Qui Virgilio non è ancora il facitor di miracoli e il fabbricator di telesmi della leggenda più matura, ma presenta già molti dei caratteri del mago, e di magia sa più particolarmente quanto l'autore narra di lui morente, che per tal modo strinse nel pugno quel suo libretto, ove tutta era chiusa la dottrina delle Sette Arti, che nessuno fu poi buono a strapparnelo[401]. Anche questa favola avrà più tardi svolgimenti curiosi, come vedremo. Giova intanto notare che il carattere mostrato qui da Virgilio si è quello dell'uomo virtuoso che adopera la scienza sua e il più che naturale potere in difesa della virtù e della giustizia, carattere che poi lungamente conserva nella leggenda, e che solo poteva accordarsi con la riputazione di lui, quale dalla tradizione letteraria era stata consacrata. E che qui noi ci troviamo veramente di fronte alla tradizione letteraria non può nascer dubbio; anzi tutto perchè quella introduzione di Virgilio in un racconto che aveva già la sua forma fissata tradisce a primo aspetto l'arbitrio letterario, mentre attesta una volta di più la celebrità del poeta; poi ancora perchè il monaco autore del libro si rivela ad ogni passo uomo sufficientemente provveduto della comune coltura del tempo suo. Il Comparetti fa giustamente osservare che nel Dolopathos «il concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea letteraria che più si approssima al livello popolesco»[402], ma, in pari tempo, che è tanto reale la conoscenza che l'autore di esso ha di Virgilio «che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata, secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in essa»[403]. Il suo tipo di Virgilio è quale poteva risultare «dall'idea scolastica, veduta dal punto di vista liberamente fantastico del romantismo»[404], talchè sotto quella figura così travestita del poeta «c'è il Virgilio delle scuole medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di compendii delle sette arti»[405].
Quando il Comparetti recava tali giudizii conosceva del Dolopathos la sola versione francese fatta nel XIII secolo da Herbers, e inclinava a credere che il testo latino, di cui il Mussafia aveva già fatto conoscere l'esistenza, potesse essere una riduzione del francese[406]. Ch'esso sia, non riduzione, ma originale, è ora fuori di dubbio, e la composizione sua si può con molta probabilità far risalire all'anno 1184 o 1185[407], che è quanto dire ad un tempo in cui la leggenda di Virgilio mago propriamente detta, non era ancora largamente diffusa in Europa. Il Virgilio del Dolopathos non mostra d'aver ricevuto in nessun modo gl'influssi della leggenda popolare, la quale anzi, a più di un segno, si vede essere stata interamente ignorata dal monaco di Alta Selva. Per non allungar troppo il discorso mi basterà di recarne una sola, ma convincentissima prova. La leggenda popolare, d'accordo con la tradizione letteraria, colloca il sepolcro di Virgilio in Napoli, dove porge argomento a più di una favola; Giovanni d'Alta Selva dice invece che l'urna d'oro che raccoglieva le ossa di Virgilio, fu da Luscinio posta in quella Mantova di Sicilia di cui il poeta era nativo. Gli è inutile di andare a ricercare per quale strano errore Giovanni d'Alta Selva ponesse Mantova in Sicilia; ma ciò prova abbastanza ch'egli non conobbe la leggenda popolare, di cui quella parte appunto dove si parla della sepoltura di Virgilio, ebbe tale notorietà che nel XII secolo un trovatore di Provenza poteva fare intendere che parlava di Virgilio con solo dire:
. . . . . cel que jatz on la ribeira
lai a Napols[408].
La tradizione letteraria poteva dare il Virgilio del Dolopathos, ma poteva anche dare, e diede probabilmente, un Virgilio più meraviglioso e più simile al Virgilio mago della leggenda. Su di ciò avrò a tornare quanto prima; ma facciamoci ora a considerare la leggenda in una nuova sua fase, che è quella della immaginazione popolare, e vediamo quali nuove finzioni essa ci presenti, e sino a che punto meriti il predicato di popolare, e sia da distinguere e da separare dalla tradizione letteraria. Le finzioni che più rigorosamente si tengono dentro i limiti di questa, o non si localizzano, oppure derivano da sorgenti, dirò così, non localizzate: nascono un po' qua un po' là, fluttuano nell'ambiente letterario del tempo, e non escono, in generale, dai libri. Ma ecco che ad un tratto noi vediamo penetrare nella leggenda una forte corrente di finzioni nuove, le quali mostrano fra loro una certa continuità, si distinguono per certi caratteri speciali e spiccati, e provengono da un unico luogo. Questo luogo è Napoli, ed esse costituiscono quella che più particolarmente il Comparetti addimanda leggenda popolare di Virgilio. Vediamo anzi tutto quali sieno le finzioni in discorso; la storia loro ci presenta, fra l'altre, questa singolarità, che, nate in Italia, esse sono, assai prima che da Italiani, raccolte e divulgate per l'Europa da stranieri.
Corrado di Querfurt, nella già citata sua epistola ad Arnoldo di Lubecca, scritta nel 1194, ne riferisce parecchie. Corrado aveva ricevuto dall'imperatore Arrigo VI suo signore, l'ordine di smantellar Napoli, ciò che fu da lui puntualmente eseguito. Nella citata epistola egli accenna al fatto, e dice come a scongiurarlo non avesse giovato certa ampolla in cui, per arte magica, Virgilio aveva rinchiusa una immagine della città da lui fondata. I Napoletani tenevano quel talismano in gran conto, e credevano che durando esso intero, nessun danno poteva incogliere la loro città. Corrado che afferma d'averla avuta tra mani, soggiunge che l'ampolla aveva forse perduta la sua virtù in causa di una piccola fenditura che vi s'era fatta. Ma nella città di Napoli altri miracoli di Virgilio si vedevano: un cavallo di bronzo che mentre durava nella sua integrità aveva virtù di preservare i cavalli dal fiaccarsi la groppa; una mosca pure di bronzo che teneva lontane da Napoli tutte le mosche; una porta detta Ferrea, dietro la quale Virgilio aveva chiuso tutti i serpenti, copiosissimi in quella regione, la quale porta egli, Corrado, aveva temuto di distruggere, dubitando che i serpenti non uscissero a molestare di bel nuovo la popolazione; un macello in cui la carne si serbava fresca lo spazio di sei settimane; una statua di bronzo con l'arco teso, la quale, prima che certo villano le facesse scoccar la freccia, frenava le eruzioni del Vesuvio. Corrado fa anche ricordo dei bagni costruiti da Virgilio in vicinanza di Baja, i quali guarivano da tutte le infermità; e delle ossa di Virgilio, custodite nel Castel dell'Ovo, dice che, esposte all'aria, avevano virtù di far turbare il cielo, sconvolgere il mare, e provocare improvvisa procella, cosa da lui medesimo sperimentata[409].
Gervasio di Tilbury, il quale fu a Napoli nel 1190, parla ancor egli di Virgilio e dei miracoli da lui operati in pro' di quella città, nei suoi Otia imperialia[410], scritti nel 1212. Egli omette le favole del palladio della città e del cavallo di bronzo, riportate da Corrado, ma altre ne narra, da costui ignorate, o taciute, mentre nel riferire le rimanenti s'accorda col suo predecessore, salvo qualche variante di maggiore o minore rilievo, su cui non importa che io mi trattenga altrimenti, ma che dimostra come l'uno e l'altro scrittore attingesse direttamente dalla tradizione popolare, mutevole sempre ed incerta. Le favole da lui riferite, e di cui non si trova traccia nell'epistola di Corrado, riguardano due teste di marmo pario poste da Virgilio ad una delle porte della città, l'orto di Virgilio sul Monte Vergine, e la famosa Grotta di Pozzuoli. Quanto al primo miracolo l'autore assicura di averne fatto sperimento egli stesso. La testa di destra aveva aspetto ilare e ridente, quella di sinistra addolorato e torvo; chi, varcando la porta, passava a destra, menava a prospero fine tutte le sue faccende; chi per contro passava a sinistra, scapitava in tutte le cose sue e rimaneva defraudato d'ogni speranza. Nell'orto di Virgilio, posto fra aspri dirupi sul Monte Vergine, erano molte qualità di erbe, fra cui l'erba Lucia (herba Lucii), che aveva virtù di restituire la vista alle pecore cieche; ivi stesso era una statua di bronzo con una tromba in bocca, la quale respingeva le ceneri e i vapori vomitati dal Vesuvio. Nella Grotta di Pozzuoli, in grazia dell'arte matematica di Virgilio, nessun nemico poteva nuocere all'altro.
Nei racconti di Corrado di Querfurt e di Gervasio di Tilbury, Napoli ci si presenta come un gran focolajo di leggende virgiliane; ma se questi due scrittori furono i primi a diffondere largamente per l'Europa quelle favole, non furono però i primi a conoscerle e a registrarle. Nel suo Polycraticus[411], messo in luce nel 1159, Giovanni di Salisbury, il quale aveva viaggiato tutta l'Italia, narra per disteso la storiella della mosca di bronzo, non senza alcune particolarità importanti, su cui mi converrà ritornare, e nel 1180 allude alla medesima storiella l'autore di una poesia satirica contro gli ecclesiastici[412]. Alessandro Neckam nel suo trattato De naturis rerum[413], compilato, secondo ogni probabilità fra il 1180 e il 1190, ricorda, oltre al macello che conservava illesa la carne, alcuni altri miracoli operati da Virgilio, de' quali non si trova fatto il benchè minimo cenno nè da Corrado, nè da Gervasio, il che dimostra quanto la leggenda fosse copiosa, e lascia luogo al dubbio che di altre finzioni, per non essere state raccolte da nessuno scrittore, siasi perduta ogni traccia. Egli dice che essendo Napoli infestata da infinite sanguisughe, Virgilio la liberò immergendo in un pozzo una sanguisuga d'oro, e soggiunge che dopo molti anni, estratta questa dal pozzo, l'antico flagello ricominciò ad affliggere la città; parla poi dell'orto di Virgilio, cinto da un muro di aria immobile, e di un ponte aereo di cui il poeta si serviva a suo senno. Ricorda i bagni di Salerno e di Montepulciano, da lui costruiti, e del macello dice che per virtù di certa erba postavi da Virgilio, la carne che v'era stata rinchiusa cinquecento anni fu trovata freschissima ed ottima al gusto, mentre Corrado non parla che di sei settimane, e Gervasio non fissa nessun termine di tempo, e attribuisce la virtù miracolosa ad un frusto di carne dallo stesso Virgilio chiuso in una parete del macello. Finalmente, cosa di non poca importanza in tale argomento, Alessandro Neckam è, degli scrittori di quella età le cui opere sono insino a noi pervenute, il primo a riportare la tradizione che faceva costruire da Virgilio la Salvatio Romae, di cui ho lungamente parlato a suo luogo[414].
Alessandro Neckam non pare che sia mai stato a Napoli, e nemmeno in Italia; ma appunto per ciò la sua testimonianza ha un valore particolare, perchè prova che la leggenda di Virgilio mago, se non era ancora così universalmente nota come ebbe ad essere poi, tuttavia era già uscita dall'Italia, e per raccoglierla non era più necessario di venir sino a Napoli. Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury non narravano dunque cose in tutto nuove, ma cose ancora imperfettamente e da pochi conosciute. La sua testimonianza, del resto, si accorda pienamente con quella più antica di Giovanni di Salisbury, e con quelle più recenti di Corrado e di Gervasio, per mostrar Napoli teatro principalissimo della operosità magica di Virgilio, giacchè, se si tolgono i bagni di Montepulciano, il ponte aereo, di cui non è detto dove fosse, e la Salvatio Romae, le altre meraviglie sono da lui tutte collocate in Napoli.
Ma a questo punto può nascere un dubbio. Le leggende che pongono in Napoli le meraviglie operate da Virgilio sono esse stesse napoletane, oppure sono leggende nate un po' qua e un po' là per l'Europa, le quali solamente localizzano in Napoli i fatti che narrano? c'è veramente una leggenda popolare di Virgilio, o le favole che di lui si narrano altro non sono che immaginazioni di letterati? La opinione del Comparetti, che fermamente crede ad una leggenda popolare napoletana, raccolta e poi diffusa dagli scrittori in Europa, ma distinta e indipendente dalla tradizione letteraria, fu impugnata da Guglielmo Vietor[415], ma, secondo ch'io penso, in parte almeno, a torto. La leggenda napoletana popolare ci fu, ma non fu per avventura così sciolta dalla tradizione letteraria come sembrò al Comparetti, e non è provato che sia stata tutta popolare sin dalle origini, mentre alcuna particolare finzione potè nascere nell'ambiente letterario e passar quindi a dimesticarsi tra il popolo.