[(162)] Per nulla ommettere di tutto ciò che può avere qualche prossima, o lontana analogia coll'assunto che trattiamo, non mi sembra ora inopportuno di avvertire che anche le tante apparizioni, delle quali tutti i codici delle Sette odierne sono ripieni, possono parimente ritrovare il loro confronto, nel modo appunto che lo ritrovano le operazioni straordinarie nella storia medesima dell'antichità pagana. Cicerone, il di cui solo nome ne forma il chiaro elogio, dice seriosamente che gli Dei si sono fatti vedere sovente dagli uomini, di una maniera sensibile, ed evidente: Præsentiam sæpe Divinam declarant, sæpe visæ formæ Deorum (De Nat. Deor.) Plutarco che tutto il mondo colto conosce, asserisce fermamente che nel territorio della Sicilia esisteva una Città, dove la madre degli dei avea un tempio dedicato ad Esculapio, e nel quale gli Dei e le Dee apparivano assai di frequente. Enquinnum Siciliæ oppidium, non magnum, sed pervetustum, et Dearum apparitionibus nobile (Phit. Tract. de Orac.)
Questo è stato realmente in ogni tempo un pregiudizio generale diffuso, e inveterato in tutte le regioni del mondo abitato dall'uomo, che gli Dei apparivano sulla terra, sotto una, od altra simbolica figura differente per ricompensare o per punire; i Tartari lo assicurano di Foh (mem. du P. le Comte) lo dice Erodoto di Apis (Heliod Lib I. e Mair. Saturn.); ed i Magi dell'Egitto lo asseriscono delle loro supposte Divinità (Voy. en Pers.). Gli abitatori dell'Isola Formosa credevano costantemente unanime che il loro Dio si manifestasse, ora sotto la figura di un bue, ora sotto quella di un Leone, e qualche volta pure in sembianza di Elefante (Taver mandes. Voy des Indes).
[(163)] Io già feci altrove dimostrativamente conoscere, come nostro malgrado confessare dobbiamo che dopo di avere dedicate tutte le nostre ponderate ricerche agli studj i più profondi, pervenire con certezza mai non potremo ad une fisica dimostrazione della benchè minima verità speculativa. È ben vero, per altro, che l'autore Supremo dell'Essere nostro, permettere non volle che l'uomo fosse possessore di un sapere dimostrativo al di là di un limitato confine; ma d'altronde non si può immaginare senza errore, che abbia esso perciò lasciata la specie nostra immersa nell'ignoranza universale delle cose, giacchè, al contrario, veggiamo quali chiare vestigia, e quali segni evidenti ha esso accordati alla medesima, onde con essi possa quella giugnere al discernimento di certe verità che sono ad essa più necessarie. Ma l'orgoglio umano crede tutto abbracciare, tutto lusingasi di conseguire con queste deboli traccie, e l'uomo frattanto, circoscritto dalla più tenebrosa ignoranza, superbo esulta di una chimerica dottrina; esso crede che niente di tutto ciò che si offre alla sua mente sia sufficiente a pascolarla; esso tutto intraprende, tutto combatte, e poco egli conosce, nulla conchiude; qualunque oggetto basta per confonderlo, per atterrirlo, e se l'ambizione sua interroghiamo di qualche assunto, per es. Cos'è mai l'uomo? Di spirito, e di materia è l'uomo composto, esso risponde; ma in quale modo, replico, dimostrare fisicamente si potrebbe sì prodigiosa unione? Come due sostanze cotanto fra di esse opposte diametralmente, possono a vicenda unirsi per farne quindi risultare un corpo che agisca, un essere pensante? L'intima natura qual'è di quest'essere agente? E cose di tale guisa gli ricerchiamo, sventurato! Ecco ciò che mette il colmo al di lui estremo smarrimento, ecco lo spirito suo illuso miseramente vaneggiare nell'infinito (ved. l'ann. 14. del T. 1. delle Notti Camp. p. 53.)
[(164)] È molto più sicuro, o commendevole per l'uomo, dice un'illustre antico (benchè non fosse questi dotato di altri lumi fuorchè di quelli della propria sua ragione) di credere le operazioni della Divinità, che di volerle approfondire: Sanctius est, ac reverentius de actis Deorum credere, quam scire (Tacit. de morib. Germanor.) Infatti a quale smarrimento deplorabile non si mirano soggetti coloro che tentano d'investigare gli arcani che Dio volle rendere incomprensibili alla frale intelligenza rimane? V'ha egli follia più orribile per un essere limitato di quella di volere penetrare ciò che di gran lunga osservasi eccedere la sfera circoscritta delle umane cognizioni? Questa è una taccia che la temerità di vari filosofi antichi ha debitamente meritata. Platone dicea non istimare atto religioso quello di esaminare le opere dell'Essere Supremo, nè di fare uno studio profondo sulle natura delle cose (De Legib. Lib. VII.)
CAPITOLO XX.
Istruzioni generali preparatorie per sistemarci solidamente su' fondati principj da noi fino ad ora stabiliti in proposito di Culto, o di Religione.