Ainz qu'il créust le filz Marie,

tanto cercò che trovò un sotterraneo, illuminato da una lampada e da due ceri accesi, nel quale nessuno osava addentrarsi, tanto la via che vi conduceva era tenebrosa ed angusta, piena di vento e di tuono. San Paolo si spinse innanzi tanto che potò vedere Virgilio, seduto in cattedra, un cero a destra, un cero a sinistra, ammonticchiati tutto intorno i suoi libri, molto belli e pomposi. Il poeta ne teneva stretto uno nella mano destra, come per singolare amore, e davanti a lui era un arciere con l'arco teso, puntata la freccia alla lampada. In sulla entrata del luogo erano due uomini di rame, di orrido aspetto, i quali, con due gran magli di acciajo martellando senza posa contro terra, impedivano che altri passasse. San Paolo riuscì a chetare i due martellatori, ma allora l'arciere, scoccata la freccia, mandò la lampada in pezzi, e incontanente tutto si ridusse in cenere. Questo racconto è tutto formato di elementi tratti di qua e di là da altre leggende: l'arciere che spegne la lampada l'abbiam già trovato in una storia dei Gesta Romanorum, le statue martellatrici che stanno a custodia di ponti o di castelli sono frequentissime nei romanzi cavallereschi.

Non è a meravigliare se, data alla magia di Virgilio una origine diabolica, si vede il poeta cominciare a usar di quest'arte in modo men retto e men lodevole. Nella leggenda primitiva Virgilio non adopera l'arte sua altrimenti che per giovare altrui. Non solo egli non se ne serve in vantaggio proprio, ma si astiene da ogni ciurmeria magica, da ogni dimostrazione frivola o inutile di potere. Nella leggenda degenerata lo si vede qualche volta fare atti o burle da giocoliere. Bonamente Aliprando racconta come il poeta, trovandosi con un suo compagno ospitato in una povera casa, non avendo di che cenare, fece che uno spirito gli recasse le vivande dalla mensa di Augusto, il quale ebbe a meravigliare vedendosele sparire dinnanzi[451]. Giovanni d'Outremeuse dice che Virgilio usava di fare a' suoi banchetti molti varii e mirabili giuochi. Ma la leggenda che più manifesta l'alterazione del concetto in cui da prima il medio evo tenne Virgilio, è quella divulgatissima che narra dell'inganno fattogli da una donna e della vendetta ch'egli ne prese. In essa non solo la magia, ma ancora i costumi di Virgilio sono mostrati sotto una luce assai sfavorevole, giacchè il timido poeta, quegli che per la sua ritrosia meritò di chiamarsi parthenias, v'è rappresentato come un seduttore, il quale ha il castigo che si merita. Si vuol osservare tuttavia che le ragioni di questa favola non sono da cercare solamente nell'alterazione cui era andata soggetta la figura leggendaria di Virgilio, ma ancora in quel sentimento di ostilità contro la donna che è così diffuso nel medio evo, e in quella, direi, quasi idea fissa degli scrittori ascetici e non ascetici di considerare le donne, la cui prima progenitrice aveva distrutta la felicità sulla terra, come esseri pieni di ogni malignità e di ogni frode, insidiatrici irresistibili degli uomini, causa di mali infiniti in questo mondo e della eterna dannazione nell'altro. Ora, la prova migliore e più persuasiva che si potesse dare della potenza delle loro seduzioni e della sottigliezza delle arti loro si era di mostrar colti ai lor lacci uomini insigni per virtù o per sapere, un medico come Ippocrate, un filosofo come Aristotile, un mago come Virgilio[452].

Narra dunque la favola che Virgilio, innamoratosi della figliuola dell'imperatore[453], la sollecitò perchè volesse accondiscendere alle poco oneste sue brame. Colei fece mostra di consentire, e disse al poeta di trovarsi la notte, alla tale ora, appiè di certa torre, dove ella lo avrebbe fatto entrare per una finestra, tirandolo su in un canestro. Non mancò alla posta Virgilio, ed entrato che fu nel canestro, la fanciulla si mise a tirarlo in su; ma tiratolo un tratto, legò la fune, e se n'andò pe' fatti suoi, lasciando il povero innamorato sospeso in aria. La mattina seguente tutta Roma corse a vedere così nuovo spettacolo, con iscorno massimo del buon savio, il quale ricondotto a terra, pensò a trarre di così grave ingiuria adeguata vendetta. E subito, ricorrendo alle arti sue, fece sì che in Roma furono spenti tutti i fuochi, e annunziò al popolo che nessuna più potrebbe aver fuoco nella città se non andasse a prenderne sulla stessa persona e nelle parti più secrete della figliuola dell'imperatore. E così come a lui piacque bisognò si facesse. La malcapitata fanciulla fu posta in piazza e a spese del suo pudore rifornì di fuoco la città.

Non mi soffermo ad esaminare più da vicino questa notissima favola, la quale ebbe nel medio evo grandissima voga, ricorre frequentissima in tutte le letterature di quella età, e trovasi rappresentata assai spesso dalle stesse arti figurative, e persin nelle chiese. Avvertirò solamente, cosa che fu già notata dal Comparetti, essere essa manifestamente composta di due parti diverse, di diversa origine, e che in alcuni racconti compajono anche disgiunte. L'avventura del canestro, prima forse che a Virgilio, si trova attribuita ad Ippocrate, e la vendetta consistente nello spegnimento dei fuochi si trova, parecchi secoli prima che se ne facesse autore Virgilio, narrata di un mago Eliodoro vissuto nel secolo VIII in Sicilia. Le varianti sono, com'è naturale assai numerose[454]. Un fatto strano, ma che dimostra appunto come la leggenda sia composta di parti eterogenee, si è che Virgilio nella prima di esse, lì dove patisce la burla, non si palesa per nessun segno quel potentissimo mago che poi si mostra nella seconda[455]. Non è questa del resto la sola avventura d'amore che si attribuisca al poeta; nei Faictz merveilleux de Virgille si racconta come, abbandonata la propria moglie, egli ebbe l'amicizia della figlia del sultano di Babilonia[456].

Nullameno Virgilio comparisce ancora in parecchie finzioni quale un patrocinatore della morale e del buon costume, e, più particolarmente, quale un nemico degli adulteri. Nei Faictz merveilleux si racconta ch'egli fabbricò una statua, e la sospese alta nell'aria, di modo che quei di Roma non potevano aprire uscio o finestra senza vederla, e aveva tale virtù che toglieva alle donne ogni disonesta voglia, del che quelle furono assai malcontente, e si adoperarono con la moglie stessa di Virgilio perchè distruggesse l'incanto. Nei Gesta Romanorum[457] si racconta certa storia di un soldato, che la moglie e un suo amante chierico cercano di far morire per arte magica, ed è salvato da un negromante. In una redazione tedesca dei Gesta questo negromante è Virgilio[458]. In un racconto di Hans Sachs Virgilio si trova alla corte del re Artù. Il re, sospettando della fedeltà della moglie, chiede al poeta di volerlo chiarir del suo dubbio. Virgilio fabbrica per arte magica un ponte di tal virtù che gli adulteri passandovi sopra cascano inevitabilmente nell'acqua. In una festa bandita da Artù, cascano in acqua, al passare del ponte, molte dame e molti cavalieri, ma lo passano senza impedimento la regina e un cavaliere di cui Artù sospettava. La costoro innocenza è così dimostrata. Il solenne anacronismo di questa favola non deve parere troppo strano: in altri racconti si fa vivere Virgilio sotto il re Servio Tullio, o sotto l'imperatore Tito.

La leggenda primitiva e popolare di Virgilio non abbraccia che alcuni anni della vita del poeta e propriamente quelli spesi a dotare di opere mirabili di pubblica utilità la sua diletta città di Napoli. Per il rimanente la leggenda non osava ancora sostituirsi alla tradizione letteraria. Le finzioni che la costituivano avevano certo già molto del fantastico, ma queste finzioni medesime, ricevute per vere dagli scrittori, erano, in certo qual modo, contenute dentro un contorno e una cornice di verità storica, e il mago in esse non occultava il poeta. Ma allargandosi sempre più la leggenda, come in ogni luogo e sempre è tendenza costante delle leggende, le finzioni vennero a poco a poco occupando, se così mi si lasci dire, tutto intero il quadro della vita del poeta, la stessa cornice si nascose sotto la esuberanza loro, e il poeta sparì interamente dinnanzi al mago. Vengon fuori allora alcune nuove biografie, interamente fantastiche, le quali abbracciano tutta la vita di Virgilio, dalla nascita alla morte, ma di vero non ricordan più nulla o quasi nulla. Tali sono la biografia che Giovanni d'Outremeuse introduce nel primo volume del suo Myreur des histors, e quella contenuta nel libretto famoso intitolato Faictz merveilleux de Virgille.

Per dare un'idea dello spirito che governa il racconto di Giovanni d'Outremeuse, il quale asserisce che la vita di Virgilio fu scritta da Cicerone e da Ovidio, basterà dire che in esso l'autor dell'Eneide è figliuolo di Geda, sorella di Pompeo, e di Gorgilo, re di Bugia in Libia e fratello del re Gregorio che fu console di Roma[459]. I Faictz merveilleux de Virgille godettero di molta celebrità, e furono tradotti e pubblicati in inglese, in olandese, in tedesco; una versione islandese è rimasta inedita. In questo libro Virgilio, al cui nascimento tutta Roma tremò, è figlio di un cavaliere di Remo, figlio di Remo e nipote di Romolo[460], e della figliuola di un senatore di nobilissimo lignaggio. Della fama poetica e delle opere di lui non vi si trova neppure un cenno. Riesce utile a tale proposito il confronto fra queste biografie assolutamente romanzesche e quella contenuta nel rozzo poema di Bonamente Aliprando. In essa Virgilio è bensì il mago della leggenda, ma è ancora

Filosofo e poeta di grandezza,

autor della Bucolica, della Georgica, della Eneide.