[(166)] Quasi tutti i popoli dell'universo hanno adorato Dio, come fu da noi accennato altrove sotto varie appellazioni differenti; ogni nazione gli ha dato de' nomi, e degli attributi particolari, ma questi Dei, di cui la moltitudine è incalcolabile, sieno quanto si vuole inorpellati, essi rassomigliano tutti o al Dio del filosofo, o al Dio del popolo. Il Dio del filosofo e stato in ogni tempo il primo, e il più perfetto degli Esseri, l'anima della natura. Infatti v'ha egli qualche cose di più energico, e di più sublime in tutto ciò che i Metafisici, ed i Teologi di ogni secolo hanno detto dell'Essere Supremo dell'inscrizione ritrovata incisa sopra una statua di Osiris nell'alto Egitto? Io sono tutto ciò che è stato, ciò ch'è, e ciò che sarà, e non avvi un mortale capace di allontanare il folto velo che mi asconde agli sguardi peribili de' viventi. Il Dio del Volgo fu sempre un essere superiore all'uomo suscettibile delle medesime passioni, ma infinitamente più potente di noi. Tutte le Religioni che conosciamo non sono che un risultato più o meno avventuroso della filosofia, confuso con alcuni pregiudizj nazionali. I pregiudizj ne sono stati ora la base, or la conseguenza, ed ora lo scopo; più sovente forse l'immagine, o il velo.
[(167)] Ma siccome o più oggi non trovasi fra noi chi abbia coraggio sufficiente di cimentarsi ad illuminare i suoi simili, o se alcuno, per accidente, ve n'ha, questi non si ascolta, si disprezza, e non si cura, ne viene che gli uomini restano così miseramente abbandonati alla loro natìa ignoranza, vittime delle chimere di cui la tradizione è una sorgente feconda, e inesauribile; la loro cecità in tale stato diviene tanto più forte, ch'essi sembrano odiare la ragione e pare che temino di essere illuminati: così Cicerone dice, che la filosofia si contenta di pochi giudici, ch'essa odia il volgo, e che n'è odiata, e riguardata come sospetta e nemica, aggiugnendo che coloro i quali la condannano, e la disprezzano si attraggono l'approvazione dalla moltitudine: Est enim Philosophia paucis contenta judicibus, multitudinem consulto ipsa fugiens, eique ipsi et suspecta et invisa, ut vel si quis universam velit vituperare, secundo id populo possit facere. Tuscul. II. fol. 254.
[(168)] In tutte le età non si può senza un pericolo eminente, e inevitabile allontanarsi da' suoi pregiudizi, che l'opinione avea renduti sacri; nè fu in alcun modo permesso di fare delle utili scoperte in verun genere; tutto ciò che gli uomini illuminati hanno potuto fare ad un tale riguardo è stato di parlare in termini coperti, e palliati, e sovente con una vile compiacenza, alleare vergognosamente ancora la menzogna alla verità. Molti ebbero una doppia dottrina l'una pubblica, e l'altra occulta, la chiave di quest'ultima essendosi perduta, i loro sentimenti genuini divengono per lo più inintelligibili, e per conseguenza inutili per noi.
Or come dunque i filosofi moderni a' quali, sotto pena di essere perseguitati della maniera la più crudele, si gridava di rinunziare alla ragione per sottometterla a' prestigj del fanatismo; come, dico, uomini sì fattamente illaqueati avrebbero essi mai potuto dare un libero slancio al loro genio, perfezionare la ragione, accelerare la marcia dello spirito umano? Non fu che tremando, che i più grandi uomini del mondo travvidero la verità, rarissime volle essi ebbero il coraggio di annunziarla; coloro che hanno osato di farlo, sono stati severamente puniti della loro temerità; merce la superstizione non fu giammai permesso di fare uso del proprio pensiere, o di combattere i pregiudizj de' quali fu l'uomo in ogni tempo la vittima, o lo scherno.
[(169)] La menzogna serve poco, dice Seneca (Lett. 79. T 2.); il colorito superficiale di un ornato esterno, non ne impone che molto debolmente a poche persone senza esperienza, e senza talenti. La verità in ogni parte, e sotto qualunque siasi aspetto che riguardare si voglia, è sempre la stessa; la falsità non ha consistenza, la menzogna è trasparente, e per poco che vi si attenda facile riesce di riguardarne attraverso, dimostrarne il pericolo al mondo, e smascherarla.