Ma ciò che più monta qui di notare si è una certa distinzione di carattere morale fatta tra i filosofi e i poeti, tra coloro che avevano divinato qualche parte della verità rivelata e coloro che avevano rivestito di tutte le seduzioni dell'arte gli errori del gentilesimo. Abelardo, così largo verso i filosofi, era severissimo contro i poeti[373]. Una delle miniature che nel manoscritto originale accompagnavano l'Hortus deliciarum della Badessa Herrad di Landsperg (XII secolo) era, a tale proposito, molto istruttiva: e dico era, giacchè quel manoscritto credo sia andato distrutto nell'incendio della Biblioteca di Strasburgo, dove si conservava. In quella miniatura erano rappresentate, tra due cerchi concentrici, da sette donne, contraddistinte da opportuni emblemi, le sette arti. Dentro al cerchio minore una figura sedente in trono e coronata rappresentava lo Spirito Santo, tra le mani del quale un breve con la scritta: Omnis sapientia a Deo est. Soli quod desiderant facere possunt sapientes. La corona, sopra la quale tre teste figuravano l'Etica, la Logica, la Fisica, recava l'iscrizione Philosophia. Alla destra dello Spirito Santo si leggeva: Septem fontes sapientie fluunt de philosophia qui dicuntur liberales artes; alla sinistra: Spiritus sanctus inventor est septem liberalium artium que sunt grammatica, rethorica, dialectica, musica, arithmetica, geometria, astronomia. Sott'esso erano figurati Socrate e Platone con la seguente scritta: Naturam universe rei queri docuit Philosophia; Philosophi primum ethicam, postea phisicam, deinde rethoricam docuerunt; Philosophi sapientes mundi et gentium clerici fuerunt. Fuori dei due cerchi che rappresentavano il dominio delle sette arti quattro figure erano designate quali Poete vel magi spirito immundo instincti. A ciascuno parlava nell'orecchio un corvo, figura del demonio, inspiratore di perverse dottrine. Li accompagnava la scritta: Isti immundis spiritibus inspirati scribunt artem magicam et poetriam idest fabulosa commenta[374]. Ma questi ed altri tali giudizii, i quali movevano da una fede troppo angusta ed ombrosa, non potevano prevalere contro il sentimento dei più, contro l'uso e la tradizione. Le favole dei poeti serbavano tanta attrattiva che, da sè sola avrebbe potuto vincere ogni ripugnanza religiosa e morale; ma la ingegnosa leggenda veniva in ajuto, e con pietose menzogne procacciava la conciliazione dei poeti e della Chiesa, ed apriva ai pagani le porte del cielo.
CAPITOLO XVI. Virgilio.
Infra tutti i poeti dell'antichità il più celebre, il più ammirato nel medio evo è Virgilio, e la leggenda sua è, tra quante se ne formarono intorno agli scrittori pagani, la più complessa e meravigliosa[375]; meravigliosa per modo e, a primo aspetto, così disforme dall'uomo a cui si è avvinta, così contraria a tutto quanto sappiamo di lui, che a più d'uno venne dubbio non essere il Virgilio di cui vi si narra, quello stesso che fu in ogni tempo salutato principe della poesia latina, ma un altro, di tutt'altri tempi, e di tutt'altra condizione[376]. Ora un tal dubbio non è più guari possibile. Certo, molti dei fatti riferiti nella leggenda appartennero in origine ad altri personaggi leggendarii, coi quali si può dire che il Virgilio favoloso siasi in una certa misura confuso; ma il medesimo incontra in molt'altre leggende di uomini illustri, ed è indubitato che nella intenzione di tutta intera la favola, il Virgilio operatore di prodigi è quel medesimo che fu famigliare di Augusto e scrisse l'Eneide. E gli è questa identità per l'appunto che conferisce alla favola tanta attrattiva e tanta importanza, e muta in degno soggetto di studio e d'indagine scientifica quanto altrimenti non sarebbe che pascolo a una oziosa curiosità.
Si noti anzi tutto una cosa. La leggenda virgiliana non è nella storia delle fantasie e delle finzioni cui porsero argomento, nell'età di mezzo, gli scrittori pagani, un fatto unico, e nemmeno un fatto che mostri insoliti caratteri, od abbia nelle origini sue alcunchè di straordinario. Molti altri antichi scrittori patirono nella leggenda trasformazioni simili a quella cui andò soggetto Virgilio, sebbene per nessun altro la trasformazione sia proceduta tant'oltre. Ma la differenza sta solamente nel grado, nella quantità, non nella qualità; in fondo il fenomeno è sempre lo stesso; e si può dire con piena sicurezza che tutti gli antichi scrittori sarebbero stati trasformati in quella stessa misura che Virgilio, se tutti, nel medio evo, si fossero trovati nelle condizioni in cui egli ebbe a trovarsi. Ciò posto, rimane esclusa ogni idea d'arbitrio. La leggenda virgiliana è pur sempre, come ogni altra leggenda, frutto della fantasia; ma questa fantasia non lavora nel vuoto ed a caso, anzi si appoggia da ogni banda alla tradizione, ai fatti, alla vita reale; il Virgilio taumaturgo non è più il Virgilio poeta, ma discende da questo, e a questo pur sempre ritorna, e se l'uno non avesse scritto l'Eneide, non si sarebbe attribuita all'altro la fabbrica della Salvatio Romae. Nella leggenda di lui, come in ogni altra leggenda consimile, si trova ancora, senza dubbio, del fortuito, dell'accidentale, ma in cotal forma tuttavia che il fortuito e l'accidentale è sempre contenuto dentro alla necessità generale, e starei per dire storica dell'intera finzione. In questo caso, come in cent'altri, bisogna ricordare che la leggenda è una fiorita della storia.
Chi si fa a narrare della fortuna di Virgilio nel medio evo deve porre studio a due fatti, e cioè, prima alla celebrità impareggiata ed alla ammirazione di cui egli fruì in quella età, poscia alla successiva formazione della leggenda. La celebrità di Virgilio è quella che porge al nascere della leggenda la occasione principale, come la opinione del suo ineguagliato e più che umano sapere le porge, presso che sempre, la base. Nella leggenda stessa sono da sceverare più parti, le quali differiscono tra loro, non solamente per la diversità dello spirito che le informa, e per la varia natura delle finzioni in che si esplicano, ma ancora per la diversità delle cause da cui traggono l'origine. Anzi tutto è da distinguere la parte che più propriamente concerne Virgilio profeta e quasi cristiano, da quella che più propriamente concerne Virgilio mago, e in questa seconda parte sono da sceverare due diverse e contrarie tendenze, secondochè Virgilio è considerato in essa come mago benefico che usa di una scienza giusta e legittima, tuttochè soprannaturale, oppure come mago maligno, stretto in riprovevole colleganza con le potestà tenebrose. In generale questa seconda tendenza si manifesta posteriormente alla prima, e segna la degenerazione della leggenda. Gli è quasi superfluo avvertire del resto che le finzioni della prima parte della leggenda, spesso si compongono e si legano con quelle della seconda.
Nella storia pertanto delle vicende a cui va soggetto Virgilio nel medio evo, sono quattro diversi temi di studio che vogliono essere successivamente esaminati: 1º la riputazione dello scrittore e la fortuna delle opere di lui; 2º la leggenda di Virgilio profeta di Cristo; 3º la leggenda di Virgilio mago; 4º la degenerazione della leggenda virgiliana.
Nelle poche pagine serbate al presente capitolo io non posso dar luogo ad una tale trattazione del primo tema quale dall'importanza sua sarebbe richiesta, e però, per quanto vi si riferisce, rimando il lettore al primo volume dell'opera del Comparetti, dove esso è trattato con tale un'ampiezza di dottrina, e con tanta sicurezza di critica da disanimar chicchessia dal ritentare la difficile impresa. Mi contenterò pertanto di alcuni cenni più necessarii.
La fortuna di Virgilio nel medio evo è intimamente connessa con quella degli studii profani, ed è, in sostanza, la stessa di tutti gli altri scrittori latini, salvo che, primeggiando egli su tutti, ed essendo, in certo qual modo, il più autorevole e legittimo rappresentante dell'antica coltura, in lui, e nell'opere sue, viene a sperimentarsi più risoluto quel contrasto degli spiriti, quell'urto di simpatie e di avversioni, in che il medio evo cristiano si travaglia di fronte all'antichità pagana. Durante ancora il miglior tempo di Roma la gloria di Virgilio aveva oscurato quella di tutti gli altri poeti, e quello passato, e sopravvenuta la decadenza, non era punto venuta meno; che anzi, sebbene ormai fossero in tutto mutate le condizioni della coltura, e venisse mancando sempre più la retta e viva intelligenza dell'arte antica, egli tuttavia soprastava alle tenebre che salivano, ed era universalmente considerato quale colonna della scuola, maestro sommo di grammatica e di retorica, principe d'ogni sapere. Con tale riputazione massima acquistata mentre ancor sussisteva il mondo romano, Virgilio passa nel medio evo, e la conserva, e per alcuni rispetti l'accresce: egli è fra tutti gli scrittori pagani il più letto. Le ragioni di tale fortuna sono certamente parecchie. In parte è da dire che il medio evo seguitava obbediente la tradizione, in parte che esso serbava ancora aperto il senso alle lusinghe di quell'arte squisita e sovrana; ma, senza dubbio, alla riputazione del poeta conferiva ancora in grande misura il soggetto stesso dell'Eneide, l'opera maggiore di lui. L'Eneide è l'epopea di Roma. Sia qual esser si voglia il giudizio che di essa reca la critica, nessuno potrà negare che in uno dei suoi maggiori difetti, quello che le viene dalla origine essenzialmente erudita, o dall'essere, come altri dice, epopea artificiale anzichè naturale, non istia pure la ragione precipua della sua vera grandezza. L'Eneide è l'epopea di una matura civiltà e di una società venuta nel pieno rigoglio della sua vita storica, di una società che con piena coscienza di sè e vivo sentimento degli alti destini a cui è chiamata, celebra se medesima e le origini proprie. In nessun'altra epopea del mondo si trova una simile fusione delle memorie supposte di un popolo, con l'attuale e vivo pensiero di esso. Si disse che nella Eneide fanno difetto, insieme con lo spirito popolaresco, anche gli elementi della tradizione popolare; su ciò non è possibile, credo, far certo giudizio; ad ogni modo è innegabile che l'idea reggitrice di tutto il poema è un'idea altamente nazionale, l'idea romana per eccellenza. Nel medio evo, quando Roma ridiventa centro a tutta la vita dei tempi, il poeta che aveva cantato le origini dell'eterna città, e celebrato quell'Enea che dalla Provvidenza era stato eletto a padre dell'impero, e a preparare il santo luogo al successor di S. Pietro, non poteva non esser fatto segno di culto speciale; e quando Dante lo sceglie a guida nella prima parte del meraviglioso suo viaggio, noi intendiamo di leggieri che tale dimostrazione di onore è da lui data, non solo al profeta supposto di Cristo, ma ancora al poeta sapiente che narrò i gloriosi principii di Roma, di Roma, sede dell'impero, culla della Chiesa.
Chi volesse ricercare nelle letterature del medio evo, e più specialmente nella latina, le prove dell'ammirazione di cui godette allora Virgilio, si porrebbe a un lavoro senza fine, tante sono le reminiscenze, tanti sono gli esempii manifesti d'imitazione che si trovano per entro agli scrittori[377]. Qualche esempio della irresistibile attrattiva che le poesie di lui esercitavano sugli animi abbiamo già veduto nel capitolo precedente, alcun altro ne vedremo in seguito. La imitazione amorosa di esse comincia già nella letteratura latino-ecclesiastica più antica, sussistente ancora l'impero, e si prosegue poi per tutto il medio evo. I poeti della corte di Carlo Magno imitavano, oltre all'Eneide, anche l'ecloghe e le Georgiche. Di tratto in tratto i vecchi scrupoli della coscienza cristiana si palesavano anche contro di esse, e si ripetevano i biasimi già espressi da San Gerolamo, ma più per mostrare l'irresolutezza degli spiriti, il contrasto della fede e del sentimento, che non per venire a qualche effetto nella pratica. Alcuino sconsigliava ai suoi giovani discepoli la lettura di Virgilio, ma era egli stesso un discepolo del poeta pagano, e in parecchi suoi scritti le reminiscenze virgiliane non iscarseggiano. Del resto due ragioni concorrevano a mitigare l'avversione che altri, come cristiano, potesse avere contro Virgilio; la prima, che da molti veramente si credeva avere il poeta annunziata nella quarta sua ecloga la venuta di Cristo redentore; la seconda, che era opinione non meno diffusa l'Eneide contenere, sotto il velo dell'allegoria, sublimi verità morali. Abbiamo già veduto come la coscienza cristiana si giovasse di questi due espedienti, supposizione di una fede più o meno esplicita negli scrittori, interpretazione allegorica delle opere loro, per giustificare lo studio delle lettere classiche. L'interpretazione allegorica dell'Eneide si comincia a fare dagli stessi pagani e si seguita poi dai cristiani; l'altre opere di Virgilio contengono anch'esse arcane e riposte verità[378]. Il cristiano Fabio Planciade Fulgenzio, non posteriore, come sembra, al VI secolo, nello strano suo scritto intitolato De continentia Vergiliana, si fa dichiarare, in una maniera di visione, dallo stesso Virgilio, il soggetto proprio dei dodici libri dell'Eneide, il quale è la rappresentazione della vita umana e il figurato trionfo della sapienza e della virtù sull'errore e sulle passioni. Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury serbano presso a poco la medesima interpretazione, e la serba ancora Dante, e la serbano in pieno Rinascimento Leon Battista Alberti e Cristoforo Landino. Poteva pertanto, senza incorrere in troppo solenne stravaganza, il famoso gesuita Hardouin, che dichiarava apocrife presso che tutte le antiche scritture, affermare nel secolo XVII l'Eneide essere fattura di un benedittino del trecento, e l'avventuroso viaggio di Enea figurare il viaggio di S. Pietro a Roma.
Virgilio regnava sovrano nelle scuole dove si attendeva agli studii di grammatica e di retorica, e fuori di quelle scuole, a chi si piccava di più peregrino sapere, porgeva argomento di speculazioni che usurpavano il nome di filosofiche. Letto, commentato, interpretato, Virgilio personificava in sè, non solo la grammatica e la retorica, ma tutto ancora il sapere dei tempi. Già Macrobio lo celebra come autore enciclopedico, tanto profondo nella scienza quanto ameno d'ingegno[379]. Donato assicura che egli attese allo studio della medicina e della matematica, e pieno di ogni scienza lo dice Servio. Questa riputazione di onniscienza vien via crescendo nel medio evo, e se per Dante Virgilio è il savio gentil che tutto seppe, e il mar di tutto il senno, nel Dolopathos è il maestro amoroso e prudente che col suo sapere educa e in pari tempo salva il discepolo.