Le vendredi vient de Venus:
Venus sénefie luxure[745].
Non è egli curioso che Dante, dopo aver ripreso l'errore degli antichi, i quali credettero
Che la bella Ciprigna il folle amore
Raggiasse, volta nel terzo epiciclo[746],
ponga appunto nel pianeta di Venere le anime beate di coloro che in vita furono proclivi all'amore?
Ma, come ho già accennato, Venere non vive nel medio evo solamente nelle tradizioni classiche della poesia; essa vive ancora, fatto ben più importante per noi, nella memoria e nella credenza del popolo, e vi genera nuovi miti. Se non che, mutate di pianta le condizioni dei tempi, e trasformato lo spirito, questi miti non sono più sereni ed amabili, quali sarebbero convenuti alla madre gioconda degli amori, ma inquieti e paurosi, quali convenivano oramai a colei che la nuova religione aveva, già da gran tempo, precipitata dal suo seggio di gloria. Venere ha patito la sorte di tutti gli altri dei, e si è trasformata in demonio; ma nel demonio che la nuova fede ha dannato agli abissi, e che reca in fronte il marchio della riprovazione, si riconosce ancora l'antica bellezza, e si ritrova il fascino delle seduzioni irresistibili.
Nell'Anticlaudianus Alano de Insulis introduce Venere moribonda a ricordare le proprie imprese e a deplorare la perdita dell'antica potenza[747]; ma era un errore il suo: Venere aveva ancora lunghi anni da vivere, e la sua potenza era tuttavia formidabile. Come or ora vedremo, si poteva prendere alla lettera l'avvertimento che un ignoto lasciò scritto in un codice antico dell'Escuriale[748]:
Sub Veneris latere debet nemo latere
Nam mala Venere plurima devenere.