Tale è, considerata nel suo svolgimento e nelle varie sue forme, la leggenda di cui il medio evo venne circondando il nome di Trajano; ma dal detto sin qui non si rileva nulla che valga a spargere un qualche lume sulle origini e le ragioni di essa. Nel secolo VIII, o al più tardi nel IX, ritenuto apocrifo il racconto attribuito a Paolo Diacono, essa ci si mostra già interamente costituita; ma noi non sappiamo nè in qual tempo, nè dove sia nata, nè quali idee, o quali sentimenti abbiano influito nella sua formazione. Non sarà fuor di luogo il soffermarsi alquanto a fare anche di ciò qualche indagine, sebbene non sia possibile il venire ad altre conclusioni che di semplice probabilità.
Anzi tutto è da notare che nè Gregorio di Tours, nè Isidoro di Siviglia, il quale da alcuno, benchè a torto, si pretese fosse stato discepolo di San Gregorio, nè Beda, dicono nulla che neanche dalla lontana accenni alla leggenda, sebbene tutti e tre parlino con molta ammirazione, e qual più, qual meno diffusamente, del gran pontefice. Il silenzio di Gregorio di Tours e d'Isidoro di Siviglia non proverebbe, per ragioni che or ora vedremo, che la leggenda non fosse già nata; ma non si potrebbe dire altrettanto del silenzio di Beda, se da altra banda non si vedesse Beda aver taciuto, non il solo miracolo operato in benefizio di Trajano, ma tutti gli altri ancora che si leggono nelle posteriori Vite di San Gregorio.
La leggenda quale si ha nei racconti primitivi, è evidentemente composta di due parti, l'una delle quali narra l'atto di giustizia compiuto da Trajano, l'altra narra il miracolo della redenzione di Trajano dall'inferno. Di queste due parti la prima è indubitabilmente più antica, e nulla prova che abbia origine cristiana; la seconda è molto più recente, e la sua origine cristiana è manifesta. Ciò è provato ancora dagli stessi racconti di Paolo e di Giovanni, dove si dice che, passando per il foro Trajano, San Gregorio apprese, o ricordò, l'atto di giustizia dell'imperatore, e dove poi il fatto stesso è narrato, secondo dice Giovanni, sicut a prioribus traditur. Tutto ciò importa l'esistenza di una tradizione da lungo tempo fermata ed universalmente conosciuta. Questa tradizione, che nei racconti citati vedesi legata a un qualche monumento del Foro Trajano, esistente ancora senza dubbio, ai tempi in cui Giovanni Diacono scriveva, doveva essere nata in Roma stessa, dove risaliva forse a tempi molto remoti. Non è improbabile che la sorgente prima di essa sia un passo delle Istorie di Dione Cassio, il quale narra di Adriano un fatto molto simile a quello attribuito poscia a Trajano. La sostituzione del nome di questo a quello è cosa normalissima, secondo i processi generali della leggenda; ma nel caso particolare, tenuto conto della riputazione crescente di Trajano, appar quasi necessario. Se non che nel racconto di Dione non trovandosi nulla che spieghi certe particolarità della leggenda svolta e cresciuta, quali sarebbero la presentazione di Trajano a cavallo, circondato dalle sue milizie, e in sul punto di partir per la guerra, e il fatto stesso per cui si fa chiedere giustizia dalla vedova, per aver ragione di tutta la tradizione bisogna ricorrere ad altro. E gli è qui che si trae in mezzo la testimonianza antica di quelle scolture nelle quali tutto il caso sarebbe stato raffigurato, e in presenza delle quali fu di esso informato, o si rammentò San Gregorio. Un bassorilievo rappresentante Trajano vittorioso, cinto dai suoi cavalieri, e con la figura muliebre di una provincia sottomessa inginocchiata dinnanzi al cavallo, figurazione simbolica tutt'altro che insolita, suggerì senz'alcun dubbio le nuove finzioni. Una congettura sì fatta, proposta già da parecchi, oltrechè fondata nelle stesse testimonianze degli scrittori, è ancora sotto ogni rispetto plausibile[61]. Ma il Foro Trajano, che, in parte almeno, si conservò sino al secolo VIII, andò poscia soggetto a tali distruzioni, che nell'XI e nel XII non se ne ricordava più nemmeno la situazione precisa. Il bassorilievo in cui il popolo vedeva rappresentata la storia di Trajano e della vedova, sparve insieme col resto; ma poichè la leggenda era già formata, e la tradizione pertinacemente la custodiva, il popolo stesso, senza dubbio, cercò tra le rovine della sua città, un altro monumento, a cui novamente legarla. Ed ecco introdursi nella leggenda l'Arco della Pietà, di cui fanno ricordo recensioni meno antiche dei Mirabilia. Può darsi che il nome di Arcus Pietatis fosse dato al monumento dopo appunto che la leggenda si fu ad esso legata; ma si vuol notare tuttavia che in Roma sembra esservi stato anche un altro arco dello stesso nome[62].
Sin qui della prima parte della leggenda; ma che si ha a dire della seconda? dove e perchè prese essa nascimento? Notisi anzi tutto che la credenza ivi espressa che un pagano possa esser salvo, non è così singolare come potrebbe a primo aspetto parere. Senza voler risalire sino ad Origene e ad alcuni de' suoi seguaci, da cui fu considerata possibile persino la redenzione del diavolo, più e più scrittori ecclesiastici si possono ricordare, che, come Glica, Gabriele di Filadelfia, e Giorgio Coresio tra' Greci, credettero i dannati potessero essere liberati per le preghiere dei fedeli. Secondo la leggenda Santa Tecla liberò dall'inferno la propria madre Falconilla. Dante pone in paradiso anche il pagano Rifeo, e Ugo da San Vittore, che fu uno dei teologi più studiati dal poeta, dice che a Dio non può mancar modo di salvare coloro che, senza peccato, vissero prima di Cristo[63]. Il popolo che non si spaventa delle difficoltà teologiche, va anche più oltre, e fa uscir dall'inferno e introduce in paradiso tali che di tanta grazia non pajono in nessun modo meritevoli. Mi basterà ricordare ciò che nel noto fabliau francese si narra del giullare che perde, giocando con San Pietro, tutte le anime dell'inferno, alla cui custodia era stato preposto, ed entra poi con loro in paradiso; e ciò che la fiaba popolare racconta della madre pessima di San Pietro, la quale sarebbe con l'ajuto del figliuolo riuscita a salvarsi, se, per non poter soffrire che con lei si salvassero anche gli altri dannati, non avesse stancata la misericordia di Dio.
Gaston Paris crede che la seconda parte della leggenda possa trarre la origine da un fatto veramente accaduto[64]. Non è improbabile, dice l'illustre critico, che San Gregorio, ricordando le virtù di Trajano, abbia provato vivo rincrescimento della perdizione di un così giusto principe, abbia pregato per lui, ed abbia avuto una visione nella quale gli parve di udire una voce dal cielo che gli annunziava esaudita la sua preghiera. Certo un caso sì fatto non potrebbe dirsi nuovo nella storia dell'ascetismo cristiano, nè la sentenza dallo stesso San Gregorio pronunziata nel quarto libro dei suoi Dialoghi, che per gli infedeli non si deve pregare, sarebbe argomento sufficiente per escluderne in tutto la possibilità. Tuttavia la congettura mi sembra poco probabile. Se Gregorio Magno avesse veramente avuto una visione di tale natura, prima che in qualsivoglia altro luogo sarebbesi risaputo in Roma, nè in Roma poi, dove l'altra leggenda di Trajano era nata, se ne sarebbe così facilmente perduta memoria. Ora Giovanni Diacono dice esplicitamente di desumere il suo racconto da documenti divulgati per le Chiese d'Inghilterra, e soggiunge poi che mentre i Romani aggiustavano fede a tutti gli altri miracoli che si narravano del santo pontefice, di questo della redenzione di Trajano (de hoc quod apud Saxones legitur) dubitavano fortemente. Gli è dunque in Bretagna che ragionevolmente si deve cercare l'origine della seconda leggenda; e quando si pensi che gli Angli andavano debitori a San Gregorio della loro conversione al cristianesimo, e che la venerazione per tanto benefattore doveva necessariamente accrescersi come più si spandeva e si invigoriva la fede, non parrà strano che a costui fosse tra essi, attribuito un nuovo miracolo, che le altre genti conobbero e ammisero solo più tardi. Dico tra essi e non da essi; giacchè dell'atto di giustizia per cui andava famoso in Roma il nome di Trajano nulla potevano sapere i nuovi convertiti, mentre non lo potevano ignorare l'apostolo Agostino e i compagni suoi che venivano da Roma. Dire con sicurezza in quale occasione e per quali motivi il miracolo sia stato immaginato non è possibile; ma se si ponga mente alle condizioni in cui fu fatta quella missione, all'interesse che i missionarii potevano avere di mostrare con un esempio luminoso quale fosse la potenza spirituale di un pontefice, e di mostrare ciò particolarmente a re barbari con l'esempio di un principe pagano salvato, per le preghiere di un pontefice appunto, dall'inferno, si potranno forse scorgere alcune delle ragioni della finzione. Se non che tutto ciò è semplice congettura, e potrebbe anche darsi che la finzione avesse origini molto più umili, e si dovesse tutta alla fantasia di qualche Sassone pellegrino, che recatosi a Roma, piena la memoria delle virtù e dei miracoli di San Gregorio, udita colà narrare la leggenda di Trajano, ne togliesse argomento di un nuovo miracolo, e riportasse quindi ogni cosa nel suo paese natale.
La leggenda di Trajano diede molto da pensare ai teologi; ma non è questo il luogo di entrare in un minuzioso esame delle loro opinioni. Già nei racconti di Paolo e di Giovanni si accenna ai dubbii che essa suscitava negli animi. San Tommaso e Abelardo ammettevano il miracolo, lo ammetteva Santa Brigida, lo ammettevano i teologi deputati dal Concilio di Basilea (1431-1443) ad esaminare le famose Rivelazioni di questa santa. Altri recisamente lo negavano, come lo negarono poi il Bellarmino e il Baronio[65]. Coloro stessi poi che l'ammettevano discordavano quanto al modo del suo compimento e circa la sorte toccata a Trajano; e chi credeva che quest'imperatore non fosse veramente mai andato all'inferno, ma fosse stato serbato alle preghiere di San Gregorio; chi lo credeva in inferno tuttavia, ma pensava che per misericordia di Dio egli non vi patisse più i tormenti a cui sono soggetti tutti gli altri dannati; chi lo credeva bensì uscito dall'inferno, ma non ammesso in paradiso; chi finalmente diceva che, richiamato miracolosamente in vita, egli era stato battezzato da San Gregorio, e, morto poi la seconda volta, era senz'altro salito alla gloria celeste. Questa è l'opinione di Guglielmo di Auxerre e di Dante, il quale fa dir di Trajano all'aquila simbolica in Giove:
dallo inferno u' non si riede
Giammai a buon voler, tornò all'ossa[66].
Questa opinione poteva essere confortata e confermata da molti esempii di casi simili narrati nei leggendarii. Fra i miracoli della Vergine figurano assai spesso storie di peccatori che, morti impenitenti, e dannati, furono per la intercessione di lei richiamati in vita, e, fatta debita penitenza, poterono salvarsi[67]. Gioverà finalmente ricordare che San Gregorio, il quale, secondo un'altra leggenda famosa del medio evo, nacque di amori incestuosi e diventò marito della propria sua madre, ricomprato con asprissima penitenza e con l'esercizio di ogni virtù il suo involontario peccato, riuscì a salvare, oltre alla madre e a sè stesso, anche il padre dannato[68].
Altre leggende intorno a Trajano nell'occidente d'Europa non si sono formate; ma in Rumenia le gesta del conquistatore della Dacia diedero argomento, come anche quelle di Aureliano, a canti popolari epici, i quali, disgraziatamente, non furono insino ad ora da nessuno raccolti. Sia qui notato di passaggio che il noto apologo dell'animale senza cuore, apologo che risale insino ad Esopo, e in varie forme si trova narrato in molte scritture del medio evo, è nei Gesta Romanorum riferito a Trajano[69].