trovasi detto in una poesia dell'XI secolo, opera probabilmente di un canonico della cattedrale d'Ivrea, il quale non pare che avesse troppa inclinazione all'ascetismo[565]. Del resto, per dare alle cose il loro giusto valore, non bisogna dimenticare mai che gli uomini del medio evo spesso pare non abbiano nessuna facoltà di discernimento, e che quel loro spirito farraginoso e fantastico di nessuna contraddizione si offende, di nessuna mostruosità si spaura, ma le cose più disparate accozza insieme e confonde, senza addarsene nemmeno. Spesso nei bassorilievi che adornano le chiese del miglior tempo dell'arte gotica si veggono ritratti soggetti oscenissimi. La festa dell'asino celebravasi in chiesa. Un frate poteva passare la mattinata a trascrivere con amorosa sollecitudine sulla pergamena un'elegia di Catullo, e l'ore dopo il mezzodì a copiare il salterio. E che dire di uno che in diciott'ore d'ininterrotto lavoro copiava i Remedia amoris di Ovidio in onor della Vergine? Un frate sì fatto poteva ancora fiorire in pieno Rinascimento, nell'anno di grazia 1467, e lasciò il documento irrefragabile dell'opera sua[566].

Fra i dotti che frequentavano la corte di Carlo Magno Ovidio godeva di grandissima riputazione: parecchi lo imitavano; uno di essi andava superbo del nome di Nasone, per il quale soltanto è da noi conosciuto. Come più si va innanzi e più la sua fama cresce, e v'è chi si studia di scolparlo di certe accuse e di farlo parere migliore che veramente non fosse. In un manoscritto della Biblioteca di Zurigo, nel verso hoc est quod pueri tangar amore minus[567], il minus fu mutato in nihil, ed una mano pietosa notò in margine: «ex hoc nota quod Ovidius non fuerit sodomita[568]». Non è vero che Ovidio fosse uno scostumato. Vincenzo Bellovacense reca nel suo Speculum historiale[569], un'amplissima raccolta di flores morales tratti da tutte le opere di lui, e Alars de Cambrai, annoverandolo fra i filosofi, dice:

Ovides li tresime estoit

Qui molt noblement se vestoit

Et molt par fu de bones mors,

En ses liures parla d'amors.

Corrado di Megenberg gli attribuisce uno dei versi famosi della IV ecloga che avevano procacciato a Virgilio la dignità di profeta di Cristo[570]. Gli scrittori ecclesiastici non si fanno scrupolo di citarlo: Fra Paolino Minorita, parlando nel De regimine principum[571] della educazion dei figliuoli, a canto a una citazione dell'Ecclesiaste reca un esempio tratto da Ovidio. Al par di Virgilio il poeta degli amori poteva essere tolto a duce e a maestro: Brunello Latini, nel Tesoretto, si fa da lui liberare dalla tirannia dell'amore; nel Romam des trois pelerinages, composto da Guglielmo di Guilleville nella prima metà del secolo XIV, Ovidio ammaestra l'autore circa le maggiori verità della fede. Un altro po' e anche Ovidio diventava cristiano.

Della celebrità che Ovidio godeva più particolarmente come poeta non fa mestieri arrecar molte prove. Abbiam già veduto che il Gower dà a lui la gloria di aver condotto a perfezione la lingua latina. L'autore del Jüngere Titurel, volendo citare esempii celebri d'intelligenza, d'arte, di forza, cita Aristotile, Salomone, Ovidio, Ercole[572]. Ma Ovidio era anche annoverato tra i filosofi, e in una moralità olandese si parla di lui come se fosse un astronomo. Non sei tu, dice un personaggio allegorico all'uomo, stato creato col capo eretto per contemplare il corso del cielo che Ovidio ci fece comprendere?[573] nelle quali parole si trova facilmente la reminiscenza di un verso famoso del primo libro delle Metamorfosi.

Le favole intorno ad Ovidio sono assai scarse, quasichè le molte da lui narrate bastassero a far sazie le fantasie. Nel XIV secolo si mostravano in Roma gli orti e il palazzo di Ovidio[574], ma nessuna leggenda sembra esser nata loro d'attorno. Qualche solitaria fantasia solamente troviamo circa il nome e circa l'esiglio. In una breve poesia latina[575], dandosi un cenno della vita e delle opere del poeta, si dà anche ragione del nome: Publius indica la pubblica fama; Naso e Ovidius traggono origine dal naso e dal vedere[576]. Giovanni dei Bonsignori nelle sue Allegorie ed esposizioni delle Metamorfosi, scritte negli anni 1375-77, e più volte stampate, spiega altrimenti e con non meno libera fantasia: «Publio fu detto dal nome della sua chasa, che furono chiamati Publei, Ovidio fu detto dal suo proprio nome: tanto è a dire Ovidio quanto dicitore di tutte le chose del mondo intendono (sic) il mondo meritevolmente. Poi fu detto Nasone per ciò che si chome pello naso odoriamo ogni chosa, chosì Ovidio ogni chosa mondana volse odorare e sapere[577]».

Dell'esiglio del poeta si fa spesso ricordo, e non meno delle altre opere di lui erano conosciuti i Tristi. Teodulfo ed Ermoldo Nigello, essendo in disgrazia, li imitavano nelle loro elegie; nel secolo XIII Albertino Mussato ne traeva un centone. Modoino nel suo già citato rescriptum afferma che Ovidio fu relegato ingiustamente: