Su único hijo carnal:
Aunque perdonó la parte,
El no quiso perdonar.
Essi hanno un assai curioso riscontro nel racconto del Novellino secondo la lezione del cod. Panciatichiano-Palatino, dove si dice: «Lo Imperadore rivenne lo malificio; trovò che llo suo figliuolo l'avea morto correndo lo cavallo isciaghuratamente. Fecene giustizia et non volse pregho, poi cavalcoe et isconfisse li nimici».
Ma qui accade avvertire un fatto, il quale per la storia della leggenda nostra non è senza importanza. La versione testè esaminata, dove il figliuolo dell'imperatore è dato in compenso alla vedova, appare già nel Dolopathos latino di Giovanni di Alta Selva[45], salvo che qui del principe giusto non si dice che sia Trajano, ma solamente un re dei Romani, quidam Romanorum rex. Lo stesso silenzio quanto al nome fu osservato nel Dolopathos francese d'Herbers. Ora Giovanni d'Alta Selva compose il suo libro negli anni fra il 1184 e il 1212, e potrebbe nascer dubbio se la storia che egli racconta, e che altri poi attribuiscono a Trajano, non fosse in principio del tutto estranea a questo imperatore. Ma tale dubbio può essere facilmente dileguato confrontando il racconto suo con quello di Giovanni Diacono, giacchè il riscontro evidente di alcuni luoghi mostra che noi qui abbiamo veramente dinnanzi l'antica leggenda di Trajano, tuttochè profondamente variata e scompagnata dal nome di costui[46].
Corrente dunque il XII secolo la leggenda circolava sotto tre diverse forme: quella del Polycraticus, quella della Kaiserchronik, quella del Dolopathos. La seconda ebbe poca fortuna; molta n'ebbero per contrario la prima e la terza; e questa, forse perchè ricevuta in libri di minore autorità, palesa, a fronte di quella, maggior tendenza alla variazione. In un racconto di Enenkel[47] l'unico figlio di Trajano stupra una fanciulla; la madre di costei lo accusa e chiede giustizia. Trajano, sopraffatto dal dolore, ma risoluto di compiere il dover suo, si strappa i capelli e la barba, parla teneramente, ma fermamente al figliuolo, gli annunzia la morte che lo aspetta. Indarno s'inframmettono gli uomini di corte; indarno la vedova dice di voler per denari rinunziare alla sua vendetta; Trajano si rimane nel suo proposito; ma poi con un sottile ragionamento si persuade che senza tor la vita al figliuolo può soddisfare alla giustizia togliendogli gli occhi; e poichè padre e figlio sono una carne, fa strappare un occhio al figlio e l'altro a sè. Questa variante nacque senza dubbio, come fu già notato dal Massmann[48], per influsso della nota storia di Zaleuco, che, narrata primamente da Valerio Massimo, trovasi ripetuta in numerose scritture del medio evo.
Ma mentre varia nel modo che si è veduto la prima parte della leggenda, dov'è narrata la giustizia di Trajano, varia anche la seconda, dov'è narrato il miracolo; e come in quella si esagera il contrasto morale, così in questa si esagera il meraviglioso. Non saprei dire chi sia stato primo a narrare il nuovo miracolo a cui accenno; ma lo riferirò con le stesse parole di Jacopo della Lana, che commentando il noto luogo del canto X del Purgatorio così lo racconta: «Elli si legge che al tempo di san Gregorio papa si cavò a Roma una fossa per fare fondamento d'uno lavorio, e cavando li maestri, trovonno sotto terra uno monumento, lo quale fu aperto, e dentro era in fra l'altre ossa quello della testa del defunto, ed avea la lingua così rigida, carnosa e fresca, come fusse pure in quella ora seppellita. Considerato li maestri che molto tempo era scorso da quello die a quello, che potea essere stato seppellito lo detto defunto, tenneno questa invenzione della lingua essere gran meraviglia, e publiconno a molta gente. Alle orecchie di san Gregorio venne tal novità, fessela portare dinanzi, e congiurolla da parte di Dio vivo e vero, e per la fede cristiana, della quale elli era sommo pontefice, ch'ella li dovesse dire di che condizione fu nella prima vita. La lingua rispuose: io fui Traiano imperadore di Roma, che signoreggiai nel cotale tempo, dappoi che Cristo discese nella Vergine, e sono all'inferno perch'io non fui con fede. Investigato Gregorio della condizione di costui per quelle scritture che si trovonno, si trovò ch'elli fu uomo di grandissima giustizia e misericordiosa persona; e tra l'altre novelle trovò, che essendo armato e cavalcando con tutte le sue milizie fuori di Roma, andando per grandi fatti una vedovella, ecc.». Francesco da Buti ripete un po' più in breve questo stesso racconto; e il miracolo si trova inoltre narrato nel Fiore di filosofi, nel Novellino, nel già citato commento allo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo, altrove. Ma esso non è nuovo tra le finzioni ascetiche, e prima di apparire nella leggenda di Trajano aveva già avuto, senza dubbio, una lunga storia. Di San Macario si racconta che andando una volta per il deserto trovò un teschio, il quale, interrogato da lui, rispose, e disse che al mondo era stato pagano, e gli diè contezza dell'inferno dov'era relegata l'anima sua[49]. Werner Rolewing narra quanto segue[50]: «Circa annum domini ut puto .M.CC. in Vienna repertum fuit caput cujusdam defuncti, lingua adhuc integra cum labiis, et loquebatur recte. Episcopo autem interrogante qualis fuisset in vita, respondit: Ego eram paganus et judex in hoc loco, nec unquam lingua mea protulit iniquam sententiam, quare etiam mori non possum, donec aqua Baptismi renatus, ad coelum evolem, quare propter hoc hanc gratiam apud Deum merui. Baptizato igitur capite, statim lingua in favillam corruit et spiritus ad Dominum evolavit». Fra i miracoli della Vergine se ne trovano due che narrano un fatto in tutto simile, salvo che il teschio è non di pagano, ma di cristiano, e aspetta non il battesimo, ma la confessione[51].
Del modo onde San Gregorio fu tratto a intercedere per l'anima di Trajano si narra diversamente nelle diverse relazioni della leggenda. I racconti più antichi di Paolo e di Giovanni accennano oscuramente a qualche opera d'arte in cui fosse istoriato il fatto, e che sarebbesi veduto nel Foro stesso di Trajano. Negli Annales Magdeburgenses (Chronographus Saxo) composti in sul finire del XII secolo, ciò è detto più chiaramente: «Nam in ejus foro, ubi cuncta Traiani insignia facta espressa sunt, inter cetera hoc quoque mira celatura depictum est, quod properanti sibi ad proelium, ecc.»[52]. I Mirabilia nominano l'Arcus Pietatis, dinnanzi al Pantheon[53]. In un commento alla Divina Commedia, il quale è in sostanza tutt'uno con quello di Jacopo della Lana[54], si dice che San Gregorio vide la Storia di Trajano dipinta in un tempio. In altri racconti si dice che San {regorio lesse la storia di Trajano[55], oppure che se ne rammentò[56].
Già nella Vita di San Gregorio scritta da Paolo Diacono si fa cenno di un castigo inflitto da Dio a quel pontefice per aver osato d'intercedere per l'anima di un pagano, ma non si dice qual fosse. Nei racconti posteriori anche di questo si volle avere più sicura notizia. Gotofredo da Viterbo narra che, in punizione della sua petulanza, Gregorio fu così malamente percosso dall'angelo che gli convenne poi andar zoppo gran tempo. Fazio degli Uberti sa soltanto che Gregorio non fu dopo sano[57]. Nel Fiore di filosofi si dice[58] che «Dio l'impuose penitenza o volesse istare due dì in purgatorio, o sempre mai malato di febbre e di male di fianco. Santo Grigorio per minore pena disse che volea stare sempre con male di febbre e di fianco». Nella Kaiserchronik l'angelo annunzia a Gregorio che la sua prece è esaudita, che l'anima di Trajano gli sarà data in custodia sino al dì del giudizio, ma che in pena della sua tracotanza dovrà soffrire di sette diverse malattie e poscia morire; e come gli annunzia così succede. Qui si ha un riflesso di qualche altra leggenda ascetica[59].
La leggenda di Trajano, considerata così nella sua forma più antica, come nella più recente, ha parecchi riscontri fra le storie e le leggende dell'antichità e del medio evo. Di atti di severa giustizia compiuti da padri nella persona de' proprii figliuoli son troppi esempii, e non accade qui di riportarne alcuno in particolare; ma un qualche parallelo si può trovare anche al racconto di Paolo e di Giovanni. Niceforo Patriarca (m. nell'828) narra il seguente fatto avvenuto sotto il regno di Eraclio I[60]. Certo Vitulino viene a contesa con una vedova sua vicina; nel tafferuglio uno dei figliuoli di costei rimane ucciso dai servi di quello. Recando con sè le vesti insanguinate del figlio, la donna va a Costantinopoli, incontra l'imperatore per via, ferma il cavallo per le redini, e mostrando le spoglie dell'ucciso domanda giustizia. Lo imperatore risponde di volerci pensare. Dopo alcun tempo viene a Costantinopoli anche Vitulino, e l'imperatore, esaminata la cosa, lo fa morire. Un fatto in tutto simile a quello narrato nella prima versione della leggenda si trova anche narrato di quel Saladino, il cui nome fu così popolare nel medio evo. Qui probabilmente non d'altro si tratta che di una semplice trasposizione.