Non so a quale leggenda accenni Nennio nel seguente passo della sua Historia Britonum: «Quintus Constantius Constantini Magni Pater fuit, et ibi moritur, et Sepulchrum illius monstratur juxta urbem, quæ vocatur Cair Costaint, ut literæ quæ sunt in lapide tumuli ejus ostendunt; et ipse seminavit tria semina in pavimento superdictæ Civitatis, ut nullus pauper in ea remaneret unquam, et vocatur alio nomine Mirmantum[86]».

Veniamo ad Elena e al nascimento di Costantino. Suida, il quale fiorì, come pare, nel X secolo, dice nel Lexicon (s. v. Κωνσταντῖνος ὁ μέγας) che il fondatore di Bizanzio nacque di madre oscura, e che il padre lo riconobbe a certi segni, e lo designò imperatore, posti in disparte gli altri figliuoli, che aveva avuti da Teodora[87]. Egli accenna assai più che non narri; ma dalle sue parole si rileva l'esistenza di una tradizione, secondo la quale Costantino, nato d'illegittimi amori, avrebbe vissuto alcun tempo lungi dal padre, ignorato, o dimenticato da lui, e ne sarebbe poi stato riconosciuto, in forza di certi casi che non son ricordati. Suida soggiunge di non voler ripetere le favole che di Costantino aveva narrate Eunapio, parendogli che sconvenissero a tant'uomo. Eunapio nacque {el 347, e sarebbe importante di poter rintracciare sino a lui alcuna tradizione circa i natali di Costantino; ma nei frammenti che delle storie di lui ci son pervenuti non si trova più nulla intorno a questo imperatore. Lo storico pagano Zosimo, il quale scriveva a Costantinopoli verso il 434, dice che Costantino nacque da commercio che Costanzo ebbe con una donna non onesta, e non isposata da lui secondo la legge[88]: prima di Zosimo, Eutropio s'era contentato di dire che Costantino aveva avuto origine da un più oscuro matrimonio[89], e Sant'Ambrogio aveva indicata la condizione della madre dicendo costei ostessa, stabularia. Quest'ultima particolarità, di cui non pare sia fatto cenno negli scrittori bizantini, riappare poi più tardi negli svolgimenti della leggenda. Una tradizione di tale natura non poteva essere fortuita, nè di origine in tutto fantastica; essa doveva aver principio nel vero. La storia di Sant'Elena è ne' suoi cominciamenti assai oscura. Si ammette comunemente ch'ella sia nata a Drepano, città di Bitinia, in umile condizione, e che sposata da Costanzo, divenne madre di Costantino, e fu poi ripudiata dal marito, innalzato da Diocleziano alla dignità di Cesare[90]. Ma si capisce che lo stesso Costantino prima, poi gli scrittori, specialmente quando cominciò a formarsi la leggenda che attribuiva a Sant'Elena la gloria immortale d'aver ritrovata la croce, siensi studiati di far dimenticare certi fatti, o di colorirli altramente. Tuttavia la tradizione antica che Costantino fosse figliuolo spurio di Costanzo non si perdette; anzi passò d'Oriente in Occidente, dove porse argomento a nuove leggende. Essa è riportata nel Chronicon paschale[91], ma è formalmente contraddetta da Teofane Isaurico[92] e da Cedreno[93].

La gloria d'aver dato i natali a Sant'Elena fu ambita da varie province e città. In Oriente Edessa, Drepano, la Giudea; in Occidente Treviri, la Bretagna e l'isola di Sardegna[94] se la disputarono. Treviri andava superba di parecchie reliquie insigni da Sant'Elena appunto, come si credeva, donate alla sua Chiesa. La leggenda della invenzione della croce, di cui io non intendo discorrere di proposito, antichissima di origine, è narrata nel secolo VIII da Cinevulfo[95], nel IX da Almanno[96], nell'XI o XII da Ildeberto Cenomanense, se pur così s'ha da credere[97], nel XIII dal Voragine[98], ecc. Come più questa cresceva e si diffondeva, più si sentiva il bisogno di purgare la tradizione di quanto potesse direttamente o indirettamente offuscare la riputazione della Santa; e da prima se ne levò ogni imputazione di mal costume, poi si sostituirono al concubinato le legittime nozze, finalmente si fece della povera stabularia la figlia di un re. La tradizione che faceva Sant'Elena nativa di Treviri, era già formata nel IX secolo, giacchè il citato Almanno la riporta, ed ebbe poi, più particolarmente in Germania, molto favore. La Kaiserchronik racconta[99] che Costanzo sposò in Treviri la regina Elena, dalla quale ebbe un figliuolo adorno di molte virtù, che fu Costantino. Costanzo avrebbe poi voluto ripudiarla; ma vinto dallo amore del figlio, le mandò ambasciatori e la invitò a raggiungerlo in Roma. Elena, sdegnata, da prima rifiutò; ma poi si lasciò piegare dalle ragioni e dalle istanze di Costantino, e andò a Roma, ove le fu fatto solenne ricevimento.

Ma prima forse di questa tradizione un'altra ne era sorta, la quale, prendendo senza dubbio argomento dalla dimora di Costantino in Bretagna, fece nativa di questo paese, poi anche figlia di un re Choel (Cloel, Coclo, Hoel, ecc.), la madre di Costantino. Tale tradizione deve essere nata nel paese stesso al cui nome si lega; ma riappariscono in essa alcuni dei dubbii più antichi, che già si trovano nella tradizione greca, circa alla qualità delle relazioni passate fra Costanzo ed Elena, in quanto che alcuni scrittori fanno di costei la legittima sposa, altri la concubina di quello[100]. Giacomo da Voragine conobbe così questa, come l'altra tradizione; giacchè, dopo aver riferito ciò che di Sant'Elena racconta Santo Ambrogio, soggiunge; «Alii vero asserunt et in quadam chronica satis authentica legitur, quod ipsa Helena fuit filia Clohelis regis Britonum, quam Costantinus (l. Constantius) in Britaniam veniens, cum esset unica patri suo, duxit uxorem, unde insula post mortem Clohelis sibi devenit. Hoc et ipsi Britones attestantur, licet alibi legatur, quod fuerit Trevirensis».

Enenkel non dice di dove Elena fosse; dice solo che ella era la più bella delle venti donne dell'imperatore Costanzo, e che Costantino fu il frutto del loro illegittimo commercio[101]. Ma le due tradizioni testè ricordate ebbero nella leggenda svolgimenti più larghi e più romanzeschi[102]. In un racconto latino d'ignoto autore, d'incerta età, essa si lega a una sequela di casi avventurosi che io riferirò brevemente[103]. Ai tempi di Costanzo imperatore, una vergine per nome Elena, di nobile famiglia Trevirense, venne a Roma, trattavi dal desiderio di visitare i santuarii degli apostoli. Un giorno, traversando il ponte sul Tevere, Costantino s'imbatte in lei, che andava con altri pellegrini alla sua via, e vedutala bellissima, subitamente se ne innamora, e ordina ad alcuni suoi satelliti di seguirla, e di significare al padrone della casa ove albergava che a nessun modo la lasciasse partire sinch'egli non ne avesse fatto il piacer suo. I suoi comandamenti sono osservati. I pellegrini, compagni di Elena, adempiuti i voti, si partono; ella, accusata di furto dal padron della casa, è trattenuta in custodia. L'imperatore si affretta a compiere il suo divisamento; trovata la fanciulla sola e senza difesa, la sforza; ma prima di partirsi da lei, sentendo alcuna pietà de' suoi pianti, le fa dono di una fibula preziosissima e di un anello di gran valore. Rimasta incinta, Elena non ardisce di più fare ritorno in patria, e si ritrae a vivere con alcuni cristiani dabbene, provvedendo col lavoro delle mani al proprio sostentamento. Venuto il termine, essa dà alla luce un bambino, cui pone nome Costantino, celando a tutti quello del padre. Il fanciullo, educato dalla madre, vien su bellissimo d'aspetto, pieno d'ogni buon costume, benvoluto da tutti. In quel tempo si combatteva tra l'imperatore dei Romani e l'imperatore dei Greci una furiosissima guerra. Avvenne che due ricchissimi mercanti, nei quali l'imperatore dei Greci aveva piena fiducia, e a cui soli era lecito approdare per ragione dei loro commerci in Grecia, trovandosi in Roma, s'imbatterono un giorno in Costantino, che era allora d'età di circa dieci anni. La sua leggiadria, i suoi modi li fecero meravigliare. Interrogatolo, e saputo dei casi suoi, essi tosto si accordarono in un divisamento, dalla esecuzione del quale parve loro di dover trarre grandissimo guadagno; ed era, che avrebbero preso con sè il fanciullo, l'avrebbero condotto in Grecia, presentatolo a quell'imperatore come il figlio dell'imperatore Costanzo, offerta in nome di costui la pace, e chiesta pel giovinetto la mano della principessa di Grecia. Con la dote di costei si arricchirebbero, e in pari tempo farebbero danno e scorno ai nemici dei Romani. I mercanti conducono Costantino nella propria casa, lo vestono onorevolmente, lo educan fra gli agi, tanto che il figliuolo non si ricorda più della madre; la quale, perduto l'unico suo conforto, passa i giorni nel pianto. Trascorsi tre anni e più, i mercanti, stimando giunto il tempo da porre in opera il loro pensiero, partono con le lor navi e, insieme con Costantino, giungono al porto dei Greci. Quivi approdati, vestono il giovane d'abiti regali, e mandati innanzi i lor messi, vanno al palazzo dell'Imperatore, che fa loro solenni accoglienze. La frode è coronata di pieno successo, e Costantino sposa la principessa, la quale è assai contenta di lui, com'egli di lei. In capo di certo tempo, passato tra feste e tripudii, i mercanti, avuta la ricchissima dote, chieggono licenza di tornare a Roma, e partono insieme con gli sposi, non ostante le lacrime e i funesti presentimenti del vecchio imperatore e della sua donna. Corso già molto mare, ed essendo prossimi alla regione dei Romani, i mercanti pensano di condurre a termine la loro perfidia, e sbarazzarsi degli sposi, di cui non altro agognano che i tesori. Approdano a un'isola deserta e selvaggia, e sotto pretesto di volervi passare la notte, scendono in terra, ed alzano un padiglione, e preparano un letto, dove, di nulla sospettando, i giovani vanno a coricarsi; poi, quando questi sono immersi nel sonno, uccisa la loro famiglia, essi salpano l'ancore e proseguono rapidamente il viaggio. Destatisi la mattina seguente, e trovatisi soli, i due giovani si danno in preda alla disperazione, e Costantino svela tutto il tradimento alla sposa, che non per questo cessa d'amarlo; ma certi naviganti, che per buona ventura si trovavano a passare in vicinanza dell'isola, li raccolgono, e, celando quelli per prudenza i nomi e i casi loro, li conducono al porto dei Romani. Giunti a Roma, vanno in traccia di Elena, la quale, riconosciuto non senza qualche fatica il figliuolo, abbracciata la nuora, piangendo lacrime di tenerezza, passa dal più inconsolabile lutto alla più viva letizia. L'imperatrice di Grecia aveva dato di nascosto alla figliuola, poco prima d'accomiatarla, un giojello preziosissimo, col quale, se mai per alcun caso ella avesse a trovarsi in angustie, potesse sopperire ai proprii bisogni. Questo giojello è da lei consegnato alla suocera, la quale, vendutolo, con parte del denaro che ne ritrae mette su un'osteria, e decentemente si vive insieme con la nuora e col figliuolo. Questi intanto, seguendo l'indole sua e la nobiltà della natura, si dà alla professione dell'armi, e in poco tempo s'acquista grandissima riputazione. Viene il giorno natalizio dell'imperatore. Costanzo, volendo festeggiarlo secondo il consueto, convoca i senatori, i tribuni, i centurioni, i militi, bandisce giostre e tornei. Costantino ne porta la palma su tutti. Meravigliato, l'imperatore lo chiama a sè, gli domanda chi sia, e non tenendosi pago delle sue risposte, ordina che conduca in sua presenza anche la madre e la sposa. Le donne, vestite dei migliori panni che s'abbiano, sono condotte a palazzo. L'imperatore le interroga alla lor volta, e tanto stringe Elena, che questa finalmente promette di tutto svelargli. Dopo alcun giorno in fatti, presi con sè l'anello e la fibula, torna alla sua presenza, e racconta la propria storia, mostrando, a testimonio del vero, i donativi imperiali. Costanzo si persuade che sì mirabili casi non sieno seguìti senza la volontà del cielo; abbraccia Elena, riconosce il figliuolo, manda ambasciatori all'imperatore di Grecia, e punisce i mercanti come si meritano. Ordinata e aggiustata ogni cosa, celebra solennemente, per la seconda volta, le nozze del figliuolo colla principessa di Grecia, e stabilisce che gli sposi debbano succedergli nell'impero romano, a quello stesso modo che dagli ambasciatori venuti appositamente da Oriente si stabilisce che essi debbano succedere nell'impero dei Greci. Così fu che Costantino riunì sul suo capo le due corone dell'Occidente e dell'Oriente.

Non mi soffermo ad esaminare le particolarità di questo racconto, nè a discutere il suo intendimento, se tant'è che ne abbia qualcuno; ciò che più importa di far notare si è, parmi, il suo carattere essenzialmente romanzesco, e il difetto di ogni nesso storico, difetto che si fa scorgere sin dal principio. Di storico veramente altro non v'è che i nomi di Costanzo, d'Elena e di Costantino; a questi sostituite altri tre nomi quali che sieno e il racconto procederà al medesimo modo, senza che sia bisogno di farvi la più piccola mutazione. Esso si appoggia solamente in tre punti, non alla storia, ma alla tradizione, in quanto che fa Elena nativa di Treviri, e Costantino spurio; e narra di Elena che mise su osteria, ricordatosi certamente il suo autore della stabularia di Sant'Ambrogio. È curioso anzi a tale proposito che non vi si dica nulla di un matrimonio seguìto, dopo il riconoscimento, fra Costantino ed Elena. Giunto al termine della sua storia l'ignoto autore accenna ad altre leggende circa Costantino, ma rimanda chi le vuol conoscere ai libri che le narrano[104]. Letto il racconto, nasce spontaneamente nell'animo un dubbio: queste finzioni furono esse sino dall'origine loro congiunte coi nomi di Costanzo, di Elena e di Costantino, o furono ad essi aggregate solamente più tardi, quando già, unite o separate, avevano circolato un tempo nella tradizione orale e nella letteratura, servendo ad altri personaggi, o storici, o fantastici?

Anzitutto è da avvertire che il racconto anonimo testè analizzato, è bensì il più prolisso, ma non il solo, e molto probabilmente non il più antico documento in cui quelle finzioni sieno rapportate a Costantino e ai suoi genitori. Giovanni da Verona, di cui più volte già ebbi a citare la inedita Historia Imperialis, le raccoglie e ad essi nel medesimo modo le riferisce, salvo che di Elena fa, secondo l'altra tradizione notata di sopra, non una nobile fanciulla di Treviri, ma la figliuola del re Cloel di Bretagna[105]. All'una e all'altra delle due tradizioni occidentali circa la patria di Elena quelle finzioni dunque si legarono; ma è in sommo grado probabile che, in principio, nè all'una, nè all'altra, esse andarono congiunte. Il racconto assai compendioso di Giovanni da Verona passa nel Catalogus Sanctorum di Pietro de Natalibus[106] e di quivi nella versione italiana della Legenda aurea che va sotto il nome di Nicola Manerbi[107]. Nel Dittamondo di Fazio degli Uberti la favola è pure ricordata[108], ma in forma così sommaria e stroncata, che chi non ne avesse notizia altrimenti, non verrebbe a capo d'intenderla. D'onde Fazio abbia attinto rimane dubbio; ma si raccosta ancor egli ai precedenti nel fare Elena figliuola di Coel. Giacomo da Acqui narra egli pure la favola[109]; ma nel suo racconto Elena è figliuola del re di Treviri. Questi varii racconti, sebbene tutti si accordino nella sostanza, pure presentano, così fra di loro, come per rispetto al racconto pubblicato dall'Heydenreich, alcune differenze già notate da altri[110], e di cui io debbo contentarmi di accennare qui solamente due o tre fra le principali. In tutti Elena è cristiana sin dal principio. Non battezzata ancora, essa va a Roma, tratta dal desiderio di vedere la città degli apostoli, e contro il volere del padre: in vesti di ancella, secondo Pietro de Natalibus; per comandamento degli stessi apostoli Pietro e Paolo ricevuto in sogno, secondo Giacomo da Acqui; perchè inferma, secondo Fazio degli Uberti. Ancora secondo Giacomo da Acqui il padre di Elena si chiamava Flavio, il Re di Bizanzio Valerio, onde fu che Costantino si chiamò per tre nomi Flavio Valerio Costantino: vendute le gemme della nuora, Elena va ad abitare in un magnifico palazzo rimpetto a quello dell'imperatore, e quando le par giunto il tempo opportuno svela a costui spontaneamente il suo secreto. Giovanni da Verona, Pietro de Natalibus e Nicola Manerbi dicono ancor essi che Elena e gli sposi comprarono un palazzo e menarono nobile vita: tutti affermano che Costanzo sposò Elena, particolarità importante, taciuta, come s'è veduto, dall'Anonimo. Forse da un attento studio comparativo delle differenze che i varii racconti presentano si potrebbe trarre qualche argomento a congetturare in quale di essi sia contenuta la versione più antica. Ma un tale studio condurrebbe assai lungi, e il frutto che se ne avrebbe sarebbe assai scarso[111].

Ben più giova osservare come nella favola sieno due parti distinte, l'una intercalata nell'altra, le quali non hanno necessaria connessione fra loro, ma possono agevolmente separarsi, e furono senz'alcun dubbio separate in principio: l'una, che narra della violenza fatta da Costanzo ad Elena, del nascimento di Costantino, del riconoscimento finale; l'altra che narra della frode ordita dai mercanti. Quella certo assai prima di questa fu legata ai nomi di Costantino e dei suoi genitori, e un documento assai antico ne fa testimonianza. In una narrazione greca del martirio di Sant'Eusigno di Antiochia, scritta, secondochè si può ragionevolmente presumere, non dopo l'VIII secolo[112], è introdotto il santo in persona a raccontare il seguente caso. Nel tempo che era ancora tribuno militare, tornando Costanzo vittorioso da una spedizione contro i Sarmati, ebbe a sostare in una locanda, dove trovò una fanciulla pagana, bellissima, per nome Elena. Giacque con lei, e nel partirsi le regalò un peplo di porpora. Tornato a Roma, dopo alcun tempo Costanzo fu incoronato imperatore. Non avendo avuto dalla sua moglie legittima altri figliuoli che un fanciullo imbecille, egli commise ai senatori di cercargliene uno bello e intelligente da lasciare per suo successore. Per evitare dissidii e gelosie i senatori mandano a cercare tale fanciullo fuori di Roma. I messi giungono allo stesso albergo ove anni prima s'era fermato Costanzo, e dove Elena, rimasta gravida di lui, aveva dato alla luce un figliuolo bellissimo e di svegliato ingegno, fatto allora già grandicello. Mentre essi si stanno a tavola, il fanciullo salta sopr'uno dei loro cavalli. Per punirlo della sua tracotanza uno dei messi gli dà uno schiaffo; ma allora la madre dice a costui: Non lo percuotere, perchè è figlio dell'imperatore; e reca in prova di quanto dice il peplo donatole da Costanzo. Meravigliati, i messi tornano col fanciullo a Roma, il quale è dal padre riconosciuto per figlio, e istituito erede dell'Impero. Niceforo Callisto, il quale fiorì, come è noto, nel XIV secolo, reca nella Historia ecclesiastica[113] un racconto da lui senza dubbio attinto a fonte molto più antica, nel quale la parte storica è assai più copiosa che non nel racconto posto in bocca a Sant'Eusigno, ma che, ad ogni modo, ha con esso assai stretta attinenza. Costanzo giace con la figlia del suo ospite a Drepano, mentre, per commissione degli imperatori Diocleziano e Massimiano, va a procurare la pace coi Persiani, coi Parti, coi Sarmati, ed altri popoli, che recano grave danno all'impero. La fanciulla rimane incinta. In quella notte medesima Costanzo vede in sogno il sole sorgere dall'oceano occidentale. Raccomanda all'ospite suo di aver cura del bambino che sarà per nascere, e donato un peplo alla fanciulla, si parte. Dopo alcuni anni, già fatto Augusto, Costanzo manda ai Parti nuovi ambasciatori. Questi giungono a Drepano, e per un caso molto simile a quello narrato da Sant'Eusigno, riconoscono Costantino, la cui qualità è anche qui confermata dal peplo. Istruito della cosa, Costanzo fa venire a Roma il figliuolo e la madre; ma poi, per mettere quello al sicuro da ogni possibile insidia della imperatrice Teodora, lo manda a stare con Diocleziano in Nicomedia. Colà Costantino è educato nel palazzo imperiale, e abbraccia il cristianesimo.

Ma la leggenda si trova ricordata o indicata anche altrove. Negli atti greci di Sant'Artemio[114] si fa dire a Giuliano l'Apostata che Costantino era nato da una donna volgare, in nulla dissimile dalle meretrici, quando Costanzo non era ancor Cesare. Nella Contextio gemmarum di Eutichio, vescovo di Alessandria (m. 940), si narra che Costanzo sposò Elena in Mesopotamia, e che Elena era già stata convertita al cristianesimo da Barsica, vescovo di Roa, e che Costantino la lasciò gravida e se ne tornò a Bizanzio[115]. Quest'ultimo fatto, il quale mal si concilia con l'altro del matrimonio, riporta senza dubbio alla tradizione più antica, dove Costanzo avuta, senza nessun impegno da parte sua, la fanciulla, se ne va poi liberamente. In Occidente Sant'Ambrogio, già citato, e Sant'Aldelmo, non narrano la leggenda, ma vi alludono. Nella orazione recitata l'anno 395 per la morte di Teodosio alla presenza di Onorio, Sant'Ambrogio dice di Sant'Elena: «Stabulariam hanc primo fuisse asserunt, sic cognitam Constantio seniori qui postea regnum adeptus est. Bona Stabularia quae tam diligenter praesepe Domini requisivit»[116]. Per Sant'Aldelmo Elena è già di Bretagna, ma non ancora una principessa, anzi una concubina: «Dum Constantinus Constantii filius in Britannia ex pellice Helena susceptus sceptris imperii potiretur»[117].

Ricapitoliamo e concludiamo[118]. La leggenda che fa nascere Costantino d'illegittimo commercio, e narra del suo riconoscimento da parte del padre, dopo molti anni, per virtù di certi casi e di certi segni, leggenda che forma una delle due parti del racconto dell'Anonimo, è greca di origine, e risale, come dalle parole di Santo Ambrogio par che si possa legittimamente dedurre, sino al quarto secolo. Tale leggenda è molto diffusa in Oriente, dove si svolge, e si arricchisce via via di elementi romanzeschi; ma passa poi anche in Occidente, e qui, meno cognita e popolare, o si offusca, o si piega a nuove tendenze. Mentre nella tradizione orientale Elena è una ostessa, nella tradizione occidentale assorge a poco a poco al grado di patrizia e di regina. Sant'Ambrogio ricorda la opinione di coloro che credevano Elena essere stata una stabularia; ma questa opinione egli sembra più inclinato a respingere che ad accogliere. Sant'Aldelmo nel secolo settimo traspone già i fatti in Bretagna; e di Elena dice bensì che fu concubina di Costanzo, ma non fa motto della sua condizione: nell'VIII Cinevulfo ignora, o tace che Elena fosse Britanna. Più tardi Elena appare come figlia di un re; ma la tradizione antica del suo concubinato la perseguita ancora, come si vede dalle asserzioni contraddittorie degli scrittori rammentati di sopra. Anzi la tenacità di quella tradizione dà luogo nella nuova leggenda che si viene formando a incongruenze curiose. Almanno nel secolo IX, così comincia a narrare la vita della Santa[119]: «Beata igitur Helena, oriunda Trevirensis, tantae fuit nobilitatis secundum honestatem et dignitatem praesentis vitae, ut pene tota ingentis magnitudinis civitas computaretur in agrum sui praedii». Soggiunge che il palazzo magnifico di lei esisteva ancora a' suoi tempi incorporato nella chiesa di San Pietro Apostolo, e non gli pare impossibile ch'ella traesse la origine da Elena greca, cui superava grandemente di pregio. Poi, senz'avvedersi della contraddizione gravissima, volgendosi a parlare di Costanzo, esce in queste precise parole: «Interim dum ille feliciter et fortiter administraret belli negotia, comperta incomparabili nobilitate, pulchritudine et potentia Helenae in oculis Domini tam beatae, meditabatur ejus obtinere coniugium, desiderans si forte posset, ex ea suscipere filium, multaque illam, licet in officio concubinali, tractavit reverentia ed honestate, cor regis in hoc Domino reparante». Data a Elena la nobiltà del sangue, doveva sentirsi il bisogno di anticipare il tempo della sua conversione, o di farla nascere a dirittura cristiana. Già un esempio di ciò ci mostra in Oriente il racconto di Eutichio; un'altra tradizione orientale racconta che Elena, la quale era nativa di Edessa, fu, sino dall'infanzia, convertita al cristianesimo dal vescovo di quella città. In pari tempo si dovette pensare a mutare la scena dei fatti, e a togliere ad Elena la mala taccia di concubina, divenuta incomportabile con la nobiltà del suo lignaggio e col fervore della sua fede. Elena, Britanna, o Trevirense, va a Roma per ragion di pietà, ed è quivi forzata dall'imperatore. Tale è la forma della leggenda, tale il grado di svolgimento a cui essa si mostra pervenuta nel racconto dell'Anonimo, e in quelli di Giovanni da Verona e di Giacomo da Acqui. Che qui noi siamo in presenza dell'antica tradizione orientale combinata con nuovi elementi, e piegata, in parte, a nuove fantasie, non si può dubitare, chè a troppi segni vien fatto di riconoscerla per quella medesima. Basti qui rilevare una particolarità caratteristica. Mentre Giovanni da Verona, Giacomo da Acqui, Pietro de Natalibus e Nicola Manerbi dicono che Elena, col figlio e la nuora, andò ad abitare in un sontuoso palazzo e si diede a vivere nobilmente, l'Anonimo dice invece che Elena comperò una casa e si mise a fare l'ostessa: ora è questo un particolare evidentemente derivato dalla tradizione orientale, e la sua presenza può, sino ad un certo punto, dare argomento alla congettura che la versione dell'Anonimo sia più antica che non quella degli altri narratori. Ma qui si vuole insistere sopra un fatto già più sopra avvertito. La tradizione che, senza badare alle differenze delle particolari versioni, ho chiamata orientale, nota a Sant'Ambrogio, nota forse a Sant'Aldelmo, non sembra essere stata molto diffusa in Europa, dove per lungo tempo non se ne trova più fatto ricordo. La dimenticanza in cui essa si giacque agevolò senza dubbio di molto il sorgere delle tradizioni occidentali che fecero Elena Britanna o Trevirense, e sempre di nobilissima prosapia; il che non sarebbe così facilmente accaduto se si fosse avuta in memoria la fanciulla pagana trovata da Costanzo in un albergo, secondo il racconto di Sant'Eusigno, o la figlia dell'ospite di Drepano, di cui parla Niceforo, o solamente la stabularia di Sant'Ambrogio. Parecchi storici parlano della figlia del re Cloel, o della principessa di Treviri, moglie, o concubina di Costanzo, assai prima di Giovanni da Verona, e di Giacomo da Acqui, e dello stesso Anonimo, di cui del resto non si può con precisione assegnare l'età; ma non ve n'ha nessuno che faccia il più piccolo cenno di una leggenda circa la nascita e il riconoscimento di Costantino. Quando questa leggenda ricomparisce nelle scritture dell'Occidente, ricomparisce congiunta con un'altra finzione del tutto estranea ad essa; e questo connubio non può essere l'opera della fantasia popolare, ma bensì quella di un favoleggiatore solitario a cui occorse di conoscere, o a Costantinopoli, o in alcuna scrittura greca, o forse anche in alcuna scrittura latina andata perduta, o rimasta ignota sin qui, la tradizione orientale.