[(142)] Il Talmud distingue sette ordini di Farisei; il primo misurava l'obbedienza all'auna del profitto, e della gloria; il secondo non alzava i piedi camminando; il terzo percuoteva la propria testa contro le muraglia che incontrava, affine di trarne il sangue; un quarto occultava gli occhi, e la testa entro un rustico cilicio, riguardando all'esterno da un piccolo pertugio; il quinto domandava fieramente cosa è necessario che io faccia? Io lo farò; cosa v'ha egli mai da fare che io non abbia fatto? il sesto obbediva per semplice amore per la virtù, e per le ricompense temporali; il settimo, ed ultimo finalmente non inducevasi a seguire gli ordini di Dio, che pel solo timore delle pene.
Ma questi sette gradi di fariseismo così classificati da alcuni Talmudisti, non debbono essere già riguardati come altrettante Sette particolari. I Farisei appartenevano tutti ad un solo corpo medesimo, e la ristretta diversità fra quelli consisteva unicamente nella maggiore, o minore devozione che ostentavano in faccia degli altri loro correligionarj, nella pratica costante delle loro austere cerimonie.
[(143)] Se si dovesse prestare fede a tutto ciò che alcuni scrittori supposero, per rapporto alla Setta de' Samaritani, questi comparire ci dovrebbero sotto i caratteri i più odiosi, ed i più riprovabili: L'Epifanio gli accusa di negare la resurrezione de' corpi (Lib. XI. Cap 8. haeres.) Il Rabbino Meyr, presso i Talmudisti, gli pretende Idolatri (Shem Sauhed. Cap. VIII. p. 43.) Leonzio rimprovera loro di non riconoscere l'esistenza degli angeli (De sectis Cap. 8.) ma il detto Reland prende la loro difesa e gli giustifica in questa parte (Dissert. misc. p. II. p. 25.) opinando che i Samaritani intendevano per un'angelo, una virtù, un'istrumento di cui la Divinità si serve per agire, o qualche organo sensibile ch'esso impiega per l'esecuzione de' suoi ordini: oppure essi credevano che gli angeli sono virtù naturalmente unite alla Divinità, e che questa ne dispone quando gli aggrada; ciò si rende pure manifesto dal Pentateuco Samaritano, dove ritrovasi molto sovente sostituito Dio agli angeli, e gli angeli a Dio. Quindi coloro che in tal guisa opinano, confondono male a proposito i Samaritani co' Saducei, attribuendo a quelli ciò che non potrebbe adattarsi che agli ultimi (ved. S. Epif. Lib. X. Cap. VII.)
CAPITOLO XVII.
Osservazioni filosofiche su' Profeti, e sulle profezie annunziate da' medesimi: si discute il vero tropologico senso con cui debbono essere quelle propriamente spiegate ed intese.
È senza contrasto, la qualità essenziale dell'ignoranza di preferire sempre l'occulto, il misterioso, e sovente anche il terribile, a ciò che per sua natura è in ogni senso chiaro, semplice, edificante. Il vero non dà certamente all'immaginazione delle scosse così vive nel modo che osserviamo fare le finzioni, che d'altronde ciascuno è l'arbitro di sistemare a livello delle proprie sue mire, ed a seconda dei suoi medesimi capricci. La classe ignara dei popoli, non richiede altro meglio che di ascoltare delle favole che la seducano e de' vaticinj percuotenti che le sorprendano; quelli fra gli uomini che furono più accorti per distinguerne il debole, scavando, per così dire dal niente le anagoriche illusioni, efficaci a condurli al termine de' loro tenebrosi disegni, hanno ad essa renduto il servizio che impetrava; essi si sono attaccati gli entusiasti, le femmine, e gl'ignoranti; esseri di questa tempera si appagano agevolmente di ragioni che non perverranno giammai ad esaminare con verità nè con criterio [(144)]. L'amore del semplice, e del vero, dice Fontenelle non si trova che nel ristretto numero di coloro, l'immaginazione de' quali è metodicamente nutrita dallo studio, e regolata dalla riflessione.
Io non oserò già quì di asserire in verun modo, che gli uomini sieno stati in ogni epoca del mondo più inerenti ad ammettere l'errore, la menzogna, e l'illusione, senza esame, che ad investigare la verità colla fiaccola inestinguibile della ragione, malgrado che tutta l'antichità Pagana, forniscami profusamente le traccie le più evidenti, e le più sicure di una simile ripugnante condotta del genere umano ma ciò che senza timore d'ingannarmi, potrei accignermi a dimostrare di proposito si è, che molto agevole dovrà essere riuscito a coloro, che i primi si decantarono fra le prische idolatre popolazioni della terra, gli arbitri plenipotenziari delle false divinità che adoravano, e gl'inspirati delle loro fattizie intuizioni, di abusare enormemente della stupida credulità del volgo, il quale ignorando benanche il nome d'impostura, ed i gradi fino dove può ascendere la scaltra ipocrisia dell'imposture, era ad esso del tutto impossibile in tale stato d'imperizia, e di smarrimento di fissare un'adeguata distinzione specifica fra la verità, e la menzogna, fra l'inganno, ed il candore; degli uomini di tal fatta se ne calcolano a migliaja fra le nazioni, specialmente del gentilesimo, presso le quali l'arte della divinazione era in tanto rispetto, come consta evidentemente da Cicerone, e da vari altri scrittori suoi contemporanei, i quali tutti convengono, d'accordo, che gli Egizj, i Caldei, i Fenicj, e qualunque altro popolo asiatico, avea i suoi particolari aruspici, i suoi profeti, i suoi indovini, e forse molto avanti che gli ebrei predicessero le cose che dovevano accadere, nella remota successione de' tempi; e v'ha per sino chi assicura, che la massima parte de' riti, degli usi, e delle cerimonie religiose praticate non solo da questi, ma da tutti gli altri popoli che conosciamo, non traessero in massima la loro primitiva derivazione, che dai sistemi religiosi differenti, stabiliti, e propalati dalle vaste popolazioni della terra [(145)].