Giovanni d'Outremeuse, l'anonimo che compose i Faictz merveilleux e il traduttore inglese di questi raccontano in modo assai diverso la morte di Virgilio. Quegli, raccogliendo favole già note, accozzando, amplificando, narra assai per disteso una storia che io raccolgo qui in brevi parole[461]. Virgilio aveva con molto artificio costruita una testa di rame, la quale rispondeva a tutte le suo domande[462]. Consultatala una volta intorno la propria salute, quella lo avvertì di ben guardare la sua testa. Virgilio, frantendendo la risposta, credette si trattasse di ben custodire la testa magica, si espose nel mese di luglio all'ardore del sole, e fu colto da una congestione cerebrale, che in capo di due anni lo condusse al sepolcro[463]. Sapendo prossima la sua fine Virgilio volge l'anima a Dio, mette in iscritto tutta la fede cattolica, e prepara ogni cosa per la sua morte. Costruisce un gran vaso di terra e di cenere, e vi pone dentro terra preparata, e molte erbe di così fresca natura, che, senz'acqua, durano sempre verdi; poi fa una cattedra di cipresso, tutt'adorna di gemme, sulla quale è rappresentata la storia della Vergine dalla salutazione angelica sino all'assunzione. Quando non gli rimane più che un giorno da vivere, Virgilio appresta un gran banchetto, invita molti baroni, rallegra la festa con molti giuochi, e annunzia ai commensali la propria morte, e la imminente venuta del Redentore, esortandoli tutti a farsi battezzare come appena sia giunto il tempo[464]. Egli stesso si battezza, dopo di che gli ospiti prendono da lui comiato. Ma qui val meglio lasciar la parola all'autore, giacchè le cose ch'egli narra sono alquanto difficili a dire «Virgile..... prent son terrien aux herbes et le mist desus la chaire qui fut traweit en fons, puis prist une buse d'erain qui al unc de chief oit unc coviercle qui tant couroit le terrien et les berbes, et l'autre chief de la buse si ranpoit desus parmi le trau de la chaire. Et Virgile s'assit sur le trau; se li entrat la buse en trau de son fondement, si qu' ilh entrat bien dedens son ventre plus de II palmes. Apres ilh avoit pareit son lachenieres de tous libres de toutes scienches, et par devant li at poiseit I libre de theologie. Si astoit noblement vestus d'onne bleu robe. Si avoit à son seniestre bras une grant fenestre tout ovierte, par où les gens le regardoient cascon jour, et disoient que ilh n'astoit mie mors, ains estudioit com devant, car ilh avoit son capiron sour ses eux». Cinquantanove anni dopo, San Paolo viene a Napoli, chiede di Virgilio, va a trovarlo, ma, appena l'ha tocco, il corpo del poeta si scioglie in cenere.
Nei Faictz merveilleux si narra che Virgilio, operati i suoi molti miracoli, un giorno, con alcuni compagni, andò in barca a diporto, ma soprappreso da una spaventosa burrasca fu tratto in alto mare, così che di lui non s'ebbe mai più novella. «Et tous les clerz et escolliers de la cité de Naples et Romme et toutes nations et contrées en furent moult troublez et dolens». Nel Virgilius inglese la fine del poeta si racconta in tutt'altro modo[465]. Dopo aver promesso all'imperatore di Roma di fare molt'altre cose meravigliose[466], Virgilio si pensò di ringiovanire. A tale scopo si fece tagliare in pezzi da un suo fidato servitore, salare, e mettere dentro una botte, d'onde in capo di nove giorni sarebbe risorto giovane. Passati sette giorni, l'imperatore non vedendo Virgilio, che aveva carissimo, entra in sospetto, va al castello del poeta, e trovato il corpo nella botte, uccide il servitore da lui creduto omicida del suo signore. In quel punto medesimo un bambino ignudo balza fuor della botte, e fatti tre giri allo intorno, gridando: Sia maledetta l'ora che ci venisti, sparisce. Lo stesso racconto si ha nella olandese Historie van Virgilius[467].
Così moriva Virgilio mago, a cui i fati non consentivano una seconda giovinezza; ma Virgilio poeta tornava alla vita, e la sua seconda, e, giova credere, immortale giovinezza cominciava col Rinascimento[468].
CAPITOLO XVII. Cicerone, Catone, Orazio, Ovidio, Seneca, Lucano, Stazio.
Se noi ci facciamo ora a considerare alcuni altri fra i principali scrittori latini, troveremo essersi ripetuti per essi nel medio evo quei fatti medesimi che abbiamo già veduto prodursi per Virgilio; e cioè, raccostamento più o meno risoluto dello scrittore pagano al cristianesimo, con alcuni esempii di vera conversione, esagerazione del sapere, e qualche volta esagerazione sino al segno in cui il sapere diventa magia. Se non che le finzioni nate loro d'attorno, o per non aver essi avuto il necessario grado di celebrità, o per altra ragion che si sia, non acquistano la pienezza di concetto di cui altrimenti sarebbero state capaci, rimangono slegate, e non riescono a formare una vera e propria leggenda, come nel caso di Virgilio.
Il primo a farcisi innanzi è Cicerone, il quale godette di grandissima fama nel medio evo, come maestro insuperabile di una delle sette arti, la retorica. Già sino dai primi tempi della Chiesa il principe degli oratori latini, le opere del quale erano diligentemente studiato dagli apologeti desiderosi di rafforzare le ragioni della verità col sussidio dell'eloquenza, fu considerato come uno degli scrittori pagani le cui dottrine meno ripugnavano al cristianesimo; e non solo vi furono scrittori cristiani che in trattare argomenti della fede adottarono la forma di questa o quell'opera sua, ma ve ne furono ancora che delle sue stesse dottrine si giovarono. Cicerone affermò ripetutamente e con ardore la immortalità dell'anima, e Arnobio ricorda che molti gentili lo presero in odio, perchè giudicavano i suoi scritti essere favorevoli al cristianesimo, tanto che alcuni più zelanti chiesero al Senato di farli per questa ragione proibire[469]. Sant'Agostino confessa schiettamente di dovere all'Ortensio la sua conversione a Dio e alla vita spirituale[470]. Sant'Ambrogio compose il suo trattato De officiis ministrorum a imitazione del De officiis di Cicerone, accettandone la dottrina e solo piegandola al concetto cristiano ed ecclesiastico[471]. Stando così le cose, a molti certo dovette parere eccessivo il giudizio di riprovazione contenuto in quel sogno famoso, o visione che si voglia dire, di S. Gerolamo, a cui il giudice supremo rimproverò d'essere non un cristiano, ma un ciceroniano[472]. Nel medio evo, dovunque sono scuole di retorica, Cicerone è in grande onore. Beda fece una copiosa raccolta delle sentenze di lui, e sul De inventione compose Alcuino il suo trattato di retorica per la scuola palatina di Carlo Magno. Lupo di Ferrières paragonava fra loro con mente di critico varii codici delle epistole ciceroniane[473], e Pascasio Radberto confermava il giudizio dei secoli chiamando Cicerone il re dell'eloquenza[474]. A questa eloquenza si prestava quasi un carattere sacro. O quam Tullii venerabilis facundia summis desideriis est collocanda, si trova detto nel trattato De disciplina scholarium, falsamente attribuito a Boezio[475]. Parlando della Città di Retorica nel già citato scritto De animae exilio et patria, Onorio Augustodunense dice: In hac urbe Tullius itinerantes ornate loqui instruit, quatuor virtutibus scilicet prudentia, fortitudine, justitia, temperantia mores componit[476].
Cresceva intanto l'opinione che il sommo oratore avesse potuto partecipare al gran benefizio della Redenzione, egli che delle verità del cristianesimo aveva già avuto, prima che Cristo nascesse, qualche presentimento. Si pretendeva che egli avesse tradotto la famosa profezia della sibilla Eritrea, nella quale si annunzia la venuta del Redentore[477], e Lupo di Ferrières ricorda in una sua epistola[478] un tal Probo, che voleva ammessi tra i beati Cicerone, Virgilio, ceterosque opinione eius probatissimos viros. Qual gloria per la Chiesa poter strappare all'inferno un tant'uomo! e che dolore per coloro che si beavano nella lettura dei suoi libri immortali il pensare ch'egli era dannato per l'eternità! Il Petrarca si affliggeva di ciò ch'egli non fosse stato cristiano e il primo padre della Chiesa[479], ma in una sua prefazione alle Tusculane Erasmo sostiene ch'egli si salvò[480].
Durante tutto il medio evo Cicerone passa per il maestro massimo dell'eloquenza, alcuna volta anzi a dirittura per l'inventore di essa; e sotto questo aspetto si può dire che la sua riputazione fu maggiore allora che non nell'antichità. In piena barbarie letteraria, nel secolo IX, Almanno dice che a degnamente celebrare con la parola i fatti e la virtù di Sant'Elena ci sarebbe voluta più eloquenza che non ne avesse Cicerone; e parecchi secoli dopo, Alessandro Neckam, volendo fare un grande elogio di Sant'Agostino, lo pareggia per eloquenza a Cicerone, ma lo fa maggiore di animo[481]. Nel Tesoretto il Latini si contenta di ricordare quella grande eloquenza
Del buon Tullio Romano
Che fue 'n dir sovrano;