiq.), che quelli non intendevano già per destino, che il supremo consiglio di Dio, col mezzo del quale tutte le cose debbono succedere necessariamente senza però che all'uomo venga tolta la spontanea libertà di determinarsi a scegliere fra il bene, e il male, il vizio, e la virtù; elezione accordatagli dal suo divino Creatore, onde non abbia l'uomo che rimproverare se stesso, deviando dalla scelta che può riuscirgli utile, e salutare per appigliarsi a quella che forma la sua sciagura, e il suo tormento.
Ma comunque sia, tanto è vero che quasi tutti i Rabbini del Giudaismo, come lo pensa uno de' più dotti fra questi (ved. i Maronit in Philos. Lib. 1. C. 6.) hanno fermamente creduto che gli astri fossero le cause primarie di tutte le operazioni della natura, in quanto che i medesimi hanno dato ad ognuno di quelli il nome di una particolare divinità: così il pianeta Giove presso gli ebrei portava il nome di בעל Baal; Marte quello di מולך Moleh; Venere quello di עשתרות Astaroth; Mercurio quello di בעל נבות Nebot, in una parola, tutti questi nomi si ritrovavano essere parimente quelli appunto, che gli Egizj, gli Assirj, i Fenicj, e i Cananei attribuivano alle respettive loro divinità pagane, come ce lo descrive il Seldeno (D. Diis. Syr. Cap. 1.); ciò che dà motivo sufficiente di credere essere quegli astri, que' medesimi che veneravansi ovunque sotto gli stessi nomi testè indicati, i quali facevano parte di ciò che i libri ebraici distinguono colla frase di Culto de' Corpi Celesti.