La grande opinione che si aveva del sapere di Virgilio conferiva naturalmente a rafforzar la credenza che il poeta avesse presentito alcun che della venuta di Cristo. Nè, in fatti, si poteva ammettere che un uomo qual egli era, versato in tutte le discipline più arcane, fosse rimasto interamente al bujo di un avvenimento che doveva rinnovare il mondo. Aggiungasi che una comune tendenza degli spiriti portava ad ammettere, come già notammo, che non pochi fra gli antichi, o per una speciale grazia del cielo, o per virtù del proprio ingegno, avessero indovinato qualche parte della verità bandita poi dal cristianesimo, e questa parrà certo ragione più che sufficiente a spiegare come i versi sibillini della IV ecloga, dove si parla della nascita di un fanciullo divino e del rinnovamento del mondo, potessero essere considerati quali una profezia circa la nascita di Cristo e il diffondersi della nuova fede[380]. «L'autorità somma», dice il Comparetti, «di cui godeva Virgilio come scrittore di un sapere straordinario, come primo fra gli antichi poeti ed anche come il migliore sotto il rapporto del buon costume, fece impressione su molti teologi cristiani, i quali trattarono a fidanza con lui meglio che con altri poeti pagani, e non isdegnarono citar la sua parola, sia in appoggio di taluni grandi principii del cristianesimo, sia a dimostrare che egli era fra i pagani colui che meglio a queste verità si era avvicinato»[381]. Lattanzio ammette che Virgilio abbia annunziata la venuta di Cristo[382]. Nella Oratio ad Sanctorum coelum[383], l'imperatore Costantino, o forse Eusebio sotto il nome di lui, si studia di provare che nella quarta ecloga Virgilio ha veramente profetizzato quella venuta; e tale opinione, contraddetta da San Girolamo, e più tardi da Sant'Isidoro, è accolta da Sant'Agostino[384]. Prudenzio fa suoi in parte i versi famosi contenenti il vaticinio[385]. Nel medio evo quella opinione è universalmente accettata, e Virgilio, insieme con la Sibilla e coi profeti, comparisce nei Misteri, specialmente della Natività, a fare contro la Sinagoga testimonianza della divinità di Cristo. In un mistero latino, dell'XI secolo, il Praecentor dice a Virgilio:
Vates Maro gentilium
Da Christo testimonium.
E Virgilio risponde:
Ecce polo demissa solo nova progenies est[386].
Se non che la supposta profezia dava luogo a due diverse opinioni, secondochè si credeva fatta dal poeta inconsapevolmente, in virtù di una ispirazione divina della quale il poeta stesso altro non era che il recipiente passivo, oppure si credeva fatta da lui con piena consapevolezza, e come credente. A quella prima opinione, che è, come vedremo, la seguitata da Dante, si lega un'altra curiosa credenza, secondo la quale San Paolo avrebbe pianto sulla tomba del grand'uomo, lamentando di non essere giunto in tempo per convertirlo. In certo inno che, durante ancora il secolo XV, si usava di cantare in Mantova ad onor di San Paolo, sono i seguenti versi, che esprimono il dolore dell'apostolo:
Ad Maronis mausoleum
Ductus, fudit super eum
Piae rorem lacrymae;
Quem te, inquit, reddidissem,