Esaminiamo un po' più attentamente la questione.

Corrado di Querfurt parla come testimonio oculare di alcune almeno delle meraviglie che descrive; egli dice di avere avuto tra le mani l'ampolla, in cui Virgilio aveva per arte magica chiusa una immagine della città, e di essere stato spettatore della turbazione degli elementi che provocavano le ossa del poeta esposte all'aria: Gervasio di Tilbury si fa narrare da un arcidiacono napoletano, Giovanni Pignatelli, la favola delle due teste di bronzo ricordata pur ora. Ma tanto Corrado, quanto Gervasio, non sono scrittori nelle cui parole si possa avere gran fede, giacchè, non solo essi accettano alla cieca, e rinarrano qualsiasi fanfaluca più stravagante, ma spesso ancora mentiscono per conto proprio nel modo più grossolano e palese[416]. A rigore può dunque nascere il dubbio che Corrado siasi sognata l'ampolla magica, della cui esistenza egli è, del resto, unico mallevadore, che Gervasio abbia inventato il suo colloquio coll'arcidiacono Giovanni Pignatelli, e forse l'arcidiacono stesso, e che nè l'uno nè l'altro abbia mai veduto nè il famoso macello, nè il cavallo di bronzo, nè la Porta Ferrea, nè l'altre meraviglie di cui raccontano, per la ragione semplicissima che tali meraviglie non esistevano altrove che nelle favole in cui se ne parlava, e che, per ipotesi, avevano potuto essere immaginate da uomini i quali non conoscessero Napoli altrimenti che di nome. Ora, se alcune almeno di tali meraviglie non fossero veramente esistite in Napoli, bisognerebbe senz'altro rinunziare alla congettura di una leggenda popolare: giacchè, se le favole di origine letteraria ed erudita possono reggersi da sè, senz'altro appoggio, nella fantasia, le finzioni veramente popolari amano di legarsi a qualche cosa di reale, e il più delle volte anzi traggono appunto la origine da una realtà, sotto l'impero di una credenza, o di un sentimento, malamente veduta o malamente interpretata. Il Vietor dice a tale proposito[417]: noi non dobbiamo considerare le singole leggende «come legate, in generale, a capi d'arte napoletani, ma bensì come fondate sul concetto che i letterati avevano del soprannaturale sapere di Virgilio, specialmente in matematica e in medicina». A questa affermazione se ne può contrapporre un'altra più probabile e più legittima, e dire che quella grande opinione del sapere di Virgilio, scontrandosi con certi capi d'arte esistenti in Napoli, dava origine a quelle leggende. E l'esistenza di alcuni almeno tra i capi d'arte in discorso non si può ragionevolmente mettere in dubbio. Il cavallo di bronzo esisteva veramente, e la testa di esso conservasi ancora nel Museo Nazionale di Napoli. Le due facce di pietra, ricordate di sopra, un vecchio scrittore napoletano che fioriva nella prima metà del XVI secolo, Giovanni Scoppa, assicura di averle vedute. I bagni di Pozzuoli furono un tempo celebri per tutta l'Europa[418]. E per la stessa ampolla descritta da Corrado si ha qualche buona ragione di credere che non fosse cosa di pura invenzione[419].

Ma altre ragioni si possono addurre in appoggio dell'opinione del Comparetti, circa l'esistenza di una leggenda popolare e napoletana di Virgilio. Supponiamo per un momento che tale leggenda non sia mai esistita: ecco, subito viene alle labbra una domanda: com'è che la leggenda letteraria, nata non si sa dove, ma certamente in luoghi diversi, inventata non si sa da chi, ma certamente da parecchi, giacchè in nessuno degli scrittori citati sin qui trovasi intiera, come va che così ostinatamente si rivolge a Napoli, e fa Napoli sede di tutte le sue meraviglie? Perchè, risponde il Vietor, nella Vita di Virgilio si leggeva che il poeta andava assai di rado a Roma, e a Napoli attendeva a' suoi studii di matematica e di medicina, e quivi era stato sepolto[420]. La ragione è assai debole. Più che alla Vita si sarebbe posto mente all'Eneide, dove Roma si vede stare in cima a tutti i pensieri del poeta; e se la leggenda letteraria fosse proceduta tant'oltre, quant'era mestieri, le finzioni concernenti Virgilio mago si sarebbero senza dubbio legate alla città da lui celebrata nell'immortale poema. Si guardi inoltre all'indole comune delle leggende che fanno capo a Napoli; uno solo è il pensiero che le inspira. In esse tutte Virgilio apparisce quale il protettore, il genio tutelare di quella città; e un tal fatto, quanto riesce naturale a chi ammette l'esistenza di una leggenda popolare formatasi appunto in Napoli, altrettanto deve parere strano a chi non ammette altra leggenda che la letteraria, parto di fantasie interessate alla maggior glorificazione di Virgilio, ma indifferenti alla salute di una città che forse nemmen conoscevano. La preoccupazione costante della sicurezza e della prosperità di Napoli, così manifesta in tutte le finzioni ricordate di sopra, par tanto più caratteristica, quanto più si vede scemare nelle finzioni di tempi posteriori, dove la potenza magica di Virgilio non solo si esercita sopr'altro teatro, ma spesso ancora è adoperata con tutt'altri intendimenti e volta a tutt'altri fini. A ragione dice però il Comparetti la parte più antica della leggenda di Virgilio mago dover essere «l'idea di un protettorato che Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli»[421]. Che se noi vogliamo andare a cercare la ragione e l'origine di tale idea, non dobbiam molto dilungarci per questo, e il Comparetti ben si appone senza dubbio quando afferma «che la presenza a Napoli del sepolcro di Virgilio, è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano»[422]. Una opinione d'ignota origine, ma riferita sino dal 1136 da Alessandro di Telese, secondo la quale, in premio di quel distico che comincia Nocte pluit tota, Virgilio ebbe in feudo da Augusto Napoli e la Calabria, contribuiva per parte sua a confermare quella idea del protettorato[423].

Il sepolcro di Virgilio in Napoli godette nell'antichità di grandissima nominanza. Stazio lo chiama un tempio, e vanto di Napoli lo stima ancora nel V secolo Sidonio Apollinare. È assai probabile che tale nominanza continuasse lungo il medio evo, e che in Napoli si mostrasse un sepolcro, a ragione o a torto detto di Virgilio. Fatto sta che a mezzo del XII secolo le ossa del gran poeta, o quelle che per tali passavano, erano ricercate come preziosa reliquia. Giovanni di Salisbury parla di un Ludovico, da lui conosciuto, il quale dopo molte vigilie e digiuni e fatiche, avrebbe voluto in premio del suo inutile esilio, riportare in Francia, non lo spirito, ma le ossa di Virgilio[424]. Gervasio di Tilbury narra per disteso il fatto accennato appena da Giovanni, ma aggiungendovi, senza dubbio di suo capo, molte particolarità romanzesche[425]. Certo maestro inglese, uomo di straordinario sapere, ottiene dal Re Ruggiero di Sicilia di potersi impadronire delle ossa di Virgilio in qualunque luogo del regno si trovino. Va a Napoli, scopre per arte magica il sepolcro del poeta, sconosciuto al popolo, e vi trova, insieme colle ossa un libro di arte notoria. Ma il popolo, pensando alla speciale affezione che Virgilio aveva avuto per la città, temendo che dalla sottrazione delle ossa di lui possa venirgli qualche gran danno, non vuole gli sieno tolte, e solo concede al maestro il libro. Richiesto costui che cosa volesse fare dell'ossa, risponde che voleva per incantesimi forzarle a rivelargli tutto il sapere di Virgilio. Le reliquie del poeta furono messe in un sacco e custodite dietro una grata di ferro nel Castello di mare, o Castello dell'Ovo. Gervasio assicura di aver veduto alcuni estratti del libro. In questo racconto è certa la domanda delle ossa, probabile la ragione di essa, ma falsa certamente l'asserita ignoranza del popolo napoletano circa il luogo dove era, o si credeva sepolto il poeta[426]. Ad ogni modo esso concorre a provare che tra il popolo Virgilio passava già per una specie di genio tutelare e benefico, e questa credenza appunto era quella che dava origine alla leggenda.

Ma l'esistenza della leggenda popolare si conferma ancora per altre prove e per altre testimonianze. Cadente il secolo XIV, Bartolomeo Caracciolo, detto Caraffa, cavaliere napoletano, compose una Cronaca di Partenope, per dichiarazione dello stesso autore compilata sopra diverse cronache[427]. Egli narra le favole riguardanti Virgilio, non perchè vi creda, ma per non fraudare la fama de lo ingeniosissimo Poeta, o vera o falsa[428]. Attinge, per sua stessa confessione, da Gervasio, da un Alessandro, che non può essere altri che Alessandro Neckam, del cui trattato De naturis rerum è tuttavia da credere che egli conoscesse solamente una redazione alterata e interpolata, ma ancora, e questo vuol essere notato, dalla bocca stessa del popolo. Ciò non può essere posto in dubbio, giacchè, non solo nelle favole ch'egli ha comuni con Gervasio e con Alessandro si notano alcuni particolari che appartengono evidentemente ad una tradizione propria e speciale, alquanto diversa da quella raccolta dagli scrittori; ma ancora, nelle favole che egli è solo a riportare, l'origine napoletana e il carattere popolaresco sono così patenti che non so come si potrebbero con qualche apparenza di ragione negare. Valgano quali esempii quella del pesciolino fatto intagliar da Virgilio sopra una pietra nel luogo denominato appunto Pietra del Pesce[429], per benefizio del qual talismano Napoli fu poi sempre copiosa di pescagione, e l'altra del giuoco di Carbonara ordinato dal medesimo Virgilio. La esistenza della leggenda popolare conferma inoltre il medesimo scrittore quando dice che la Grotta di Pozzuoli era dal volgo addimandata Grotta di Virgilio (dal volgo, non dai letterati), e quando infine, scusandosi delle molte favole riferite sul conto del poeta, avverte: «Io potria del dicto Virgilio dicere multe altre cose, le quali ho sentito dicerese de tale homo, ma perchè in major parte mi pareno favolose, et false, non ho voluto al tutto implire la mente de li homini de sogni». E si ponga mente che qui l'autore parla, non di cose lette, ma di cose udite dire. In sul finire del secolo XIV c'era dunque in Napoli una leggenda popolare di Virgilio, e s'inganna a partito il Vietor quando asserisce che tale leggenda cominciò solo a spargersi tra il popolo napoletano nel principio del secolo presente[430]. Come spiegare il fatto? come credere che della leggenda viva e rigogliosa in Napoli circa il 1380, non ci fosse nemmen vestigio due secoli innanzi, quando Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury la raccolsero? d'onde vi sarebb'essa venuta? come ci si sarebbe diffusa? Per ispiegare il fatto, chi non ammette la esistenza di una leggenda popolare primitiva, e la continuità della tradizione, deve necessariamente ricorrere ad una ipotesi assai meno fondata e plausibile, e dire che la leggenda sia passata, in successo di tempo, dal dominio letterario nel dominio popolare. Assolutamente parlando, un fenomeno di tal sorta non è per nulla impossibile, e ce ne ha degli esempii; ma nel caso presente non so in qual modo avrebbe dovuto seguire. Quando la leggenda apparisce per la prima volta nella letteratura napoletana, il popolo di Napoli già la conosce. Bisognerebbe dunque dire che questo popolo la ricevesse dalla letteratura straniera, e più particolarmente dalla latina, di carattere, essenzialmente erudito. Quanto una tale congettura possa dirsi probabile ognuno giudichi da sè. Ma pure, ammessa in principio la cosa come possibile, non s'intende perchè il popolo dovesse innamorarsi di quella leggenda, il popolo che si suppone ignaro, o non curante del nome di Virgilio, e a cui naturalmente non avrebbe dovuto garbare gran fatto che finzioni straniere si sovrapponessero qua e là a' suoi monumenti, intorno ai quali egli doveva pure avere, come ogni altro popolo ha, le sue vecchie credenze e la sua tradizione costituita.

La fede nella potenza tutelare e benefica di Virgilio è il principio di cui si genera la leggenda popolare, ma in pari tempo è l'anello che unisce questa leggenda alla tradizione letteraria. I due fatti, non solo non si escludono, ma anzi il primo suppone il secondo, e tutt'a due a vicenda s'illustrano. Se non fosse stata la tradizione letteraria, e se in questa tradizione non si fosse continuamente ravvivata la memoria e magnificato il nome di Virgilio, non sarebbe nato nel popolo quel sentimento di affettuosa ammirazione che, fecondato dalla fantasia, genera le leggende. Si può tener per fermo che quanti forestieri colti giungevano in Napoli nel tempo che la leggenda prese a formarvisi, domandavano di vedere, tra l'altre meraviglie della città, anche la tomba di quel Virgilio che fu non solo il principe dei poeti, ma ancora il maggiore dei savii, e uno dei profeti di Cristo. La tomba di lui diveniva segno di pietosa venerazione, non altrimenti che se fosse stata di un santo; e come nella ingenua credenza dei tempi le tombe dei santi erano considerate palladii delle città, così ancora fu considerata la tomba di Virgilio, e come i santi si mutavano in protettori, così qui si mutava in protettore il poeta. Giustamente dice il Comparetti: «Il popolo adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze materiali dal concetto che i letterati d'allora si formavano di Virgilio, e questo era tale che i letterati stessi non si maravigliavano di quei racconti[431]». E che la primitiva leggenda della magia di Virgilio venga fuori in certo qual modo dalla tradizione letteraria prova ancora il carattere di questa magia, dove, in tempi di cupa superstizione, nulla appar di diabolico: solamente più tardi, nella leggenda degenerata, Virgilio è messo in relazione con gli spiriti delle tenebre.

Ma al concetto di Virgilio mago la tradizione letteraria sarebbe giunta anche da sè, e forse abbiamo la prova in mano che veramente vi giunse. Gli è difficile credere che così non avvenisse in un tempo in cui sapere e magia sonavan quasi sinonimi; e il Comparetti separa troppo, mi sembra, la leggenda popolare dalla tradizione letteraria, che così potentemente aveva contribuito a farla nascere[432]. La leggenda in questo caso non fa che accelerare e rendere più intensi certi processi della tradizione. Nel medio evo, tra pensiero popolare e pensiero letterario o erudito, non v'è quella sostanziale disparità, e quella separazione profonda che solo appartengono a tempi d'illuminata coltura, dominati dallo spirito critico; e nella letteratura di quel tempo entrano liberamente e si adagiano le più bizzarre fantasie e le più insensate credenze della tradizione popolare. Non solo, quando la leggenda popolare di Virgilio è già nota e divulgata per l'Europa, noi vediamo crescere una leggenda puramente letteraria di lui, la quale non esce dai libri, e può, in una certa misura, dirsi provocata da quella; ma sino dalle origini possiamo vedere qualche segno di una leggenda letteraria che spontaneamente si forma. In una biografia del poeta, contenuta in un codice Marciano del secolo XV, si dice che Virgilio fu gran mago e molto atteso all'arte magica, come dimostra quell'ecloga: Pastorum musa Damonis et Alphesiboei. Qui la fama della magia di Virgilio riposa dunque non sui telesmi da lui costruiti, ma solamente sugli scritti[433]. Alessandro Neckam, detto, come s'è veduto innanzi, di alcune mirabili cose operate da Virgilio, descrive la Salvatio da lui attribuita al poeta. Ora, come si è mostrato a suo luogo[434], la Salvatio, la cui leggenda non pare sia di origine popolare, non fu attribuita a Virgilio se non molto tardi, e tale attribuzione si deve senz'alcun dubbio ad un letterato. Se questi sia lo stesso Alessandro, od altri più antico, nessuno è che possa dire con sicurezza, e così non si può nemmen dire se essa sia stata provocata dalla leggenda popolare, o sia sorta spontanea. Giovanni di Salisbury è il primo che racconti la favola della mosca di bronzo, ma nel suo racconto essa ha un carattere manifestamente letterario che va poi perdendo più tardi. Ecco in fatti le sue parole: «Fertur vates Mantuanus interrogasse Marcellum, quum depopulationi avium vehementius operam daret, an avem mallet instrui in capturam avium, an muscam informari in exterminationem muscarum. Quum vero quaestionem ad avunculum retulisset Augustum, consilio ejus praelegit ut fieret musca, quae ab Neapoli muscas abigeret, et civitatem a peste insanabili liberaret». Quelle reminiscenze di Marcello e di Augusto accennano assai più ad origine letteraria che popolare[435]; ma può darsi benissimo che la finzione, sorta da prima in Napoli come un prodotto letterario, passasse poi nel popolo, e si sciogliesse dai nomi, non abbastanza noti al volgo, di Augusto e di Marcello. Fatto sta che Corrado e Gervasio non li ricordano nemmeno[436].

La leggenda di Virgilio mago, fatta com'era per piacere agli spiriti creduli e fantastici, che è quanto dire alla quasi totalità degli uomini di quel tempo, incontrò in Europa favore grandissimo, e venne crescendo rapidamente. Le favole che la componevano erano di tal natura, che, ricevute nelle menti, altre subito ne suscitavano simili a sè, nè perchè una generazione così fatta dovesse cessare eravi ragione, altra da quella che fosse per nascere dalla sazietà, e dal volgersi del pensiero ad altro indirizzo. L'elenco delle meraviglie attribuite a Virgilio s'allunga smisuratamente. Già Elinando, copiato da Vincenzo Bellovacense, parla di una torre costrutta dal poeta, la quale, quando vi si sonavano le campane, oscillava seguendo il moto di quelle, miracolo da lui posto in dubbio per questa ragion solamente che al tempo di Virgilio le campane non erano ancora inventate[437]. In Napoli stessa alcune favole nuove è probabile che prendessero nascimento; altre forse si trasformarono. Quella che narra dell'ovo consacrato da Virgilio e chiuso dentro un'ampolla, dal quale dipendeva la sorte del Castello dell'uovo e della intera città[438], è senza dubbio la stessa già narrata con qualche diversità da Corrado di Querfurt. Se non che la leggenda di nuova formazione, la quale non è più popolare, ma letteraria, palesa sin dal principio una curiosa tendenza, e molto significativa, che è di scostarsi da Napoli per far capo a Roma. Tal fatto conferma sempre più le origini popolari della leggenda che diremo napoletana. Nelle opere numerosissime in cui, dopo il secolo XII, si accoglie, in tutto o in parte, la leggenda virgiliana, si continua a far ricordo delle meraviglie onde le finzioni più antiche avevano dotato Napoli, ma le meraviglie nuove che s'inventano vanno per lo più ad accrescere il numero di quelle per cui andava famosa Roma. Durante questo nuovo periodo della leggenda si vengono a legare a Virgilio non poche finzioni, le quali innanzi erano appartenute ad altri, o si trasportano a Roma alcune di quelle che già erano appartenute a Napoli. Io non istarò a riferire tutte queste strane immaginazioni, chè l'angustia dello spazio non mel consente, e, da altra banda, non se ne leva un grande costrutto; ma ne ricorderò rapidamente alcune delle principali.

In molte di esse Virgilio conserva il suo carattere di genio tutelare e benefico, ed esercita l'arte sua in benefizio di Roma come già l'aveva esercitata in benefizio di Napoli. Virgilio accese a Roma un fuoco, il quale ardeva costantemente, e a cui veniva a scaldarsi senza nessuna spesa la povera gente. Lo custodiva una statua di rame con un arco teso, la quale recava scritto in fronte: Se alcun mi percuote io tiro. Avendola un tale percossa, quella scoccò la freccia, che spense il fuoco per sempre[439]. Ancora fece Virgilio a Roma quattro grandi statue di pietra, e le pose in cima a quattro torri, a rappresentare le quattro stagioni, e ogni volta che, una stagion finita, un'altra ne cominciava, la statua che rappresentava la stagion passata, gettava a quella che rappresentava la nuova una palla di ottone, e così si conosceva appuntino quando le stagioni mutavano[440]. Fece parimente due statue di rame che il sabato si lanciavano alternativamente una palla[441]. A Virgilio fu inoltre attribuita la fattura di quella statua che portava scritto sul dito Percute hic![442], come pure quella dei due cavalli di bronzo che nel Circo di Tarquinio Prisco eccitavano i cavalli alla corsa, e la fabbrica del Colosseo[443]. Ma l'opera principale di Virgilio in pro di Roma era la Salvatio, sia che questa si facesse consistere in un edifizio in cui erano raccolti i simulacri delle nazioni soggette, o in uno specchio custodito in una torre. Di questa meraviglia, avendone io già parlato distesamente, non faccio qui altre parole.

Una menzione particolare si meritano i telesmi costruiti da Virgilio in servizio della verità e della giustizia. Il più celebre è quello della così detta Bocca della verità, di cui ho già fatto ricordo. Chi, giurando il falso, introduceva in quella bocca la mano, non poteva più ritrarnela; ma una donna seppe con certa sua astuzia render vana la prova[444]. Nei Faictz merveilleux de Virgille la bocca si trasforma in un serpente di rame che ha la stessa virtù. In una Histoire des Pisans, scritta in francese nel secolo XV, e conservata nella Biblioteca di Berna, si parla di due colonne, opera di Virgilio, in cima alle quali apparivano le immagini di tutti coloro che avessero rubato o fornicato[445]. Giovanni d'Outremeuse dice che Virgilio fece a Roma un uomo di rame a cavallo, con una grande bilancia in mano, utilissimo ai mercanti. In un piatto della bilancia si poneva la mercanzia che si voleva vendere e nell'altro si poneva il prezzo. Quando questo aveva raggiunto il giusto valor della merce, il piatto che lo conteneva subito traboccava[446].