Venere, la più potente delle divinità, era divenuta un potentissimo demonio[749].
Ed ecco presentarcisi due delle più belle, immaginose e significative leggende che il genio del medio evo abbia create; quella celeberrima di Tannhäuser; e l'altra, assai meno nota, ma non però meno curiosa, del giovane patrizio di Roma. Cominciamo da questa.
Il più antico scrittore che la narri, senza però dire a quali fonti attinga, è il cronista inglese Guglielmo di Malmesbury, il quale fioriva intorno al mezzo del XII secolo. Ecco, tradotto, il suo racconto[750]. Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d'illustre famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più spiritosi l'ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di alleggerire danzando, o sbalestrando, o in altri giuochi esercitando il corpo, gli stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale, lo appose al dito steso di una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma poichè tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, affannato ed acceso si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello trovò piegato sulla palma della mano il dito della statua. Avendo quivi penato un pezzo senza potere, nè strappare l'anello, nè frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè, lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l'anello, in silenzio se ne partì. Tornatovi poscia con alcuni suoi familiari a notte scura, ebbe a stupire vedendo raddirizzato il dito e tolto l'anello. Tuttavia, dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa rasserenare, e, giunta l'ora di coricarsi, si adagiò accanto a lei. Ma, come appena si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra sè e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale impedimento l'amplesso, udì una voce che diceva: «Giaciti meco, dacchè oggi pure tu m'hai sposata. Io sono Venere, a cui tu ponesti l'anello in dito; io ho l'anello in poter mio, e più nol renderò». Spaventato da tanto prodigio, nulla osò, nulla potè rispondere il giovane, e passò insonne la intera notte, esaminando tacitamente nell'animo il caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo; del rimanente era validissimo e atto a checchessia. Finalmente, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete suburbano per nome Palumbo. Aveva costui virtù di suscitare per arte di negromanzia figure magiche, e d'incutere terrore nei demonii, facendoli servire a quale officio più gli piacesse. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande, e tale da riempiergli d'oro la borsa quand'egli fosse riuscito a far congiungere gli sposi, usò il supremo dell'arte sua, e composta una epistola, diedela al giovane dicendo: «Va alla tale ora di notte al crocicchio, dove la via si divide in quattro, e poni mente a ciò che tu vedrai. Passeranno di colà molte figure umane, d'ambo i sessi, d'ogni età, d'ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali con la fronte volta alla terra, quali col ciglio superbamente levato, e quante sono insomma le forme e le sembianze dell'allegrezza e della tristezza, tutte le potrai vedere espresse nei volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quando pure esse favellino a te. Seguirà quella turba uno di maggiore statura degli altri e più corpulento, sedente in un carro: a lui porgi silenzioso l'epistola, e incontanente sarà appagato il tuo desiderio, purchè tu faccia tanto d'essere d'animo risoluto». Il giovine si avvia, come gli era stato prescritto, e stando la notte a ciel sereno, sperimenta la verità di quanto avevagli detto il prete, chè nulla non mancò alle promesse. Fra gli altri che di là passavano vide sopra una mula una donna vestita a uso di meretrice, sparsi i capelli giù per le spalle, e stretti in capo da un'aurea benda. Teneva colei in mano una verga d'oro, con la quale governava la cavalcatura, e per la tenuità delle vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d'atti impudichi. Che più? L'ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi nel giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldi e di perle, chiede la causa del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porge la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il noto suggello, legge lo scritto, e tosto, levate le braccia al cielo, «Dio onnipotente», esclama, «insino a quando soffrirai tu la iniquità di Palumbo?» E senza por tempo in mezzo mandò due de' suoi satelliti perchè ritogliessero a Venere l'anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Così il giovane, venuto a capo del suo desiderio, potè finalmente godere dei sospirati amori; ma Palumbo, com'ebbe udito la lagnanza che di lui il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua fine; per la qual cosa, fattisi di suo arbitrio troncar tutti i membri, morì con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo le inaudite sue sceleraggini. Guglielmo conchiude la sua narrazione dicendo come ancora al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri raccontassero tale storia ai figliuoli, affinchè ne fosse tramandata ai posteri la memoria.
L'immaginosa leggenda, appropriata quanto altra mai al gusto e alle credenze dei tempi, si divulgò per tutta l'Europa, e fu raccolta e rinarrata da molti altri scrittori, tra' quali basterà ricordare Vincenzo Bellovacense[751], Matteo di Westminster[752], Radulfo da Diceto[753], Enrico di Knyghton[754], Giovanni Bromton[755]. Guglielmo di Malmesbury, da cui direttamente o indirettamente attinsero tutti costoro, non dà nessuna indicazione circa il tempo in cui si suppone avvenuta la strana avventura; non così quelli che vennero dopo di lui. Vincenzo Bellovacense la dice avvenuta circa l'anno dodicesimo dell'impero di Enrico III, ossia intorno al 1050, Matteo di Westminster nel 1058, Radulfo da Diceto nel 1036, Giovanni Bromton nell'ultimo anno di Edoardo il Confessore, ossia nel 1066, e circa quel medesimo tempo Enrico di Knyghton. Inoltre Guglielmo tace il nome del giovane e della sposa, che da Giovanni Bromton sono chiamati Lucio ed Eugenia. Enrico di Knyghton dà al giovane il nome di Luciano.
Fermiamoci alquanto ad esaminare il racconto di Guglielmo di Malmesbury, a rilevarne lo spirito, a sceverarne gli elementi. Anzi tutto egli dà la leggenda come italiana, afferma che si raccontava comunemente a' suoi tempi in Roma e nel circostante territorio, e noi non abbiamo ragione per mettere in dubbio le sue parole, sebbene sia ragionevole il credere che, una volta uscita d'Italia, la leggenda mutasse alcun poco l'indole primitiva e ricevesse qualche nuovo elemento.
Il carattere che in esse presenta Venere merita di essere attentamente considerato. Venere è un demonio, ma tale tuttavia che, non solo non ha in sè la orridezza, ma nemmeno la consueta ferità e malignità diabolica. Essa è innamorata, e vuol fruire dell'amor suo: non usa nessuna violenza al giovine, nè sfoga l'ira sua sulla sposa; ma si oppone a che il matrimonio sia da essi consumato, e si fa forte del suo diritto, che pretende siale stato conferito dal giovane mediante l'anello. Ricorderò a tale proposito come nel medio evo il solo sposo desse l'anello alla sposa, e come per antichissimo diritto romano lo sposo che avesse donato alla sposa l'anulus pronubus si considerasse regolarmente impegnato. E notisi che nel concetto della leggenda Venere non si prevale artificiosamente di un atto per se medesimo insignificante, e a cui ella fingerebbe di dare la forza che in realtà non può avere: l'anello di cui ella è in possesso le conferisce il diritto, e per farla chetare bisogna ritorle l'anello. Così non si poteva ricuperar dall'inferno chi avesse venduta l'anima al diavolo se prima non si riaveva la scritta del contratto. Ora, in questa bella, dolce e appassionata figura di demonio, che noi ritroveremo di bel nuovo più oltre, splende, o m'inganno, un riflesso dell'antica divinità. La Venere medievale innamorata del giovane patrizio romano fa ripensare alla Venere antica innamorata di Adone. Un concetto, direi così benevolo, di Venere, non poteva sorgere che a medio evo avanzato, spenti i ricordi della lunga ed asprissima lotta fra cristianesimo e paganesimo, e ridischiuso il senso al prestigio della bellezza antica. In tempi di lotte ancora accese, o di ancor desti sospetti, il demonio Venere sarebbe stato dipinto con più foschi colori. Prospero Aquilano, morto nel 463, racconta nel suo trattato De promissionibus et praedictionibus Dei[756] la curiosa storia di una fanciulla cristiana, la quale, per aver osato di paragonarsi con una statua di Venere in Cartagine, fu, per opera diabolica, affetta di tale una malattia nella gola che per lo spazio di settanta giorni non potè prendere cibo veruno, fino a che, condotta in chiesa, e fatta partecipe della comunione, fu liberata.
Veniamo alla statua. L'antichità, oltre a quello famoso di Pigmalione, narra parecchi casi di persone che s'innamorarono di statue, casi che non hanno relazione col nostro[757]. Luciano, Plinio, Valerio Massimo, Clemente Alessandrino fanno ricordo di un giovane che, innamoratosi della Venere di Prassitele in Gnido, sfogò sopra di lei la propria libidine; ma la dea non si commosse, pare, alle prove della sua passione. Nella leggenda nostra il giovane non è punto innamorato della statua, ma la statua è evidentemente concepita come un idolo, ossia come il simulacro di una divinità, legato a lei con una specie di vincolo arcano e vitale, per modo che la promessa fatta ad esso valga come fatta alla divinità che rappresenta. Il caposaldo della leggenda dev'essere appunto una statua esistita in Roma, e nulla v'è che contrasti a questa congettura. I cristiani non distrussero tutti i simulacri di antichi numi che poterono avere nelle mani; essi dovevano muovere guerra più aspra a quelli delle divinità impudiche, in particolar modo a quelli di Venere, come pare che già facesse Costantino Magno[758]; ma anche di questi molti se ne salvarono. Può darsi che nell'XI secolo una statua di Venere sia stata ritrovata in Roma, e abbia dato origine e argomento alla leggenda: se si ha da credere a Ranulfo Higden, o a quel Gregorio della cui autorità egli si prevale, una tale statua si ammirava veramente in Roma nel XIII secolo. Ecco in qual modo egli la descrive[759]: «Fuit et imago Veneris eo modo quo quondam nudo corpore Paridi se ostendebat, ita artificiose composita ut in niveo imaginis ore sanguis recens natare videretur». Salvo la esagerazione di quest'ultime parole, nel resto non è nulla che non possa essere agevolmente creduto. S'immagini ora che un tale ritrovamento veramente fosse avvenuto nell'XI secolo in Roma. Le reminiscenze dell'antichità non erano in tutto spente; si sapeva ancora chi fosse stata Venere, quale fosse stato il suo ufficio, e forse nella plebe durava ancora qualche tradizione, qualche pratica superstiziosa dell'antico culto. La statua fu ammirata per la sua bellezza, ma fu in pari tempo guardata con sospetto, come quella a cui poteva andar congiunta tuttavia una misteriosa potenza. S'immagini che, presso al luogo dov'essa fu collocata, la felicità di due giovani sposi sia stata turbata da un accidente naturalissimo, ma che molto spesso nel medio evo fu creduto effetto di malìe; assai agevolmente se ne poteva far ricadere la colpa su quella statua di Venere; e poichè a esercitare quelle malie la gelosia era motivo principalissimo, si poteva immaginare che Venere fosse innamorata del giovane e gelosa. L'anello posto in dito alla statua può esser fatto vero, può essere fatto immaginario, ideato per dare al tutto più consistenza; e la guarigione del giovane può essere succeduta ad alcune pratiche magiche poste in opera per ottenerla. La leggenda sarebbesi formata così in modo assai facile e spontaneo, e nulla v'è nelle sue parti essenziali che possa legittimamente far dubitare dell'origine italiana. Il Baring-Gould sostiene[760] che la particolarità dell'anello fu suggerita da credenze religiose dei popoli teutonici e scandinavi, e ricorda che la dea Freya si rappresentava con un anello in mano, e ricorda un mito della dea Thorgerda Hörgabruda, la quale non si lascia togliere un anello dal braccio; ma non v'è nessuna necessità di ricorrere a così remote origini.
La tregenda descritta da Guglielmo di Malmesbury ha molti riscontri. In Germania e in Francia chi vedeva passare il wildes Heer, o la maisnie Hallequin, doveva, come il giovine Romano, serbare il più profondo silenzio. Vedervi mescolata Venere non deve fare meraviglia. Sant'Agostino fa ricordo di una credenza[761], secondo la quale le streghe si riunivano la notte guidate dal Demonio, da Diana, da Minerva e da Erodiade, e tale credenza si conservò a lungo nel medio evo. L'esercito furibondo in Germania qualche volta è capitanato da Holda che si confuse con Venere[762], qualche volta dallo stesso demonio[763], e tra le incisioni che adornano i Sermones et varii tractatus di Geiler von Keisersberg, nella edizione che se ne fece a Strasburgo nel 1508, una ve n'ha che rappresenta il duce dell'esercito seduto in un carro, come nel racconto di Guglielmo. Nella leggenda di San Basilio, vescovo di Cesarea, si narra di un mago che diede a uno schiavo una epistola per il diavolo; con essa lo schiavo doveva ottenere che fosse soddisfatto certo suo desiderio. Ciò che nel racconto di Guglielmo si dice della penitenza e della morte di Palumbo ricorda quanto della penitenza e della morte di Gerberto fu narrato dalla leggenda.
La Kaiserchronik contiene[764] un lungo racconto, indipendente da quello di Guglielmo, e in cui l'avventura testè narrata si fa accadere bensì in Roma, ma ai tempi dell'imperatore Teodosio, e con particolarità che altrove non si hanno. Eccone in breve la sostanza. C'erano in Roma due giovani fratelli adoratori degl'idoli. Una volta che l'uno di essi, per nome Astrolabio, giocava alla palla con alcuni compagni, avvenne che la palla andò a cadere dietro il muro antico di un tempio. Astrolabio diè la scalata al muro, e quando fu dall'altra parte vide una statua bellissima che gli fe' cenno con la mano. Era quella una statua di Venere. Il giovane preso da subitanea ed irresistibile passione, si tolse di dito l'anello, e lo diede alla statua in pegno di perpetuo amore. I compagni suoi, entrati con violenza, contro il volere dei sacerdoti, nel tempio, lo ritrovarono assai tramutato; egli non fece parola di quanto gli era occorso; ma tutto pieno del suo diabolico amore, da quell'ora non bevve, non mangiò, non dormì più, e tutti temettero che presta morte lo dovesse incogliere. Un giorno il giovane innamorato si fece animo, andò a trovare Eusebio, il cappellano dell'imperatore, e narratogli il caso, gli chiese consiglio ed ajuto. Eusebio da giovane aveva studiato negromanzia ed era assai versato in quest'arte. Egli evocò il diavolo e gl'ingiunse di riportargli l'anello che il giovane aveva donato alla statua; ma non potendo ottener ciò, si fece portare egli stesso all'inferno, e non senza molta fatica ricuperò l'anello. Da ultimo costrinse il diavolo a svelargli in che fosse riposta la maligna potenza della statua: questa potenza era procacciata da certe erbe nascoste sotto di essa. Risaputa la cosa, il papa Ignazio fece consacrare la statua in onore di San Michele[765]. Il giovane guarì, e insieme con molti altri ricevette il battesimo.
Questo racconto non è certo meno antico di quello di Guglielmo, e tutt'a due debbono considerarsi come versioni diverse di uno stesso tema leggendario. Tuttavia la versione dello storico inglese mi sembra dover essere la più genuina: ciò che, per tacer di altro, nel racconto tedesco si dice delle erbe magiche nascoste sotto la statua, rende inutile l'anello dato in pegno, e guasta tutto il concetto della leggenda.