Ma non tutte le favole di Ovidio maggiore piacevano a un modo; ce n'erano alcune assai più dell'altre conosciute e gradite, per esempio quelle di Narciso e di Piramo e Tisbe. Pietro Cantor, che morì nel 1197, dice, parlando in un luogo del suo Verbum abbreviatum di certi preti che, recitata una messa, non ricevendo nessuna oblazione, tosto ne cominciano una seconda, e qualche volta una terza e una quarta: «Hi similes sunt cantantibus fabulas et gesta, qui videntes cantilenam de Landrico non placere auditoribus, statim incipiunt de Narcisso cantare: quod si nec placuerit, cantant de alio[595]». La favola di Narciso è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Bernart de Ventadorn, da Peirol, nel Roman de Flamenca, nel Roman de la Rose, nei Carmina burana, dal Gower, dal Chaucer, dal tedesco Heinrich von Morungen ecc. ecc. Essa porge argomento a un racconto del Novellino, e ad una novella francese in versi[596]. In questa il soggetto è curiosamente accomodato al gusto romantico dei tempi: la mitologica Eco cede il luogo alla figliuola di un re, la bella Dana, che s'innamora del giovinetto Narciso, vedendolo un giorno tornar dalla caccia, a cavallo. Tutto lo svolgimento dell'azione è conforme alle tradizioni della letteratura amatoria e cavalleresca del tempo in cui scrisse l'autore[597].
La commovente storia di Piramo e Tisbe è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Arnaut de Marueil, da Rambaut de Vaqueiras, da Elias de Barjois, da Peire Cardenal, da Arnaut de Carcasses, da Raimon de Durfort, nella tenzone di Rufian e Izarn, nel Roman de Flamenca, nel Roman de la Poire, nei Gesta Romanorum, da molti poeti epici e lirici francesi italiani, tedeschi, inglesi. Essa aveva, come esempio, una gran forza nelle cose d'amore, e i nomi di Piramo e Tisbe si citavano insieme con quelli dei più fedeli e più illustri amanti, Ero e Leandro, Lancilotto e Ginevra, Tristano ed Isotta. Quanti non espressero, in una od in altra forma, il pensiero da Pier delle Vigne significato alla sua donna in quei versi:
E direi come v'amai dolcemente
Più che Piramo Tisbe.
Due poeti latini del medio evo la rinarravano in nuovi versi, la rinarrava il Chaucer, la rinarrava Dirk Potter, la rinarravano gli autori sconosciuti di un poemetto francese, di uno olandese, di una novella italiana[598]. Onorevole ricordo dei due amanti infelici fa il Boccaccio nell'Amorosa Visione[599] e nel De claris mulieribus ne rinarra la storia. Persin nelle chiese s'istoriava il lacrimevole caso. Nella cattedrale di Basilea esso si vede scolpito sulle quattro facce di un capitello, opera del secolo XII[600]. Può darsi del resto che anche in esso si scoprisse un'allegoria, giacchè il leone nel simbolismo cristiano è spesso figura del diavolo[601].
Anche la favola di Orfeo ed Euridice, la quale, oltre che da Ovidio, era stata narrata da Virgilio nel IV delle Georgiche, fu molto conosciuta, e in parte per le medesime ragioni. Essa porse argomento a una novella francese in versi, a un poemetto inglese, a un poemetto popolare italiano molto volte stampato: l'Orfeo del Poliziano non cade qui in considerazione. Ma essa si prestava ancora meglio di molte altre alla interpretazione allegorica. Già Boezio, narrandola in fine del l. III De Consolatione, se ne giova come di una parabola atta a fare intendere che l'anima, la quale vuole darsi a Dio, deve rinunziare al mondo, e non più rivolgere ad esso il desiderio e lo sguardo. In una versione francese del trattato De consolatione, opera probabilmente di un italiano, e scritta nel secolo XIV, il racconto di Boezio è stranamente alterato, ma in modo da farlo più conforme ai gusti di allora. Orfeo passa la vita a piangere sulla tomba della sua diletta Euridice. Una notte un diavolo gli apparisce, ed egli tosto domanda di poter andare con lui all'Inferno, per rivedere la sposa. Il demonio acconsente, gli fa da guida, e quando Orfeo ritrova nel tenebroso regno la sua donna, tutta la famiglia dei diavoli si smascella dalle risa al vedere i segni della sua incomposta letizia. Orfeo chiede di poter ricondurre seco la sposa, e i diavoli, che meditano di fargli una strana burla, glielo concedono, a patto che egli, Orfeo, non si volti indietro per nessuna cosa che veda, o che oda. Orfeo si parte insieme con la sposa, e la sua felicità non ha pari; ma i diavoli non tardano a suscitargli dietro un così spaventoso fracasso, che egli, sgomentato, si volta, e perde novamente il suo amore. Così parimente succede a coloro che in compagnia della loro donna, la Verità, se ne vanno verso il Paradiso, e cammin facendo si lasciano vincere dalla tentazione di rivolgersi novamente al mondo[602].
Molte altre delle favole narrate nelle Metamorfosi si trovano ricordate qua e là, in iscritture di diversissima indole, a far testimonianza della riputazione del libro. Nei Gesta Romanorum si moralizza sulla favola di Argo[603]. Quella di Dedalo ed Icaro, che pure si prestava molto bene alla moralizzazione, è ricordata da Guiraut de Calanson, da Richart de Barbezil, da Bertran de Paris, nel Roman de Flamenca, nel Roman de la Rose. La storia romantica degli Argonauti doveva andar molto a genio all'uditorio dei giullari. Essa è ricordata spesso, e anche nel Fierabras, dove si fa del Colco un'isola:
l'ille de Corcoil, dont on a moult parlé,
Là ou Jason ala, là û fu endité,
Por l'ocoison d'or fin, ce dient li letré[604].