Giuliano ebbe sepoltura degna di sè. Chi dice che dalla sua tomba usciva un insopportabile fetore; chi, come abbiam veduto, che il suo corpo era immerso nella pece e nello zolfo[284]. Nel già più volte ricordato mistero francese i diavoli lo portano all'inferno anima e corpo; e vi fu persino chi volle sapere quale fu all'inferno il suo castigo. Nell'Eulogium si legge[285]: «Tradunt enim antiqui quod sicut Herodes cum prole sua propter occisionem Johannis cruciantur tempore perpetuo, sic Julianus cum tota parentela sua in inguine (igne?) cruciantur in aeternum». Dante non conosce nè tal pena, nè tal dannato[286].
CAPITOLO XV. Gli autori latini nel medio evo.
Se gl'imperatori, buoni o tristi, che avevan governato il mondo, combattuta o favorita la Chiesa, empiuta Roma dei monumenti del loro fasto e della loro potenza, dovevano, in una età essenzialmente fantastica, porgere argomento alle numerose leggende che siam venuti esaminando sin qui; ad altre, non men numerose, lo dovevan porgere gli autori latini; quegli autori, nelle cui pagine immortali pareva che vivesse ancora e fremesse, insieme con la lingua, la grand'anima di Roma, e i cui libri dispersi nella barbarie, quasi assi galleggianti di nave sfasciata, furono pressochè unico mezzo e strumento di salvezza alla naufragata coltura. Gli edifizii sontuosi innalzati dai Cesari, o giacevano nella polvere, o ingombravano di moli rovinose la devastata città; ma i libri dettati dai poeti e dagli storici, dai retori e dai filosofi, serbavano intatto il primitivo splendore, e soli ormai potevano fare piena e sicura testimonianza di quel glorioso passato di cui il tempo veniva più sempre cancellando i vestigi e accrescendo la nominanza. Essi erano la voce viva e imperitura di Roma; per essi i tardi nepoti venivano a conoscere le proprie origini e favellavano con l'antichissima progenitrice.
Una storia della varia fortuna delle lettere classiche, e più particolarmente delle latine, nella età di mezzo, dalle invasioni barbariche sino al Rinascimento, si desidera già da gran tempo, e tornerebbe di massimo giovamento agli studii medievali; ma sinora non altro s'è fatto in questa parte che illustrare alcuni speciali argomenti, e raccogliere materiali per chi sia da tanto di mettere insieme, e condurre a termine l'edifizio. Lungi da me il pensiero di volere in queste pagine sopperire comechessia al difetto, o anche di voler recare a quello studio un copioso contributo di notizie al tutto nuove. Non sarebbe questo il luogo da ciò, e il mio intendimento dev'essere, non tanto di dir cose nuove, quanto di raccogliere insieme quelle, note o ignote che sieno, che meglio valgano a dare una idea generale del modo onde nel medio evo furono studiati e giudicati gli scrittori romani, e servano come di fondo alle trattazioni speciali di cui verrò formando i capitoli che seguono.
Consideriamo prima di tutto le condizioni del fatto sotto l'aspetto più generale. Roma, come potenza politica ed intellettuale, o non esiste più, o esiste trasformata profondamente: i libri degli scrittori suoi, salvo le alterazioni più o meno gravi che possono avervi prodotte l'incuria e l'ignoranza dei copisti, o la temerità ingenua degl'interpolatori, sono rimasti tali e quali. Essi continuano a vivere, ma in un mondo che non è più il loro: figli della coltura pagana, essi trovansi smarriti in un mondo rimbarbarito, e per giunta cristiano. Ciò è quanto dire che la loro fortuna non può più essere quella stessa di prima, e che i giudizii recati sopra di essi debbono necessariamente risentirsi della mutata condizione della civiltà e delle credenze. Tra gli scrittori latini e pagani da una parte, e la barbarie e il cristianesimo dall'altra c'è opposizione e incompatibilità. La barbarie, che in questo caso è più particolarmente ignoranza, dà luogo agli errori di giudizio e alle pazze immaginazioni; il cristianesimo, costituito nella Chiesa, personificato negli scrittori ecclesiastici, sollecito della estirpazione delle false credenze, dà luogo alla riprovazione morale. I libri e gli scrittori pagani sono frantesi, travisati nella leggenda, dannati. Pur tuttavia un sentimento d'invincibile e quasi inconscia ammirazione sussiste per essi, e l'ignoranza non giunge in tutto a sformarli, e la fede non riesce ad ucciderli.
Giudicare equamente la politica che la Chiesa tenne di fronte alla coltura pagana non è cosa agevole, e i più si lasciano in così fatto argomento traviare dalla passione. Voler sostenere che la Chiesa non nocque a quella coltura è tanto assurdo quanto il non voler riconoscere che la Chiesa doveva per sua propria istituzione combatterla. Lo spirito del paganesimo era tutto nei poeti ch'esso aveva inspirati, nelle arti che aveva suscitate e nodrite; e l'attrattiva dell'errore, per se stessa quasi irresistibile all'uomo decaduto e nato nella colpa, era fatta maggiore del pericoloso lenocinio della bellezza. San Paolino di Nola in una epistola ad Ausonio pone in rilievo il contrasto ch'è tra la fede cristiana e il culto della poesia dei gentili; e quanti altri, prima e dopo di lui, non sentirono e non espressero quel contrasto medesimo! A rigor di logica non si poteva essere buon cristiano e compiacersi in pari tempo della lettura di Virgilio o di Ovidio. Ciò nullameno, e mentre durava ancora la lotta fra la Chiesa crescente e il decadente paganesimo, e dopo, quando la Chiesa potè posare in sicura vittoria, sempre si trovò chi attese allo studio delle lettere classiche, e chi quello studio venne commendando altrui. Gli apologeti vi attesero per una imperiosa necessità del loro ufficio: San Basilio, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant'Agostino, consigliarono, con varie cautele e restrizioni, la lettura degli scrittori pagani. Ma a questi, altri esempii di contraria natura, e in gran numero, si possono contrapporre; Teofilo, il celebro vescovo di Alessandria, distruggeva quanti libri gli venivano alle mani, Gregorio Magno faceva guerra sino alla grammatica[287].
Questa incertezza del sentimento cristiano di fronte all'antica coltura ed ai suoi monumenti si perpetuò nel medio evo, così che riesce molto difficile dire quanto la Chiesa abbia in quella età nociuto, quanto abbia giovato alle lettere classiche. Che le ragioni della decadenza erano, in parte, anteriori ai tempi in cui la Chiesa cominciò ad operare con qualche efficacia in mezzo alla società pagana, è riconosciuto da chiunque sia in grado di recare in tale argomento un imparziale giudizio; e da altra banda si vuol considerare che tutto, o quasi tutto quanto pervenne sino a noi delle lettere latine fu conservato per la diligenza dei chierici[288]. Si ammiravano le bellezze immortali di cui ridevano le pagine di quegl'insigni antichi artefici del pensiero e della parola, ma se ne temevano le dolci lusinghe. Lo spirito maligno, che nel sorriso di una bella donna, in una coppa di vin generoso, nel profumo di un fiore, sapeva preparare formidabili insidie, poteva bene servirsi di un esametro di Virgilio, o di un coriambo d'Orazio per invescare le anime. Molti allora, di fronte agli autori della classica antichità, si trovarono nella condizione stessa di spirito di un amante timorato, combattuto fra il desiderio della passione e l'orror del peccato. Pietro Damiano (988-1072), il gran restauratore della monastica disciplina, dice in un suo sermone[289]: «Olim mihi Tullius dulcescebat, blandiebantur carmina poetarum, philosophi verbis aureis insplendebant, et Sirenes usque in exilium dulces meum incantaverunt intellectum»; nelle quali parole par che trepidi ancora un dolce ricordo e un rimpianto di gaudii perduti. In altri l'abito dell'ascetica austerità, l'indole cupa e morosa, l'angoscioso pensiero dell'eterna dannazione, mettevano sospetti più gravi e più tristi paure, che si esprimevano con parole di contumelia e di esecrazione. Nel VII secolo Sant'Andoeno chiama scelerati Omero e Virgilio[290]; nel X, Leone, abate di San Bonifacio e legato apostolico, rispondendo alle accuse d'ignoranza che i vescovi della Gallia avevano nel sinodo di Reims mosso agli ecclesiastici romani, dichiara in una epistola ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di San Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio e gli altri del filosofico bestiame[291]. Ranulfo Glaber racconta nella sua Cronaca la storia di un grammatico di Ravenna, per nome Vilgardo, molto studioso e sollecito degli antichi autori, al quale una notte apparvero alcuni diavoli sotto le spoglie di Virgilio, di Orazio e di Giovenale, e lo ringraziarono della diligenza ch'egli adoperava intorno ai loro scritti, e gli promisero di farlo, dopo morto, partecipe della propria lor gloria. Invanito per tali promesse, egli cominciò a dire molte cose in pregiudizio della vera fede, tanto che fu dannato per eretico[292]. Allo stesso modo assumeva il diavolo la figura ora di questa, ora di quella antica divinità. Il fatto sarebbe avvenuto ai tempi della dominazione longobardica; e se da una parte dimostra quali sensi di esecrazione gli scrittori pagani inspirassero nei più credenti, dimostra dall'altra come qualcuno ancora vi fosse che, innamorato dell'opere loro, ne sognava la gloria. Sant'Odone, abate di Cluny, fu trattenuto dal leggere le poesie di Virgilio da certa visione che ebbe, in cui gli parve vedere un vaso bellissimo di fuori e dentro pieno di serpenti, i quali uscitine presero a circuirlo. Egli intese che i serpenti erano le false dottrine dei poeti, e il vaso il libro di Virgilio[293]. Di Ugo Augustodunense, a mezzo dell'XI secolo abate di Cluny, racconta Elinando[294] che un giorno, dormendo, sognò d'avere sotto il capo una gran moltitudine di serpi. Destatosi, sollevò il capezzale, e trovò che v'era sotto un antico volume di Virgilio, gettato il quale, potè riposare tranquillamente.
Alcuni più tolleranti consideravano lo studio delle lettere come affatto inutile a chi aveva nelle Sacre Carte, e nei dogmi della Chiesa la certa e inconcutibile verità; altri lo giudicavano invece dannoso al buon costume e alla fede. Nello Speculum exemplorum si racconta[295] che San Francesco lanciò una formidabile maledizione contro un suo discepolo, che, senz'avergliene chiesto licenza, ordinò uno studio in Bologna. Tu vuoi, diss'egli al colpevole, distruggere l'ordine mio. Io desiderava e voleva che ad esempio del mio Signore i miei fratelli pregassero più che non leggessero. Il povero maledetto incontanente infermò, e stando nel letto fu miracolosamente privato della vita da una gocciola ignea e sulfurea piovuta dal cielo, la quale perforò il suo corpo e il letto insieme. Il diavolo ne portò via l'anima. Nella Satira X Jacopone da Todi prorompe in queste parole:
Tal è, qual è, tal è:
Non c'è religione.