Mal vedemmo Parisi,
Che n'ha destrutto Ascisi;
Con la lor lettoria
L'han messo in mala via[296].
I Domenicani, a dir vero, a dispetto della propria regola, la pensavano diversamente, e Jacopo Passavanti era da' suoi superiori mandato a studiare a Parigi. De' suoi studii profani fanno copiosa testimonianza gli esempii tratti dalle storie e dalle favole antiche e introdotti nello Specchio della vera penitenza, sovrattutto nella redazione latina.
Se le regole di alcuni ordini monastici vietavano la lettura degli scrittori pagani[297], le regole di altri ordini, non solo la permettevano, ma della trascrizione dei codici facevano un obbligo espresso[298]. Gli è a questo modo che i monaci del X, XI e XII secolo resero alla coltura servigi indimenticabili[299]. Se non fossero state le grandi abazie, dove si tenevano scuole di grammatica, e si custodivano gelosamente quanti libri si potevano avere, non uno forse degli scrittori latini sarebbe giunto insino a noi[300]. Invece di biasimare i monaci perchè non considerarono gli scrittori pagani a quel modo stesso che possiamo considerarli noi, bisogna lodarli d'aver saputo conciliare in qualche misura l'amor delle lettere col sentimento religioso, contraddicendo alcuna volta, nonchè allo spirito, alla lettera stessa delle regole monastiche, e vedere in questo fatto una prova della grande attrattiva che gli antichi volumi serbavano nel medio evo, e dell'attitudine che gli uomini di quella età avevano ancora a gustarne le profane bellezze. Non mancò mai chi apertamente consigliasse la lettura dei classici, e molti che palesemente la biasimavano e la sconsigliavano altrui, se ne giovavano poi per proprio conto, e andavan superbi di potere ostentare negli scritti la erudizione e l'eleganze attinte negli antichi volumi. Più d'uno fu mosso a scrivere dall'esempio e dalla riputazione di questo o di quell'antico[301]. I poeti, gli storici, i filosofi si trovano continuamente ricordati, e le sentenze e le opinioni loro citate e commentate; e ciò non solo in opere di argomento profano, ma ancora, ed anzi più, in quello di argomento religioso, e di spirito più particolarmente ecclesiastico, nei trattati teologici ed ascetici, nei libri di educazione, negli scritti polemici. E non è una delle cose meno curiose in tali opere trovare appunto citati gli scrittori pagani insieme coi Padri, i libri loro insieme con la Bibbia. Veggansi, per un esempio tra mille, gli Ammaestramenti degli Antichi di Bartolomeo da San Concordio, frate predicatore. Delle loro sentenze morali si facevan raccolte, che sotto il nome di Flores o Flosculi s'inserivano poi dove venivano in taglio, come, per non moltiplicare nemmeno qui gli esempii, si può vedere nello Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense. Seneca, Cicerone, Giovenale, persino Orazio, si citano col nome onorato di ethici; spesso si trovano riportate le loro sentenze senza nessuna indicazione di nome, ma accompagnate semplicemente dalle parole: Ethicus ait. Nel Liber moralizationum historiarum dell'Holkoth, su quarantasette moralità che lo compongono moltissime traggono l'argomento da scrittori pagani, e più particolarmente da Cicerone, Seneca, Tito Livio, Ovidio, Giovenale, Plinio, Solino, Valerio Massimo. Certo, molto spesso chi cita non conosce del suo scrittore altro che il nome, o qualche detto ricevuto di seconda, o di terza mano; ma spessissimo ancora le citazioni sono tratte direttamente dai testi. Ad ogni modo il fatto che più importa qui si è, non la molta o poca, esatta od inesatta conoscenza degli scrittori classici, ma il grande rispetto e la grande ammirazione che si ha e si dimostra per essi. La loro riputazione di sapienza e di veridicità è universale. Guglielmo d'Hirschau (m. 1091) riferisce la opinione di alcuni che fondavano tutta la dottrina dei quattro elementi sopra un verso di Giovenale[302], di quel Giovenale a cui lo stesso Dante non osava contraddire senza scusarsene. Tale essendo la riputazione degli scrittori latini, molti, per acquistar credito all'opere loro, dovevano porre innanzi e fingere fonti latine; specie chi scrisse allora di cose naturali ebbe in costume di spacciare sotto i nomi di Plinio, di Solino, di Eliano, le favole più stravaganti. Verrà un tempo in cui poeti cristiani, come Brunetto Latini, Dante, Fazio degli Uberti, prenderanno a guida di simbolici viaggi scrittori pagani, e con la scorta loro ammaestreranno, narreranno, descriveranno fondo a tutto l'universo. Alcuni di questi saranno già entrati nel regno dei cieli; altri, che non ebber battesmo, ma furono senza peccato, si sottrarranno all'inferno e si porranno in luogo distinto, scevri da pena e onorati[303]. Onorio Augustodunense, il quale fiorì nella prima metà del XII secolo, e fu uomo di chiesa, come tutti quasi i dotti d'allora, dice nel suo trattato De animæ exilio et patria, sive de artibus[304], che l'esiglio dell'anima altro non è se non l'ignoranza, la patria, per contro, il sapere. Dall'esiglio si ritorna in patria per una via lungo la quale sono dieci città: Grammatica, Retorica, Dialettica, Aritmetica, Musica, Geometria, Astronomia, Fisica, Meccanica, Economia. Nella prima insegnano Donato e Prisciano, nella seconda Cicerone, nella terza Aristotile, nella quarta Boezio, nella quinta discepoli di costui, nella sesta Arato, nella settima Igino e Giulio Cesare, nella ottava Ippocrate; nella nona e nella decima non appare nessun particolare maestro.
Quale che potesse essere la naturale ostilità della Chiesa contro agli scrittori pagani, il sentimento di ammirazione da questi inspirato empieva gli animi, e non permetteva che certe condanne passassero interamente dal concetto alla pratica. In uno dei suoi scritti dice San Bernardo[305]: «Omnes placuerunt Deo in vita sua, vitæ meritis, non scientiæ. Petrus, et Andreas et filii Zebedæi, ceterique condiscipuli omnes, non de schola rhetorum philosophorumque assunti sunt». Ma poi soggiunge: «Videar forsitan nimius in suggillatione scientiæ, et quasi reprehendere doctos, ac prohibere studia literarum. Absit». Non si dimentichi inoltre che una certa tradizione classica e pagana, assai difficile a distruggere in tutto, sopravviveva, dove più, dove meno, nelle province d'Europa soggette un tempo alla dominazione di Roma. Essa ricompariva qua e là nella letteratura popolare, si perpetuava in certe credenze e costumanze, si manifestava in certe propensioni dello spirito, e, senza che altri se ne avvedesse, riusciva a mitigare certi contrasti, faceva parere l'antico mondo, qual era rappresentato negli scrittori, meno estraneo, meno disforme. Ciò avveniva più che altrove in Italia, dove, meglio che altrove, s'era conservato l'antico spirito latino, tanto che Ottone di Frisinga si meravigliava di trovare in Lombardia la lingua, la urbanità, la sapienza dei Romani[306], e dove in rozzissimi canti popolari del XI e del XII secolo abbondano le reminiscenze di Roma, delle sue glorie, delle sue divinità[307]. Questo persistere di una tradizione più viva e più gelosamente custodita lascia intendere in parte perchè il Rinascimento avesse principio in Italia, e dall'Italia si diffondesse nella rimanente Europa. Le scuole di grammatica e di retorica non cessarono mai interamente, nè qui, nè fuori, e, benchè molto mutate, pure per diritta filiazione si legavano, risalendo di secolo in secolo, alle antiche scuole dell'impero. Ma il vincolo più forte e più efficace tra l'antica e la nuova età, tra il mondo pagano e il mondo cristiano, era quella bella e vigorosa e trionfale lingua latina, che non fu meno operosa nella conquista delle terre e dei popoli di quello fossero state le armi dei legionarii, e che la Chiesa aveva consacrata, affidandole il solenne deposito delle verità della fede, e facendola strumento augusto della preghiera. Per lungo tempo essa disputa ai volgari nascenti e formantisi il mal certo dominio; poi, quando questi hanno digià ottenuta la vittoria, non si ritrae dal popolo se non a rilento, e non muore, ma si lega sempre più intimamente a tutto il pensiero dei tempi, e, segno massimo della vita nei linguaggi, seguita ad alterarsi e a variare, docilmente piegandosi a tutte le necessità, procedendo con la storia di pari passo. In latino si scrive, in latino si prega, in latino si predica; rozzi canti latini corrono tra il popolo. Strano a dire, la lingua latina non diventa veramente lingua morta se non quando comincia il Rinascimento. La Chiesa parla lo stesso linguaggio degli antichi poeti, i metri che avevano servito a celebrare Giove e Venere, servono ancora a celebrare Cristo e Maria[308]. Come l'unità della lingua, che è vincolo atto a tener moralmente congiunte per secoli più parti di un popolo disgregato politicamente, non avrebbe anche in questo caso, a dispetto di ogni altro contrasto, fatta palese la sua efficacia, e ajutato a raccostare il lettore cristiano allo scrittore pagano, e agevolata la conciliazione dell'antico e del nuovo spirito? La lingua latina era, insieme con gli scrittori latini, quanto di meglio sopravvanzava del dissipato retaggio di Roma: leggendo, parlando, scrivendo il latino, l'uomo del medio evo poteva sentirsi cristiano e romano ad un tempo. Ciò spiega perchè in quella età siasi data tanta importanza agli studii grammaticali. Nè qui è da considerare la sola lingua latina. Quanto nel medio evo potesse far meglio e più profondamente sentire la partecipazione alla vita dell'antica Roma, e vie più stringere i legami tra i nepoti e gli antenati, doveva tornare in beneficio degli scrittori pagani, con abbreviare in certo qual modo le distanze, promuovere le simpatie, levare i sospetti. Il diritto romano, almeno in Italia, non era mai caduto in dimenticanza; anzi sembra che nella tradizione e nella pratica di esso non siavi stata interruzione mai[309]. Nella prima metà dell'XI secolo, Vipone, cappellano di Corrado II e di Enrico III imperatori, lodava l'usanza che si aveva in Italia di fare istudiare ai giovani il giure[310]. Chi invocava e praticava la legge romana doveva considerare come illustri concittadini suoi gli scrittori di Roma, e compiacersi in loro.
Questo stesso Vipone dice in uno dei suoi Proverbia:
Notitia literarum lux est animarum;
parole che certamente pajono strane in bocca di un ecclesiastico, il quale non avrebbe dovuto ammettere che ci fosse altra luce dell'anime fuor di quella della parola divina che raggia dalla Sacre Carte. Ma è indubitato che quelle parole esprimevano un sentimento comune a molti, comprovato da altre testimonianze infinite. Pietro di Blois scriveva verso il 1170 a un professore dell'Università di Parigi: «Priscianus et Tullius, Lucanus et Persius, isti sunt dii vestri[311]». Ben più strano del resto deve parere che la cognizione degli scrittori classici, posseduta da un uomo di chiesa, potesse porgere argomento di grandissima lode ad altri, lui morto. Nell'epitafio di certo ecclesiastico italiano per nome Guido, morto probabilmente nel 1095, si leggono, tra gli altri, anche i seguenti versi[312]: