Leto Widonis moriuntur dicta Platonis,
Leto Widonis doletur opus Ciceronis,
Leto Widonis tacuerunt facta Maronis,
Leto Widonis cessavit musa Nasonis.
Pitagoras, Socrates, Plato, Tullius et Maro vates
Quicquid senserunt, quicquid cuncti docuerunt,
Hauserat hic totum, placet ergo fundere votum:
Liber ab inferno regnet cum rege superno.
Non perchè cristiano, non perchè ministro della Chiesa, non perchè giusto osservatore della legge divina, sembra qui questo Guido meritevole del regno dei cieli all'anonimo epigrafista, ma perchè copioso di poetica vena, ma perchè eloquente, ma perchè erudito nell'antica sapienza.
In ogni tempo del medio evo gli ecclesiastici più riputati studiarono nei classici, e chi volesse moltiplicare gli esempii potrebbe facilmente riempierne un volume. Sant'Aldelmo, nato verso il 640, conosceva molto bene gli autori latini, come del resto chiaramente appare dai suoi scritti; e il suo biografo Faricio dice di lui: Latinæ quoque scientiæ valde potatus rivulis. Degli ecclesiastici della corte di Carlo Magno non è mestieri fare particolareggiato ricordo. Nel secolo X Raterio, vescovo di Verona, leggeva con amore i poeti; intorno al 1061 Benzone vescovo di Alba, nel Panegyricus ritmicus dedicato a Enrico III imperatore, nomina Virgilio, Lucano, Stazio, Pindaro, Omero, Orazio (noster Horatius)[313], Quintiliano, Terenzio, molto compiacendosi nella ostentazione del proprio sapere. Gonzone da Novara (sec. X), accusato e deriso dai monaci di San Gallo per avere usato un accusativo dove ci voleva un ablativo, scrive per difendersi una lunga epistola ai monaci di Reichenau, nella quale fa pompa di tutta la sua erudizione. In quel medesimo secolo, Vulgario, prete napoletano, usa metri insoliti, sparge di grecismi, infarcisce di classiche reminiscenze le sue poesie latine[314]. Nella scuola claustrale di Paderborn si leggevano Virgilio, Lucano, Stazio, l'Iliade compendiata da Pindaro Tebano. Gerberto spiegava ai suoi discepoli Virgilio, Lucano, Terenzio, Giovenale, Stazio, Persio[315]. A tutti questi chierici, e ad altri molti che si potrebbero ricordare, la poesia classica doveva sembrare, come ad Alcuino, un vino inebbriante, d'altro sapore certo, ma non men gradito al palato che il miele delle Sacre Scritture[316]. In generale, nei secoli IX e X, che, del resto, sono giustamente considerati come i più tenebrosi di tutto il medio evo, l'antichità fu amata e studiata e conosciuta assai più di quanto comunemente si creda. Ratieri da Verona dichiarava di non voler promuovere ai sacri ordini nessuno che non avesse qualche letteraria coltura[317]. Nel secolo seguente, e negli altri che precedono il Rinascimento, lo studio delle lettere classiche va mano mano crescendo.