Ma i classici non solamente si studiavano, si imitavano ancora; e gli epici antichi servivano di modello agli epici nuovi, e i lirici ai lirici, alcuna volta con danno grave del sentimento cristiano così camuffato di vesti non sue. Come imitassero i dotti della corte di Carlo Magno è noto abbastanza. Nella seconda metà del IX secolo il Franco Otfrid, educato, come si crede, nella scuola celebre di Fulda, e discepolo di Rabano Mauro, era mosso a scrivere il suo poema di Cristo, oltre che dall'esempio di Giovenco, di Aratore, di Prudenzio, da quello ancora di Ovidio, di Lucano, di Virgilio. L'autore del Waltharius imitava Virgilio in argomento profano, ma altri facevano lo stesso in argomento sacro; Hrotsvitha imitava Terenzio. Più tardi Bernardo di Chartres imiterà Lucrezio, presso che ignoto al medio evo[318], Giovanni Sarisberiense imiterà Ovidio, altri, senza numero, imiteranno quando l'uno, quando l'altro degli antichi scrittori, e spesso ancora parecchi insieme. Non di rado l'imitazione passa il segno, e persevera quando dovrebbe cessare, introducendo in soggetti sacri nomi, epiteti, immagini sconvenientissimi. Questa usanza era del resto assai antica. Circa il mezzo del IV secolo, Aquilino Giovenco chiama Cristo proles veneranda Tonantis. Alcuino chiama i santi cives Olympi, gens diva Tonantis; nella Vita Caroli Magni del Poeta Sassone si trova nominata la musa, Febo è detto initium mundi totius et anni, e il l. V comincia col verso:

Pangite iam lacerae carmen lugubre Camenae.

Altri così fatti esempii, come pure di emistichi, di versi, d'intere sentenze, tolti da' poeti latini e introdotti in iscritture, sia di argomento sacro, sia di profano, sono a dirittura innumerevoli. Le favole e i miti classici sono conosciuti universalmente, e gli scrittori non si lasciano fuggir l'occasione di ricordarli, di adoperarli anche, come esempii, a proposito di qualche ammaestramento morale. Alcuni fra i più reputati, come Alano de Insulis, Giovanni d'Hauteville, Alessandro Neckam, Giovanni Sarisberiense, ecc., hanno della favola antica cognizione amplissima e veramente meravigliosa. In un poemetto latino del X secolo pubblicato dal Niebuhr[319] son nominati Venere, le Parche, Nettuno: in un altro del secolo XII, conservato in un codice Vaticano, Ganimede ed Elena contendono della loro bellezza[320]. Nelle Geste dei Pisani a Majorca di Lorenzo da Verona[321] (XII sec.), e nell'Eulistea di Bonifacio, da Verona ancor esso[322] (XIII sec.), si trovano parecchie reminiscenze di mitologia classica. Dei Goliardi non fa d'uopo discorrere.

Se alcuna storia famosa dell'antichità, per esempio quella di Edipo, con la quale riscontra in tante parti la nota leggenda di Gregorio Magno, si fosse conservata, variando più o meno, anche tradizionalmente, è dubbio[323]; ma non è d'uopo ricordare come durante tutto il medio evo si rifacessero in lingue volgari le storie di Troja, d'Alessandro Magno, di Ercole, di Giasone, l'Eneide, la Farsaglia, la Tebaide[324]. L'ignoto Romolo, Galfredo, Ugobardo Sulmonense, Maria di Francia, altri, rimettevano in circolazione le vecchie favole di Esopo e di Fedro[325]. In pari tempo le traduzioni si moltiplicavano: nel XIII secolo Riccardo d'Annebaut in Francia giungeva sino a mettere in versi le istituzioni di Giustiniano[326].

Ci furono nel medio evo uomini che possedettero dell'antichità classica una conoscenza veramente meravigliosa, come Giovanni di Salisbury, il primo fra tutti[327], Giuseppe Iscano, Guntero, autore del Ligurinus, Bernardo Silvestro, Alano de Insulis, Vincenzo Bellovacense, nel cui solo Speculum Naturale si citano trecentocinquanta autori. Ma oltre che la conoscenza loro è, per dir così, tutta esteriore, e si ferma alla lettera, e non penetra lo spirito dell'antichità, non ve n'ha quasi nessuno che, parlando degli scrittori classici, non cada in errori gravissimi, e alcuna volta a dirittura ridicoli. Giovanni Sarisberiense fa due distinte persone di Svetonio e di Tranquillo[328], e Vincenzo Bellovacense divide similmente in due Sofocle, confonde in un solo i due Seneca, fa di Cicerone un capitano d'eserciti, scrive Scalpurnus invece di Calpurnius[329]. Altri, meno eruditi, incappavano in ispropositi ancor più solenni. Alard de Cambray, autore del Traité sur les moralités des philosophes, credeva che Tullio e Cicerone, Virgilio e Marone fossero persone diverse[330]; e, quanto a Cicerone, lo stesso errore aveva già commesso Ermoldo Nigello[331]. Ranulfo Higden chiamava Plauto rhetor et doctor[332].

Dove tali errori erano possibili, la fantasia, che volentieri si esercita intorno alle cose di cui l'uomo non ha cognizione retta e sicura, aveva buon giuoco. I grandi scrittori dell'antichità, presenti sempre alla memoria del medio evo, non potevano sottrarsi al suo potere. Si avevano i libri loro, ma s'ignoravano molte particolarità della loro vita, e quanto maggiore era l'ammirazione che si professava per essi, tanto più irresistibile doveva essere la tentazione di supplire con la finzione al vero che s'ignorava. Spesso ancora una immaginazione popolare, un concetto morale espresso in forma di parabola, o altrimenti, si legava al nome di alcuno di quegli illustri, senz'altro motivo che il desiderio di procacciare alla immaginazione o al concetto, mediante quel connubio, più larga diffusione e maggior credito. Gli è a questo modo che Socrate, Platone, Ippocrate, Aristotile, Virgilio, ed altri, di cui farò parola a suo luogo, entrarono in leggende, più o meno, secondo i casi, confacenti al loro carattere, e non è a stupire se tra le fantasie che si spacciarono, alcune se ne trovano assai stravaganti. Omero passa generalmente per un mentitore, il quale, o non conobbe a dovere, o travisò i fatti della guerra trojana[333]. Socrate in greco vuol dire osservatore di giustizia[334]. Le due mogli che egli aveva lo picchiarono un giorno per modo che poco mancò non ci lasciasse la vita. Allora riparò con alcuni discepoli in un luogo campestre, e quivi scrisse di molti libri[335]. Nella novella 61 del Novellino (testo Gualteruzzi) Socrate è fatto di Roma, e il consiglio della città commette a lui di rispondere a certi ambasciatori di Grecia che domandavano dispensa dal tributo[336]. Nei Gesta Romanorum[337] e altrove, si racconta che l'imperatore Claudio diede la propria figliuola in isposa a Socrate, a condizione che se quella fosse poi morta, egli, Socrate, si sarebbe tolta la vita. Alcun tempo dopo la celebrazione del matrimonio, la figliuola di Claudio inferma gravemente; ma, seguendo i consigli di un vecchio, Socrate la guarisce, ed è dall'imperatore colmato di ricchezze e di onori. Platone, il cui nome vuol dire compito, si piaceva molto nei luoghi deserti, e quando piangeva la sua voce si udiva due miglia lontano. Egli fu uno degli otto maggiori medici dell'antichità[338]. Era ricchissimo. Diogene andò un giorno alla casa di lui, e trovativi letti sfarzosi, cominciò coi piedi imbrattati di fango a insudiciarne le coltrici di porpora; poscia, partendosi, disse a Platone: Così la tua superbia è abbattuta da un'altra superbia. Allora Platone si ritrasse insieme coi suoi discepoli in un luogo deserto e pestilenziale, «acciò che l'asprità del luogo rompesse la volontà della lussuria della carne»[339]. Morì, secondo alcuni, per non aver saputo risolvere certo enigma che gli era stato proposto[340]. Aristotile vuol dire perfetto in bontà[341]. Da alcuni Aristotile fu creduto figlio del diavolo, ma egli non fece contro alla teologia: morendo volle fossero seppelliti con lui i suoi libri, dei quali si servirà l'Anticristo. Alcuno diceva che egli fosse morto per non aver potuto intendere il fenomeno del flusso e del riflusso del mare: giacchè, diss'egli, io non posso comprendere te, tu comprendi me; e si gettò nell'acqua[342]. Non fa mestieri di ricordare qui la famosa storia di Aristotile innamorato[343], nè la leggenda parimente notissima d'Ippocrate. Tolomeo il Cosmografo è creduto un re, errore di cui facilmente si scopre la causa[344].

Degli scrittori latini sarà parlato nei capitoli seguenti: qui basterà riportare qualcuna delle stranezze che si spacciarono intorno ai meno celebri. Sallustio era un gran signore non meno ricco che sapiente e valoroso[345]. Cornelio Nepote, poco noto del resto nel medio evo, sapeva tutti i linguaggi[346]. Macrobio, del cui sepolcro andava superba la città di Parma[347], notissimo nel medio evo pel suo commento al Somnium Scipionis, vestì sempre di bianco[348], ecc. Tanto del resto i filosofi, quanto i poeti pagani, erano generalmente tenuti in conto di astrologi[349], e non pochi passarono per maghi. Che a qualcuno dei libri loro si attribuissero virtù meravigliose, non deve parere troppo strano: nella Eneide si ricercarono oracoli; Enea Silvio Piccolomini racconta che la lettura di Quinto Curzio guarì Alfonso di Aragona re di Napoli da una grave malattia[350].

Un'altra fantasia la quale merita d'essere qui ricordata, era quella che consisteva nell'attribuire qualità di cristiano al tale o tale altro antico scrittore. Di questa vedremo in seguito alcuni esempii assai notabili. Essa, oltre che soddisfaceva un sentimento assai naturale in chi non poteva cessar di ammirare i pagani illustri, riusciva praticamente assai utile, spuntando l'avversione della Chiesa, e togliendo gli scrupoli alle coscienze timorate. La Chiesa non poteva più ragionevolmente vietare, nè i credenti dovevano più temere, la lettura di uno scrittore antico, quando questo scrittore passava per cristiano. Le leggende in cui tale fantasia si figurava erano di leggieri credute, nè la Chiesa aveva poi grande interesse a sbugiardarle, chè anzi a lei doveva tornare gradito che fra i pagani più celebri si moltiplicassero i testimoni della verità. In ogni tempo insigni scrittori ecclesiastici ammisero che, assai prima della venuta di Cristo, alcuni pagani eletti poterono, per divina grazia, avere come un presentimento della redenzione, e una anticipata conoscenza delle maggiori verità della fede. Giustino Martire, nell'Apologia prima, rappresenta Socrate, Platone ed altri filosofi dell'antichità quali cultori e seguaci dell'unica verità[351]. Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Giovanni Crisostomo pensarono che Socrate fosse salvo. San Tommaso ammetteva che parecchi tra i filosofi pagani avessero avuto la fede implicita. Chi più si avvantaggiava di questi sentimenti era Platone, verso le dottrine del quale tanti Padri si sentirono istintivamente attirati. Sant'Agostino ribatte in un luogo del trattato De Civitate Dei[352], la opinione di coloro che credevano Platone avesse conosciuto Geremia, o lette le scritture dei profeti, la quale opinione aveva egli stesso precedentemente seguitata[353]; ma dice che il filosofo greco divinò la Trinità[354]. Una divinazione così fatta fu poi ammessa anche per Aristotile. Pietro di Blois credeva ancora che Platone avesse studiato le scritture, e attintane la verità che nella dottrina di lui si ritrova[355]. Nelle Quaestiones pubblicate dal Gretser sotto il nome di Anastasio Sinaita si dice, con riferimento alla visione di certo Scolastico, che Platone fu salvo[356], e così ancora si disse di Aristotile. Anche Abelardo ammetteva che molte verità del cristianesimo fossero state note in anticipazione ai filosofi antichi[357]. In un poema di Pietro di Vernon (XII sec.), intitolato dal Roquefort Les enseignements d'Aristote, il filosofo di Stagira ammaestra Alessandro Magno nella fede cristiana[358]. Nel Dit d'Aristotle di Rutebeuf, Aristotile ammaestra Alessandro Magno invocando la Vergine[359]. Di Socrate non si fa un cristiano a dirittura, ma si dice che morì perchè non voleva adorare gl'idoli[360]. Cristiano invece fu fatto Giuseppe Flavio, e cristiani Virgilio, Seneca, Lucano, Stazio, Plinio il Giovane, Silio Italico, come per alcuni vedremo più particolareggiatamente in seguito. Claudiano fu fatto cristiano da Sant'Agostino e da Orosio. La dottrina cristiana si trova in Macrobio secondo Abelardo[361]. In un Mistero francese Tiberio tiene consiglio sulla questione della divinità di Cristo, in favore del quale parlano Terenzio, Boccaccio, Giovenale[362]. Molti antichi avevano annunziato l'incarnazione del Verbo e la nascita del Redentore[363].

Ma anche chi non credeva alla ortodossia degli antichi scrittori aveva modo di scusare, ed anzi di rendere plausibile la lettura dei libri loro, immaginando che in questi fossero nascoste, sotto il velo delle favole e sotto i poetici ornamenti, profonde ed ottime verità morali. Il pensiero e il sentimento cristiano inclinano spontaneamente all'allegoria e al simbolo. Sin dalle origini, l'arte delle catacombe è tutta simbolica; la liturgia ecclesiastica è un complicato sistema di allegorie e di simboli. Assai presto nelle Scritture si distinsero due sensi, il letterale ed il mistico, suddiviso quest'ultimo in anagogico, allegorico, morale. Secondo Occam gli Evangeli avevano quattro sensi, istorico, allegorico, tropologico ed anagogico[364]. Esagerandosi sempre più questa tendenza, si finì con interpretare allegoricamente tutta la storia e tutta la natura, concepite oramai non altrimenti che come un immenso sistema di segni e di simboli del soprassensibile. Allora la poesia fu considerata anzi tutto come un linguaggio più sottile e più nobile, il cui principale ufficio consisteva in velare di acconce forme le auguste verità teologiche e morali. Per Alano de Insulis la poesia è una verità recondita celata sotto una corteccia di menzogna[365]. Sul limitare del Rinascimento Dante e il Petrarca credono ancora che lo spirito della poesia stia essenzialmente nell'allegoria. L'alto concetto che universalmente si aveva della sapienza dei pagani, doveva indurre a credere che nei versi loro fossero chiuse le più sublimi dottrine[366]. Di tale credenza vedremo alcuni esempii più oltre: qui basterà ricordare che Dante e il Petrarca e il Boccaccio intendevano nella Eneide anche un senso allegorico, e che Dionigi da Borgo San Sepolcro, monaco agostiniano, volgeva a senso tropologico parecchi scrittori pagani, tra gli altri Virgilio, Ovidio, Seneca.

I poeti, cui si attribuiva tanta recondita sapienza, ragionevolmente non si sarebbero più dovuti distinguere dai filosofi, e in fatto molto spesso incontra che sotto il nome comune di filosofi, si trovino compresi tutti gli scrittori pagani. Nel Romans de tous les philosophes, Alars de Cambray pone tra i filosofi Terenzio, Lucano, Persio, Orazio, Giovenale, Ovidio, Sallustio, Virgilio, Macrobio[367], e in simile modo si trovano mescolati coi filosofi i poeti e gli storici, in molti di quei numerosissimi trattati del medio evo, dove si pretende di dare il fiore dell'antica sapienza[368]. In altri per contro si nota una certa tendenza a raccogliere solamente i detti e gli esempii di quelli che più precisamente possono addimandarsi filosofi[369]. Chi non era troppo inclinato a scorgere per entro ai versi dei poeti una risposta allegorica, non poteva, specie se di sentimento religioso un po' austero, non fare una certa differenza tra poeti e filosofi, e porre questi sopra quelli in dignità. Non accade esaminare ora quale contegno la Chiesa tenesse di fronte alla filosofia antica: esso non fu sempre di una maniera; ma ciò che si può dire in generale si è che la prova filosofica ripugna all'indole del cristianesimo, ch'è tutto fondato sulla fede. Sant'Agostino, che fu da prima molto infervorato per la filosofia, finì che vi rinunziò, e dichiarò i filosofi greci essere assai più meritevoli di riso che di confutazione, e disse che la sola vera filosofia era la vera fede. Atanasio il Grande confessava che, come più egli si sforzava di speculare sulla divinità di Cristo, meno la intendeva, e ammoniva di credere senza cercar le prove. Nel 1228 Gregorio IX rimproverava ai dottori della Università di Parigi di essere piuttosto teofanti che teologi, e li esortava a non adulterare il verbo divino con le finzioni dei filosofi. San Bernardo chiama i filosofi vani e curiosi, e cent'altri li giudicano nel medesimo modo e anche peggio. A voler far troppo il loico si correva pericolo di perder l'anima, come prova la storia di quello scolare che, dopo morto, apparve al suo maestro con una cappa tutta coperta di sofismi indosso, storia francese narrata anche dal Passavanti. Ma, da altra banda, era già stato riconosciuto sino dai primi apologeti, che la filosofia pagana conteneva parecchi germi di verità, ed è indubitato che il pitagoreismo, il platonismo, lo stoicismo hanno col cristianesimo qualche notabile relazione. Abelardo poteva giungere a dire che il cristianesimo altro non è che un volgarizzamento delle dottrine esoteriche dei filosofi antichi. Platone e Aristotile pagani governano il pensiero cristiano, e di loro, e degli altri antichi sapienti si parla con la più profonda ammirazione[370]: non di rado si trovano ad essi attribuite sentenze tratte dalle Sacre Scritture[371]. Nel XII e nel XIII secolo la riputazione dei filosofi, e più specialmente di Aristotile, cresciuta oltremisura, offusca quella dei poeti; i Cornificiani, contro di cui Giovanni Sarisberiense scrisse il Metalogicus, disprezzavano i classici, e ogni altro studio che non fosse di logica e di dialettica. Nella Bataille de septs arts di Enrico d'Andely la Grammatica, raccolti i suoi campioni, Omero, Claudiano, Donato, Persio, Prisciano, e altri poeti, va a combattere contro la Logica e Aristotile[372].