Pertulit an nescis quod longos Naso labores,

Insons est factus exul ob invidiam;

ma altri la pensavano altrimenti. Curioso a tale riguardo è il racconto che si legge in una delle continuazioni della cronaca di Rudolf von Ems. Ovidio era cancelliere e primo scrivano di un re. Scoperta la colpevole amicizia di lui e della regina, il re lo fa mettere in una nave, gli fa dare, richiestone, penna, inchiostro e pergamena, e lo abbandona solo in balìa delle onde. La nave, tratta dai venti, vaga pei mari; ma intanto Ovidio scrive il libro di Troja, e riuscito ad approdare lo manda al re che gli perdona. Questo libro si chiama Ovidius de Pontus; scritto da prima in lingua pagana, esso fu tradotto poi in latino e in tedesco. Qui non si tratta, come potrebbe a primo aspetto sembrare, di una semplice confusione: un libro di Troja si trova attribuito ad Ovidio anche nei Gesta Romanarum ed altrove. Esso è, per avventura, quello stesso che si crede composto da un Bernardo Floriacense, vissuto nel X secolo, e che è sino a noi pervenuto col titolo di Elegia de excidio Trojae. Brunetto Latini credette, pare, che Ovidio fosse stato, per ordine d'Augusto, rinchiuso in un carcere, giacchè, parlando dell'Ibis, così dice in un luogo del suo Tresor: «Et sachiez que Ovides li très bon poetes, quant li empereres le mist en prison fist .i. livre où il apeloit l'empereor par le non de celui oisel; car il ne savoit penser plus orde creature». Non so poi come Brunetto conciliasse questa supposta invettiva dell'Ibis con la sommessione servile espressa dal poeta nei Tristi e nelle Epistole dal Ponto, nè so del pari d'onde egli traesse quella curiosa notizia.

Ovidio non riuscì, come altri compagni suoi di poesia e di paganesimo, a entrare nel grembo della Chiesa, tuttochè Guglielmo di Guilleville lo facesse molto versato nelle dottrine cristiane. In certa novella latina[578] si racconta che due scolari si recarono una volta al sepolcro di lui per averne qualche ammaestramento, eo quod sapiens fuerat. Uno di essi domandò qual fosse il verso più efficace da esso poeta composto, e una voce gli rispose:

Virtus est licitis abstinuere bonis.

L'altro domandò quale fosse il verso peggiore, e gli fu risposto:

Omne juvans statuit Jupiter esse bonum.

Udite le risposte, i due scolari pensarono di pregare per l'anima del poeta; ma questi, essendo dannato, e conoscendo che a lui nulla giovavano le preghiere, gridò loro:

Nolo Pater Noster; carpe, viator, itor.

In questo racconto sono da notare due cose: la ragione dell'andata degli scolari al sepolcro, la quale presuppone non solo una grande scienza in Ovidio, ma ancora una certa potenza magica, a lui sopravissuta, e inerente in certo modo alle sue ossa, e il desiderio di riscattare dall'inferno l'anima del grande poeta. Anche qui ci si manifestano dunque le due principali tendenze con che la fantasia del medio evo si esercita intorno agli scrittori dell'antichità.