I Mirabilia, descrivendo i monumenti principali del Foro di Trajano uniscono insieme i nomi di questo imperatore e di Adriano suo successore: «Palatium Traiani et Adriani pene totum lapidibus constructum et perornatum, diversis operibus laqueatum, ubi est columpna mirae altitudinis et pulchritudinis cum celaturis historiarum horum imperatorum, sicut columpna Antonini in palatio suo. Ex una parte fuit templum Traiani, ex alia divi Adriani». Abbiam veduto da altra banda, come la leggenda di Trajano si formasse a spese di Adriano: in grazia di questa connessione sia lecito di notare qui il poco che la leggenda venne immaginando intorno a questo secondo imperatore.
In una versione inglese dei Gesta Romanorum si racconta la seguente storiella, in più altri modi narrata altrove[70]. Adriano fa un editto che ogni uomo non più valido alle armi emigri dall'impero, e, se trovato nell'impero sia messo a morte. Un figliuolo nasconde il padre, de' cui ammaestramenti giovandosi diventa il più savio consigliere dell'imperatore. Accusato da' suoi nemici riceve dall'imperatore l'ordine di venirsene il dì seguente insieme col suo maggiore amico, il suo maggior conforto, il suo maggior nemico. Per suggerimento del padre si presenta col cane, col figliuolo, colla moglie. Costei lo accusa d'aver trasgredita la legge; ma l'imperatore gli perdona.
Un'altra storia si legò al nome di Adriano, ed è quella del filosofo Secondo. Costui essendo ancora giovanetto, aveva udito dire in iscuola non trovarsi al mondo femmina onesta. Tornato dopo molti anni in patria, vuol provare l'onestà della madre. A mezzo di una fantesca la fa richiedere d'amore, e colei, che non lo riconosce, acconsente. Dorme con lei una notte, senza commettere peccato, e la mattina si scopre. La madre muore di vergogna, e Secondo, per espiare la propria imprudenza, risolve di serbare il silenzio per tutto il tempo che gli resta a vivere. Adriano venuto in Atene, ode parlare di lui, lo va a trovare, lo interroga; ma, nè per blandizie, nè per minacce, può indurlo a parlare. Ordina a un cavaliere di condurlo, per mostra, al patibolo, ma di troncargli veramente il capo se, vinto dal timore, rompa finalmente il silenzio. Secondo va al patibolo e non profferisce parola. Trajano allora, preso d'ammirazione, lo prega di rispondere per iscritto ad alcune sue domande, al che il filosofo accondiscende.
Questo racconto, di cui non si conosce l'origine, appare primamente in un testo greco[71], d'onde passa in versioni latine[72], francesi[73], italiane[74], spagnuole[75], ecc. Esso godette durante tutto il medio evo della più grande celebrità. Di Secondo, filosofo di Armenia, non altro si sa se non il poco che ne dice Filostrato nelle Vitae Sophistarum: Suida lo confonde con Plinio Secondo il Giovine. Un dialogo fra Adriano ed Epitetto[76], somigliante al precedente, non passò ch'io sappia nelle letterature del medio evo. La letteratura inglese possiede, in verso e in prosa, un dialogo, indicato come opera di San Giovanni Evangelista, dove un fanciullo, per nome Ypotis, istruisce l'imperatore Adriano nelle verità della fede cristiana[77].
CAPITOLO XIII. Costantino Magno.
Costantino, primo imperatore cristiano, doveva in ispecial modo richiamare l'attenzione dei posteri e provocare la leggenda. Con lui cominciava un'era nuova nella storia della Chiesa e dell'impero, con lui pareva finalmente assicurato, e per sempre, il trionfo della verità sull'errore, adempiute, o almeno avviate al loro adempimento finale e glorioso, le promesse antiche di una rigenerazione della umana famiglia. Il cristianesimo cessava di essere una pura forza morale, e diventava ancora una forza politica, atta a tramutare tutti gli aspetti della vita della umanità. I cristiani da lui favoriti ebbero un sentimento assai vivo del rivolgimento che si veniva operando sotto i loro occhi, e questo sentimento parrebbe quasi che la leggenda avesse voluto significar per figura, narrando di Sant'Elena che ritrova e trae novamente alla luce il santo legno della croce, rimasto sepolto per secoli sotto alle zolle del Calvario. Il cristianesimo che ha già vissuto sì gran tempo occulto, come un germe fecondo affidato alla terra, lascia finalmente le catacombe, e si espande libero e rigoglioso alla vista del sole.
Costantino, onorato, in qualità d'Augusto, nei templi dei pagani, fu posto nel novero dei santi dalla Chiesa d'Oriente[78]; sua madre è venerata sugli altari dovunque sono adoratori di Cristo. Filostorgio racconta che una statua del glorioso imperatore, la quale sorgeva sopra una colonna di porfido a Costantinopoli, era adorata dal popolo, e di questo culto fa cenno anche Teodoreto (m. nel 547)[79]. Nel medio evo si credeva ancora di possedere, e si conservava come una preziosa reliquia, la spada di Costantino. Atelstano, re d'Inghilterra, la ebbe in dono, chi dice da Ugo re di Francia, chi dall'imperatore Enrico, chi dall'imperatore Ottone I[80]; sotto lo stesso re Atelstano un conte di Warwyck, per nome Gidone, uccise con essa un gigante Calubrando[81]. Nel pomo della spada era rinchiuso uno dei chiodi che servirono a crocifiggere Cristo[82]. Nel popolo la memoria di Costantino era conservata da molte chiese, o da altri monumenti che, a torto od a ragione, si credevano costruiti da lui.
Le prime leggende sorgono intorno alla culla di Costantino, anzi già involgono i suoi genitori Costanzo ed Elena. Il luogo della sua nascita, del quale non si aveva certa contezza, e il modo del suo nascimento, su che si avevano più disparate opinioni, esercitarono per tempo le fantasie, e porsero il tema a parecchie finzioni e a parecchi racconti romanzeschi: e se in questi, ajutando le oscurità della storia, volentieri si ammise che Elena non fosse unita a Costanzo con legittimo nodo, e che Costantino fosse un figliuolo naturale, si può credere che non avvenisse senza la cooperazione di quella curiosa tendenza che mostra spesso nelle sue leggende il popolo a dare agli uomini insigni illegittimi natali.
Nel Contes dou roi Coustant l'Empereur (XIII secolo) si narra di Costanzo, padre di Costantino, la seguente curiosa istoria[83]. Un imperatore di Bizanzio, a nome Muselins, vagando una notte con alcuni suoi cavalieri per la città, s'imbatte in un uomo, il quale, occupato in pregar Dio, chiede alternatamente ad alta voce due grazie, l'una all'altra contraria: la prima, che gli faccia sgravare felicemente la moglie, soprappresa dalle doglie del parto; la seconda, che non conceda a costei di partorire. L'imperatore interroga lo sconosciuto, il quale risponde la sua contradditoria preghiera essergli stata suggerita dalla scienza astrologica ch'egli possiede, e che gli mostra quali sieno i buoni e i maligni influssi degli astri, e quale il punto del tempo propizio o infausto al nascere. Soggiunge poscia d'avere ottenuto che il suo figliuolo nasca in punto felicissimo, e che però questi sposerà la figlia dell'imperatore e gli succederà nel dominio. L'imperatore sdegnato si parte; poi manda un suo cavaliere a involare il bambino. Avutolo, gli fende il ventre dallo stomaco all'ombelico, dopodichè si accinge a strappargli il cuore; ma, ad istanza del cavaliere nol fa, e ordina che così mezzo morto, sia gettato nel mare. Il cavaliere, cui non regge l'animo di eseguire il crudele comando, depone il bambino davanti la porta di un convento, e quivi lo lascia. I frati, trovatolo ancora vivo, lo portano all'abate, e questi, fa chiamare i medici, e domanda loro quanto vogliano per curarlo e guarirlo. I medici chiedono cento bisanti, l'abate ne offre ottanta. La cura riesce a bene, il bambino guarisce, e l'abate lo battezza ponendogli nome Costante (Coustans) in considerazione degli ottanta bisanti che gli era costato. Il fanciullo cresce in bellezza. Si dà caso che l'imperatore viene a conoscerlo e a sapere chi egli è. Risolve novamente di farlo morire, e dovendo partire per una spedizione contro i suoi nemici, gli dà una lettera da recapitare al governatore di Bizanzio, la qual lettera contiene una sentenza di morte. Prima di recapitarla il giovinetto entra nel giardino imperiale e vi si addormenta. La figliuola dell'imperatore lo vede, se ne innamora, legge la lettera, e pensando di salvare il giovane e di soddisfare in pari tempo al suo amore, a quella un'altra ne sostituisce, scritta da lei, con la quale s'ingiunge al governatore di fare sposare al giovane la principessa. Il governatore obbedisce agli ordini. L'imperatore, al suo ritorno, trova il matrimonio già celebrato, e allora, rinunziando ai suoi tristi propositi, riconosce Costante per figliuolo. Più tardi Costantino, figlio di Costante, diede a Bizanzio il nome del padre[84].
Abbiamo qui un esempio della tendenza che ha la leggenda a propagarsi in linea ascendente e in linea discendente, verso gli antenati, e verso la progenitura dei suoi eroi; tendenza che così vigorosa si manifesta nei cicli epici. Il nome di Costanzo è assai spesso scambiato con quello di Costantino e di Costante; ancora si confonde spesso Costanzo Cloro con Costanzo figliuolo di Costantino[85].