Non è proposito mio di discorrere qui partitamente della fortuna che Ovidio ebbe nel medio evo come scrittore, e di tener dietro alle vicende de' varii suoi libri. Altri attese già a tale studio importante con la erudizione e la diligenza che il soggetto richiede[579]: io mi terrò pago di alcuni rapidi cenni. Tutte le opere di Ovidio sono nel medio evo conosciute e citate, la più gran parte anche imitate e tradotte; il gran numero di quelle che a lui sono allora indebitamente attribuite fa testimonianza del molto favore onde gode il poeta[580]. I trovatori di Provenza, che della poesia latina avevano assai scarsa cognizione, citano Ovidio abbastanza spesso, e spessissimo lo citano i troveri francesi e i minnesinger tedeschi[581]: più di rado invece i lirici italiani del primo secolo. La sua celebrità viene principalmente dalle Metamorfosi e dai libri amatorii: egli è in pari tempo la fonte inesauribile delle favole e il gran maestro dell'amore. Peire de Corbiac dice nel suo Tezaur[582]:
Faulas d'auctors sai ieu a miliers et a cens,
mais c'anc non fes Ovidis ni Tales lo mentens.
Chi s'intendesse con questo Talete l'autore non so. Golia in quella curiosa visione da lui descritta nell'Apocalypsis, e già altrove ricordata, vede, fra molti altri antichi autori, anche Ovidio, lo spacciatore di favole,
Pascentem fabulis turbas Ovidium.
Ma contro il fabularium Sulmonensem Ovidium si scaglia Guido de Columna nella Historia destructionis Trojae. Giovanni Lydgate, nel suo poema intitolato The temple of glass, descrive un tempio di vetro sulle cui pareti sono istoriati i casi di Medea e Giasone, di Adone e Venere, di Piramo e Tisbe, di Teseo, di Dedalo, insieme con quelli di Enea e di Didone, di Penelope, di Alceste, di Griselda, di Tristano ed Isotta, e d'altri parecchi[583]. Nella prima parte del Pome del Bel Fioretto Domenico da Prato descrive una fonte di marmo istoriata. Accennate due di quelle storie il poeta soggiunge:
Molte più storie v'è ch'io non ho conte,
D'Ovidio e de' poeti intorno intorno[584].
Nel Roman de Flamenca sono ricordate le favole di Piramo e Tisbe, d'Ero e Leandro, di Cadmo, di Giasone, di Ercole, di Fillide e Demofoonte, di Narciso, di Orfeo ed Euridice, di Dedalo ed Icaro[585]: esse correvano per le bocche dei giullari.
Delle Metamorfosi, che andavano sotto il nome di Ovidius magnus, o major, in latino, di Ovidio maggiore in italiano[586], di Ovide le Grant in francese, si fecero assai per tempo versioni in francese, in tedesco, in italiano. Le Metamorfosi erano tenute libro capitale, e Alfonso X di Castiglia dice nella Grande e general historia[587] che esse erano pei gentili ciò che la Bibbia pei cristiani. Una vecchia traduzione francese, porta per titolo: La bible des poetes methamorphoze[588]. L'allegoria prestava compiacente il suo officio per dissimulare o attenuare l'impressione di quanto in esse poteva offendere gli animi onesti e morigerati. Già Teodulfo, vescovo di Orleans, uno degli uomini che più illustrarono la corte di Carlo Magno, credeva che in Ovidio, sotto le gaje e licenziose parvenze della favola, si nascondessero verità profonde, e Dante perseverava in tale credenza[589]. Moralizzare con l'ajuto dell'allegoria le Metamorfosi fu, nel medio evo, occupazione gradita di letterati. Roberto Holkot, Pietro Berchorio[590], Filippo di Vitry, o piuttosto Cristiano Legouays de Sainte-More[591], Guglielmo di Nangis in vario modo vi attesero[592]. In Italia Dionigi da Borgo San Sepolcro compose sulle Metamorfosi certe tropologie che da Clemente VIII furono condannate. Un Giovanni Virgilio, che non so se sia tutt'uno col Giovanni del Virgilio amico di Dante, fece delle Metamorfosi una esposizione allegorica[593], e una traduzione con allegorie ne dava Giovanni de' Bonsignori, più volte stampata[594]. Secondo quest'ultimo autore «Mettamorfoseos è nome grecho, e dicesi da meta, ch'è vochabol grecho, che viene a dire in gramaticha la scienza; morfoseo è anchora nome e vochabolo grecho, e viene a dire in gramaticha latina mutato; e chosì rilieva in tutto trasmutazione».