Si te vivum invenissem,

Poetarum maxime![387]

Secondo l'altra opinione Virgilio fu egli stesso cristiano. Giovanni d'Outremeuse, che ne fa anche un legislatore dei Romani, giunge a dire che egli annunziò ai senatori la venuta e la passione di Cristo[388], insegnò la dottrina della Trinità a certi egiziani, affermando la propria fede, e si fece battezzare in punto di morte[389]. Ma molto prima, senza dubbio, vi furono spiriti, i quali non seppero capacitarsi, che il buono e gentile Virgilio non fosse salvo. Bellissima, e a tale riguardo molto istruttiva, è la leggenda che si narra in una vita di San Cadoco, diversa da quella pubblicata dai Bollandisti (24 Gennajo). Una volta San Cadoco, il quale fiorì nel V secolo, era in compagnia di San Gilda sulla riva del mare. Egli teneva sotto il braccio il volume di Virgilio, nel quale era solito di ammaestrare i suoi discepoli, e piangeva in silenzio. Perchè piangi? gli chiese San Gilda. Piango, rispose quegli, perchè l'autore di questo libro che io amo, e mi porge così vivo diletto, è forse dannato alle pene eterne. Senz'alcun dubbio, soggiunse San Gilda. Dio non giudica questi favoleggiatori diversamente dagli altri uomini. In quel punto medesimo una folata di vento involò il libro e lo lanciò nel mare. Grande fu la costernazione di San Cadoco, il quale fece voto di non più mangiare nè bere finchè non gli fosse rivelato qual sorte serba Iddio a coloro che nel mondo cantarono come cantano gli angeli nel cielo. Preso dal sonno, egli udì una voce soave che diceva: Prega, prega per me; non istancarti di pregare, affinchè io possa celebrare in eterno cantando la misericordia del Signore. Il giorno seguente il santo ritrovò nel corpo di un salmone il libro di Virgilio, e il poeta senza dubbio fu salvo[390]. Non mancò, del resto, chi giudicò Virgilio un vero pagano e un figlio del diavolo. Abbiam veduto già quali fantastici terrori il suo volume potesse inspirare[391]: Enenkel dice di lui:

er was ein rechter heiden;

an rechtem glouben was er blint;

er was gar der helle kint[392].

Egual fortuna toccò ad Aristotile, da alcuni giudicato salvo, da altri irremissibilmente dannato[393].

Se per un processo normale, e quasi necessario, della coscienza cristiana Virgilio poeta pagano si trasforma in un profeta di Cristo, per un processo consimile dello spirito romantico e fantastico che domina tutta quanta la vita nel medio evo, il poeta si trasforma in mago. La base su cui si fonda tutta la favola della magia di Virgilio è la grande opinione che si ha del costui sapere. Per questo rispetto è da dire che nella tela amplissima delle finzioni virgiliane non v'è discontinuità, e che tutte, in ultima analisi, si possono ridurre a uno stesso principio, ch'è quello della impareggiabile celebrità di Virgilio. Mi duole di dovermi qui scostare dalla opinione del Comparetti, il quale troppo recisamente separa, a mio credere, quella ch'egli chiama la leggenda letteraria di Virgilio da quella che dice popolare, alla quale ultima solamente attribuisce le finzioni tutte che riguardano il mago[394]. «Chi domandasse», sono le sue proprie parole, «se di per sè solo il tipo scolastico di Virgilio dovesse senz'altra occasione, per trasformazione naturale e per associazione d'idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi descriveremo, io non esiterei a rispondere di no. Che l'antico savio si cambi in mago è fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade ha luogo per puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v'ha antico che arrivi mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che ebbe il Virgilio mago». Qui v'è luogo a più di una osservazione, e non ispiacerà, spero, al lettore, che io mi vi soffermi alquanto, essendo la questione di non picciol momento pel tema che ci occupa. Che nessun antico abbia avuto mai il largo ciclo di leggenda biografica che ebbe Virgilio è fatto innegabile, e che in parte si spiega con la maggiore nominanza di questo, in parte con altre ragioni a cui verrò fra poco; ma non mi pare si possa con egual sicurezza sostenere che il tipo scolastico di Virgilio non avrebbe potuto per semplice trasformazione naturale, e per associazione d'idee, cambiarsi nel tipo di Virgilio mago, chè anzi credo si debba francamente affermare il contrario. Una naturalissima associazione d'idee portò sempre gli spiriti nel medio evo a confondere in uno il mago ed il savio, giacchè qualunque scienza eccedesse allora i termini della più comune coltura, si stimava magia, non solo dagl'intelletti più grossi, ma da quelli ancora più intendenti e più colti. Gerberto, Ruggiero Bacone, Alberto Magno furono tenuti in conto di maghi, e degli antichi troviamo aver corso la medesima sorte nel medio evo, oltre ad Apollonio Tianeo, la cui leggenda presenta non pochi tratti di somiglianza con quella di Virgilio, anche Platone, Aristotile e forse altri. Nel Libro Imperiale abbiam veduto trasformato in grande negromante lo stesso Giulio Cesare[395]. Nel Romans d'Alixandre si parla di una colonna eretta da Platone in Atene, la quale colonna, alla cento piedi, aveva in cima una lampada che rischiarava tutta la città[396]. Questo Platone fantastico, profeta anch'egli di Cristo, come abbiam veduto, e operatore di meraviglie, è un perfetto parallelo di Virgilio profeta e mago, salvo che la leggenda di lui rimane per così dire in embrione, mentre quella di Virgilio si svolge e si accresce. Di Aristotile si narrava, come ho già accennato, che volle sepolti con sè i suoi libri, e perchè nessuno più potesse giovarsene, rese il proprio sepolcro inaccessibile, storia narrata poi con qualche diversità anche di Virgilio[397]. Qui pure la leggenda prende argomento dalla gran fama del sapere di Aristotile, a cui nel medio evo, quasi che le opere da lui veramente composte non paressero a quella fama adeguate e sufficienti, altre strane scritture, secondo il gusto dei tempi, si attribuivano. Il Mandeville racconta nel favoloso suo libro che sul sepolcro di Aristotile i gentili avevano alzato un altare e ogni anno vi celebravano una festa, stimando di avere da lui la sapienza. Qui si tratta, non di leggenda popolare, ma di letteraria, giacchè ogni sospetto di leggenda popolare è escluso dal nome stesso di Aristotile[398]. Il poeta tedesco Rumeland nomina Platone, Aristotile, Ippocrate e Virgilio quali maestri di meraviglie.

Senza punto uscire dalla tradizione letteraria, qualunque reputato scrittore poteva giungere ad assumere carattere di mago, ma più, o meno, secondo che mille diverse ragioni, o la fortuna portavano. A mio credere, nel caso di Virgilio era assai difficile che, o prima o poi, il gran concetto che si aveva del sapere del poeta non desse luogo alla opinion di magia. Quanto della sua dottrina si leggeva negli scrittori più antichi, in Macrobio, in Servio, in Donato, predisponeva a tale credenza. Nel c. III della Vita Donato mostra Virgilio provveduto di una cognizione pressochè miracolosa dei pregi e dei difetti degli animali; Apulejo afferma che nell'ecloga VIII Virgilio mostra amplissima conoscenza delle pratiche di magia. Il nome stesso del poeta pareva ai fantastici etimologi del medio evo contenere la indicazione di una sterminata dottrina, e Marone si faceva venire dal mare, cui quella dottrina era pari in vastità[399]. I prodigi che, secondo antiche testimonianze, avevano accompagnato la nascita di tant'uomo, dovevano ancor essi sollecitare gli spiriti a mettere costui sempre più in alto, in una sfera a sè, dotandolo di virtù e di potenze negate alla comune degli uomini, giacchè in tempi di grande scadimento intellettuale quei prodigi dovevano parere soverchi se intesi solo a segnare la nascita di un grande poeta, ma convenienti a qualcosa di più straordinario e di men naturale. Il medio evo non era più in grado di intendere perchè alla nascita di un semplice poeta, e fosse pure il principe dei poeti, dovesse turbarsi l'ordine di natura, mentre gli doveva parer ragionevole che ciò accadesse nascendo colui che sulla stessa natura avrebbe poi esercitato il suo meraviglioso potere. Il nome della madre Maja, quello supposto di Majus o Magius, avo materno di Virgilio, nome che avrebbe anche assunta la forma Magus, potevano facilmente far nascere l'idea che nella famiglia del poeta ci fosse come una tradizione di magia; e il sesto canto dell'Eneide, dove si descrive la discesa di Enea all'Inferno, doveva contribuire ancor esso ad accreditare sempre più la credenza che Virgilio avesse relazione col mondo degli spiriti, e dell'opera degli spiriti potesse a suo talento giovarsi. Si sapeva inoltre che, prima di morire, egli aveva lasciato l'ordine di bruciar l'Eneide; e poichè in tempi di barbarie intellettuale non è agevole intendere, che un poeta voglia distruggere l'opera propria per non avere in essa raggiunto la vagheggiata perfezione, doveva nascere il dubbio che con quell'ordine Virgilio avesse voluto privare la posterità della conoscenza de' suoi mirabili secreti, cosa questa, come abbiam veduto, esplicitamente affermata di Aristotile, ma affermata anche di altri maghi gelosi del proprio sapere. Già appo gli antichi era venuto in uso di aprire, in casi dubbii, i libri di Virgilio, e di considerare come un responso il primo passo in che il lettore si abbattesse; e questa pratica, conosciuta sotto il nome di Sortes Virgilianae, fu conservata nel medio evo, insieme con altre pratiche simili, alle quali si facevano servire le Scritture e le Vite dei Santi. Tutti questi fatti e queste ragioni mi pare dovessero aver forza sufficiente a far nascere, dentro la stessa tradizione letteraria, la leggenda di Virgilio mago, sebbene per condur poi questa al grado di svolgimento che in effetto raggiunse, fossero necessarii, come or ora vedremo, fatti e ragioni d'altra natura.

Quale fosse il tipo di Virgilio per cotal modo formatosi nella tradizione letteraria mostra il Dolopathos di Giovanni di Alta Selva, di cui fu pubblicato or sono pochi anni, il primitivo testo latino[400]. Questo romanzo altro non è, come è noto, che una versione del popolarissimo racconto dei Sette Savii, ma con proprie particolarità, fra cui la introduzione di Virgilio nella favola come uno dei personaggi principali. Il contenuto di esso è, in brevi parole, il seguente. Dolopathos, re di Sicilia ai tempi di Augusto, e sposo di una figliuola di Agrippa, ha un figlio per nome Luscinio, la cui educazione affida a Virgilio, famosissimo poeta, il quale, nativo di Mantova in Sicilia, fioriva in Roma a quel tempo. Virgilio comincia ad insegnare al discepolo i primi elementi del sapere, compone per esso un libretto in cui, in forma compendiosissima, è raccolta tutta la dottrina delle Sette Arti, gli fa conoscere certe regole in virtù delle quali, osservando i pianeti, e i mutamenti dell'aria, può conoscere qualunque cosa avvenga nell'universo, e nulla insomma gli lascia ignorare di quanto egli sa. Fatto pari al maestro, il discepolo, usando dell'acquistata sapienza, conosce i secreti pensieri degli uomini, e in grazia di tale conoscenza scampa da grave e imminente pericolo; ma questo passato, un altro già ne prevede Virgilio, il quale a scongiurarlo, impone al discepolo, che si accinge a far ritorno nella casa paterna, di serbare il più rigoroso silenzio fino a che egli stesso, Virgilio, non l'abbia raggiunto. Il nuovo pericolo doveva venire dalla stessa matrigna di Luscinio, la quale Dolopathos, perduta la prima moglie, aveva di fresco sposata. Luscinio osserva il comandamento del suo maestro. Giunto in corte del padre non pronunzia parola checchè gli si dica. La nuova regina, innamoratasi di lui, lo conduce nelle sue stanze, sotto pretesto di volerlo togliere al suo ostinato silenzio, e gli confessa la propria passione. Respinta dal giovane, ella, indispettita, lo accusa di averle voluto usare violenza, di che sdegnato altamente il padre lo vuol far morire. Ma per sette giorni consecutivi sette savii, raccontando ciascuno ogni giorno una novella, riescono a ritardare l'esecuzione della sentenza, finchè sopraggiunto l'ultimo giorno Virgilio proscioglie il giovane dall'obbligo del silenzio, e fatta palese la verità, la regina è bruciata viva. La storia seguita dopo ciò narrando la morte di Dolopathos e di Virgilio, la venuta di Cristo, la conversione di Luscinio, che prende nel battesimo il nome di Prisco, e lasciato per sempre il regno, se ne va in pietoso pellegrinaggio a Gerusalemme. L'autore chiude il racconto pregando il lettore di non pensare ch'egli abbia scritte cose incredibili od impossibili, e invitando chi ciò pensasse a dire egli stesso come potessero i maghi di Faraone mutar le verghe in serpenti, e far uscire dalle paludi le rane, e mutar l'acque del Nilo in sangue, come potesse la Pitonessa suscitar Samuele, e come Circe mutare in bruti i compagni di Ulisse.