S'è vero, come fermamente lo pretende il Macchiavelli (Lib. III. Disc. I. sulla Deca di Tito Livio) che se si vuole che una setta, od una Religione qualunque, mantengasi lungamente sopra la terra, è necessario ritirarla molto sovente verso la sua primitiva origine; l'assunto già da noi esaurito il primo, che riguarda un tale importante soggetto, e che tende precisamente ad un sì ottimo fine, ben lungi dall'oscurare gli alti pregj che il mondo ha in ogni tempo giustamente ammirati nella credenza edificante professata da' primi Patriarchi del popolo d'Israel, e tutt'altro che diminuirne il valore in faccia di esso, come assurdamente opinare si potrebbe da taluni, il medesimo non si aggira che a ridurla con ogni possibile chiarezza tale precisamente per se stessa, quale appunto conosciuta, e praticata l'ebbero un giorno felicemente i suoi primi institutori, ed a renderne il prezzo, senza comparazione, assai più inestimabile, e più raro di ciò ch'esso lo era ne' tempi odierni.
E s'è d'altronde indubitato, siccome infinite riprove concorrono ad autorizzarlo, che la stessa religione, altro per se medesima non è, che una malattia dell'intelletto laddove manchi ad essa le guida infallibile della ragione, e sempre che non riconosca per suo appoggio primo, ed essenziale il buon senso, e l'istruzione; la materia, che noi entriamo successivamente a trattare nel secondo volume di quest'opera, dovrà tanto più interessante riuscire, quanto che si prefigge per iscopo di dimostrare quest'urgente verità col chiarore dell'evidenza.
Or sebbene quanto fu da noi significato estesamente fino ed ora, perciò che rapportasi alla prima in particolare, prescindendo, per il momento, da quello che l'ultima concerne, di cui ci disponghiamo a ragionare partitamente nella prima opportuna circostanza, parrebbe escludere qualunque ulteriore osservazione che aggiugnere si potesse in proposito di quella; ma sul riflesso troppo contestato dall'esperienza, che in siffatte materie specialmente l'affluenza delle prove, lungi dal riuscirvi intempestiva, o recarne un pregiudizio, essa contribuisce a renderle più nitide, e farne chiaro spiccare i veri pregj, e in una parola, a richiamarle a quel grado luminoso di perfezione di cui possono quelle essere suscettibili; così ho stimato un oggetto alquanto utile, e conveniente di corredare i fondati principj da noi esposti di quelle istruzioni che a me sembrarono le più ovvie, e le più necessarie, onde basare da una parte sopra fondamenti durabili, ed inconcussi la propostaci Riforma religiosa del Popolo d'Israel; dissipare dall'altra quella taccia odiosa di miscredenza, o di temerità che mi potesse essere malignamente imputata da qualche fanatico settario; e convincere, per ultimo, quella stessa nazione alla quale sono le medesime onninamente dirette, dell'integerrima rettitudine delle mie fraterne intenzioni a suo riguardo, non meno che dell'intensa profonda venerazione che ho per moltiplici volte, con intimo senso protestato nutrire per l'eccelso inalterato Culto unicamente al quale mi felicito, con vera esaltazione, di appartenere io pure. Ma passare, ci è ora d'uopo a convincercene, senza, mistero coll'esplicita, ed esatta esposizione delle medesime.
Molti pensatori profondi si fecero ed opinare, che l'affluenza di tradizioni delle quali trovasi ogni Setta eccessivamente avviluppata, forma una solida presunzione che sono tutte basate sopra deboli appoggi, e sopra de' sistemi erronei oltremodo, e inconseguenti [(165)]; infatti, se fosse vero che per il solo mezzo di quelle Dio avesse voluto fare generalmente conoscere il vero Culto che gli esseri umani debbono prestargli, ne verrebbe per assoluto corollario che questo Culto non ci comparirebbe sì alterato; e sovente sì deforme per opera unicamente della stessa tradizione, siccome fu già da noi per tante volte opportunamente dimostrato, e questa dovrebbe essere altresì per tutti eguale, poichè le cose indispensabili per tutti gli enti ragionevoli debbono essere necessariamente identiche, e uniformi; sia di ciò la verità, che tutte le nazioni civilizzate del mondo riconoscono un Essere Supremo, perchè i principj della ragione universale sono in ogni senso comuni a tutte quante; dal che illativamente deducono i filosofi, che questa cognizione è per se stessa il resultato di una verità positiva, e irrefragabile [(166)]; ma siccome ognuna di quelle sette riconosce, e sostiene una tradizione differente non solo, ma bene di frequente anche opposta a quella di un'altra (nel modo che lo abbiamo noi più volte rimarcato) esse debbono dunque conchiudere fermamente che avendo efficace inoppugnabile ragione di conoscere, e adorare un Dio Supremo, esse hanno grave torto di ammettere tutto ciò che immaginarono ciecamente oltre questo confine per ogni motivo consolante, e indispensabile.
Quando ancora taciuti stati fossero da noi que' tanti altri motivi, quì all'emergenza riportati, che concorrono ad estenuare onninamente quella supposta forza prodigiosa, che ogni popolo della terra, come lo abbiamo altrove osservato, pretende superiormente attribuire alle sue vantate particolari tradizioni, l'efficace conseguenza testè riportata, che i filosofi ne traggono, forse non sarebbe quella sola sufficiente per abbatterla interamente, per annientarla? Ma per sciagura universale i popoli, e Israel fra questi, bene lontano dal restarne quanto basta intimamente penetrati, e convinti, sembrami, al contrario, che a gran passi retrogradi, arretrino d'accordo senza posa verso la culla fatale de' loro vetusti acquisiti smarrimenti, ed il peggio si è, con troppo debole speranza di potere giugnere a sottrarneli giammai [(167)].
Eppure malgrado un ostacolo sì tenace, e sì invincibile in apparenza, parmi oggi dimostrato, che i progressi dell'istruzione avevano già eccitati a' nostri giorni spontaneamente una discreta frazione di ebrei a segregare dalla loro inveterata legge, non meno scritta che orale le instituzioni essenziali al loro Culto, da quelle che non sono che accessorie meramente e suscettibili di innovazioni nello stato politico, e civile; alcuni di essi pervenuti essendo a sopprimere omai le tante inutilità delle quali gli scritti de' Rabbini sono pieni, che ad altro non servono, come provammo, che ad oscurare i veri pregj della tersa Religione, senza renderne migliori gli osservanti; e tanto fu questa una verità chiaramente riconosciuta da' medesimi Israeliti che nell'Anno 1800, una Società di ebrei olandesi pubblicò una deliberazione di non riconoscere in avvenire che la Religione pura, e consolante di Mosè, e di rigettare onninamente tutte quelle istituzioni che fino a quell'epoca erano denominate, Leggi Talmudiche (Vedi Racc. degli Atti dell'Assembl. degli Israeliti p. 72); e in fatti questa benemerita società avea già attirati un'affluenza considerabile d'Israeliti; indi nel 1801, fu progettato di convocare un congresso generale, ad oggetto di richiamare in Luneville i rappresentanti di tutti gli ebrei dispersi nelle differenti regioni dell'Europa, affine di sanzionare, e rendere più amplia, e più autorevole la previa motivata Riforma: è bene da congetturarsi con ogni fondata sicurezza, quale potesse essere effettivamente il vero scopo fondamentale di sì fatto congresso; questo non tendeva, in une parola, che al disegno identico medesimo che ci siamo noi proposti, cioè, di sostituire una sana, e metodica Religione, alle pratiche superstiziose, degradanti, e antisociali, che al massimo detrimento della medesima, se ne facea sostenere il carattere, e le veci.
Or perchè mai una disposizione sì provvida per se stessa, e sì salutare, non ha essa potuto ritrovare in alcun tempo nel grembo della chiesa giudaica solo che pochissimi partigiani, e imitatori? L'unica, e la vera cagione di simile deficienza ripetere solo noi la possiamo giustamente dal non essersi ritrovato giammai qualche individuo Israelita fermo, e zelante a quel punto dell'onore, e de' solidi vantaggi della propria sua nazione, fino a ridurre in sistema le teorie necessarie per condurla con propizio successo all'arduo desiderato intento di una perpetua indefettibile rigenerazione, non meno per tutto ciò che ha un immediato rapporto colla credenza professata da quella, che relativamente a' suoi costumi, così pure che all'istruzione. Ma con quel fronte immaginarne la difficile impresa, e chi mai di altronde azzardatone avrebbe fra gli uomini una pronta esecuzione senza grave rovinoso pericolo [(168)]? Malgrado che una sì triste verità rendasi pur troppo innegabile ad ogni esperimento, e che que' numerosi esempi da noi opportunamente riportati, contestino ad evidenza quale funesto guiderdone l'ebreo filosofo aspetti dalle benemerite sue cure consacrate ad illuminare il traviato popolo a cui esso appartiene, ciò non per tanto io che da lungo tempo avvezzo ad affrontare con baldanzosa fermezza gli assalti proditorj del settario furore de' miei connazionali, e che a superare io pervenni sovente con successo, cimentarli mi accinsi nuovamente in questo giorno, animato da una speranza lusinghiera di poterne in certa guisa riportare del pari una solida vittoria equipollente in vantaggio eternamente memorabile del corpo universale degl'illusi figli d'Israel.
Ma in seguito di tuttociò, parmi quì oltremodo necessario di avvertire, che qualunque siasi utilità che risultare potesse in vantaggio del popolo ebreo dall'esito felice del mio intrapreso assunto, esso non potrà mai completamente risentirla fino a tanto che non venga dal medesimo riconosciuta (nel modo che in chiari accenti fu già da noi significato altrove) l'urgenza indispensabile cui trovasi per tante parti ridotto di lumi sufficienti, d'istruzioni, e disinganno, affine di potere giugnere e bene intendere una volta essere evidentemente impossibile che le pratiche assurde, gli usi contraddittorj, e le stravaganti cerimonie delle quali fu esso fatalmente imbevuto, dopo un sì lungo periodo di secoli, debbino costituire le base inconcussa, e radicale delle Religione destinata e professarsi da un consorzio di enti dotati di un'anima ragionevole, di pensiere, e di riflessione, siccome pare che l'ebreismo lo abbia immaginato erroneamente fino ad ora con la più pertinace asseveranza.
Pervenuti che noi siamo ad un punto sì essenziale non meno che salutare, molto agevole impresa ci riuscirà di assicurarci che gli errori, ne' quali miransi precipitare gli uomini sì di frequente, altro non sono che le conseguenze necessarie della loro ignoranza, che la loro caparbia credulità macchinale, non è che il seguito immediato dell'inesperienza de' medesimi, della loro scarsa riflessione, e di quell'accidia inerte dalla quale vengono essi per la massima parte eccessivamente predominati nella guisa medesima appunto, che il trasporto al cervello, od il letargo sono gli effetti risultanti da quelle siffatte malattie, che gli anatomici distinguono col carattere di Epilessia. Quindi è che un pensatore, anonimo del nostro secolo disse molto sensatamente: La vérité, l'expérience, la refléxion, la raison sont des remedes propres à guerir l'ignorance, le fanatisme, et les folies, de même que la saignée est propre à calmer le transport au cerveau.
Ma se alcuno avido di sottilizzare le cose ad oggetto di meglio svilupparle, si facesse quì per accidente ad interrogarci, coll'esperienza infallibile alla mano, perchè mai la verità non produce essa in ogni tempo questo effetto salutare sopra le innumerabili teste orribilmente attaccate da tale perniciosa infermità? A questi, rispondere in massima si potrebbe, che siccome v'ha delle malattie che resistono con gran forza e qualunque siasi rimedio; così precisamente riesce affatto impossibile di sanare quegl'infermi ostinati all'eccesso di rigettare per sino quegli antidoti medesimi i quali avrebbero tutta l'attività, e l'efficacia di liberarli dal grave malore che gli assale. Quindi non senza fondata ragione pertanto, il celebre Fontenelle solea dire: Quand même je tiendrais toutes les vérités renfermées dans ma main, je me garderais bien de l'ouvrir pour les montrer aux hommes; mentre, se la scoperta di una semplice proficua verità (nel modo che l'ho io rimarcato in altro luogo, Ved. l'annot. 47 al T. I. delle Not. Camp. p. 130) fece trascinare crudelmente l'impareggiabile Galilei nella cadente età di settant'anni entro le orride carceri del feroce S. Uffizio, quali tormenti laceranti non dovrebbe mai aspettarsi colui che tutte si cimentasse a rivelarle? È ben vero però che se un novello Galilei oggi risorgesse fra i viventi ad istruirci di qualche altra scoperta egualmente sublime, positiva, e interessante di quella che due secoli avanti l'ammirabile filosofo Toscano trasmise alla posterità non avrebbe certamente adeguato soggetto di paventare una procedura sì strana, e sì spietata; ma egli dovrebbe essere d'altronde presso che certo di attirarsi religiosamente, senza traccia di rifugio, l'odio inesorabile de' fanatici, degli ignoranti, e de' più creduli Settarj i quali tutti d'accordo col versetto 12 del Cap. X, di Josuè alla mano, sfuggire non lascerebbero l'opportuno incontro di perseguitarlo come apostata, e deciso contraddittore delle Scritture; siccome appunto mirasi da questi di continuo brutalmente inferocire contro quei genj, che diretti delle più assidue e profonde meditazioni, tentano di estrarre delle cose ostensibili alle umane cognizioni, ciò che possono le medesime racchiudere di vero, di proficuo, e di essenziale per la specie dell'uomo.