Nelle favole demonologiche del medio evo, e più particolarmente in quelle dei succubi, si potrebbero trovare alla leggenda di Venere innamorata parecchi riscontri. Ettore Boezio racconta il caso di un bellissimo adolescente che per molti mesi fu perseguitato da un succubo, bellissimo anch'esso, il quale, ogni notte, penetrava, tuttochè fossero chiuse le porte, nella stanza di lui, e con blandizie lo provocava all'amplesso[766]. Cesario di Heisterbach racconta la storia seguente[767]. Un mago di Toledo fu richiesto da certi scolari svevi e bavaresi di dar loro un saggio dell'arte sua. Non essendogli stato possibile di scusarsi, egli li condusse in un campo, tracciò loro intorno con una spada un cerchio, e severamente ammonitili di non uscirne, e di non dar cosa alcuna a coloro che erano per comparire, come pure di nulla accettare da essi, evocò i demonii. Tosto compajono questi in figura di cavalieri, e con varii giuochi si studiano di allettare i giovani a uscire dal cerchio. Tornata vana la prova, ricompajono in figura di avvenenti e procaci fanciulle, e danzando rinnovano le provocazioni. Uno di essi, con usare più lenocinii degli altri, e con isporgere un anello d'oro, riesce a trarre uno dei giovani fuori del cerchio, e incontanente sparisce con lui, e spariscono ancora tutti gli altri demonii. Minacciato nella vita dai compagni dell'incauto, il mago ricorre al principe dei demonii, il quale convocato il concilio infernale, dopo molto discutere ordina che il giovane sia rimesso in libertà.
Ma il riscontro più curioso alla leggenda nostra lo porge un'altra leggenda del medio evo, nella quale, rimanendo invariate molte delle altre particolarità, alla dea Venere si sostituisce la Vergine Maria. Non saprei chi possa essere stato il primo a riferirla, ma Vincenzo Bellovacense, che, come s'è veduto, riferisce anche l'altra, la narra nei seguenti termini[768]. Alcuni giovani chierici giocavano alla palla dinnanzi a una chiesa. L'uno di essi, temendo che nel giuoco non gli si avesse a spezzare un anello che in pegno di carnale amore gli aveva donato l'amica, entrò in chiesa per quivi deporlo; ma veduta una bellissima immagine della Vergine, le s'inginocchiò davanti, e salutatala, disse: «Veramente sei tu più bella assai di colei che mi diè quest'anello, e però io rinuncio a lei, e faccio proposito di servire e di amare te sola, a patto che tu me ne ricambii con l'amor tuo». Profferite tali parole, il giovane si tolse l'anello, e lo inserì nel dito steso della statua, la quale, volendo mostrare di accettare il patto, ripiegò il dito. Meravigliato il giovane, chiama i compagni e narra loro l'accaduto, ed essi lo esortano a rinunziare al mondo e a dedicarsi tutto al servizio della madre di Dio. Ma il giovane, traviato dalle ricchezze, dopo non molto, mentendo alla fatta promessa, condusse moglie. Ed ecco, la prima notte delle nozze, apparire al dormiente per ben due volte la Vergine, rimproverargli la mancata fede, mostrargli l'anello, minacciargli severissimo castigo. Colto da paura e da pentimento, quella medesima notte abbandonò il giovane ogni cosa sua, e si ritrasse a vivere in un eremo, dove per fin che gli durò la vita servì alla sua signora ed amica.
Questa medesima storia si trova pure narrata da Jacob van Maerlant nello Spigel historiael, nello Speculum exemplorum, da Pelbarto nello Stellarium coronae gloriosissime Virginis[769], da Gualtiero di Coinsi nei Miracles de Nostre Dame[770], e da altri parecchi. Ma assai probabilmente essa altro non è che una versione raffazzonata di una leggenda più antica, e raffazzonata a imitazione di quella di Venere. Pottone o Bottone, abate Prunvenigense, il quale fiorì nel XII secolo, narra nel c. XVI del suo Liber de miraculis sanctae Dei genitricis Mariae[771], il caso di un chierico di Pisa, molto devoto della Vergine, il quale, essendosi lasciato indurre a tor moglie, fu dalla Vergine, in una chiesa, aspramente rimproverato, dopodichè egli abbandonò ogni cosa, e benchè nessuno sapesse mai dove andasse a riparare, si credette che si fosse tutto consacrato al servizio di Dio e della madre sua. In questo racconto, nè del giuoco della palla, nè dell'anello si fa menomamente ricordo. Storie di matrimonii mistici di giovani con la Vergine, come anche di gravi punizioni da questa inflitte ai mancatori di fede, non sono rare nel medio evo. Tommaso Cantipratense una ne racconta in cui la Vergine fa morire un giovane a lei devoto il giorno stesso in cui egli deve tor moglie[772]. Una leggenda che ha qualche somiglianza con quella del chierico e della Vergine si racconta anche di Sant'Agnese[773].
Veniamo ora alla leggenda di Tannhäuser.
In un monte della selvosa Turingia, il quale da tempo immemorabile, è chiamato l'Hörselberg, s'apre in luogo precipitoso ed impervio una profonda caverna, dalla cui bocca, forse per moti incomposti d'acque sotterranee, prorompono strani e formidabili fragori. Per questa ragione, appo gli scrittori latini dei passati secoli, il monte si trova indicato col nome di Mons horrisonus, e risale forse a remotissima antichità la popolare credenza, viva tuttora, che fa di quella bocca uno spiraglio dell'inferno. Ma da essa non solamente rumori spaventosi, qualche volta si udivano uscire anche gli echi soavi di musiche lontane, e spesso sul suo limitare si vedevano belle e provocanti immagini di donne che allettavano i viandanti a seguirle. Dentro a quel monte Venere aveva la sua corte e la sua numerosa brigata.
Un nobile cavaliere di Franconia, per nome Tannhäuser, vassallo d'amore, e trovatore lodato di rime, passava una volta davanti alla misteriosa caverna, quando, in sulla entrata di essa, vide una donna d'incomparabile bellezza, che con voce ammaliante e atti di seduzione lo invitava a sè. Altri non era costei che la stessa Venere, Frau Venus. A dispetto degli avvertimenti della coscienza, Tannhäuser, attonito, affascinato, segue i passi dell'innamorato demone, e con esso discende nelle viscere della terra. Quivi lo attende una vita di gaudii ineffabili, quante squisitezze sa immaginare l'amor più sollecito, quanti portenti sa compiere un'arte a cui gli elementi obbediscono. Ma passan più mesi; è trascorso un anno, e Tannhäuser, dalla cui mente cominciano a dileguarsi i vapori della lunga ebbrezza, pensa al suo errore, sente le crescenti punture del rimorso e il terrore della eterna dannazione, ridesidera la libertà e la compagnia dei suoi simili. Con l'ajuto della Vergine Maria, da lui invocata, riesce a fuggire dalla perigliosa dimora, e messosi in via, a quanti preti incontra si confessa e chiede l'assoluzione. Ma tutti, spaventati della immanità della colpa, lo rimandano al papa, che ha la suprema potestà di sciogliere e di legare. Tannhäuser va a Roma, si getta ai piedi di papa Urbano IV, implora perdono e benedizione; ma il papa, tradendo il suo ministero, lo respinge duramente e gli dice: «Quando quest'arida verga ch'io ho tra le mani rinverdirà e fiorirà allora ti assolverò dal tuo peccato». Tannhäuser, come la disperazione lo consiglia, rinunzia alla incominciata penitenza, e ritorna alla sua caverna, a Venere, ai suoi esecrabili amori. Intanto, per subitaneo miracolo, fiorisce la verga tra le mani del papa, che, atterrito e pentito, manda messi per tutta la cristianità a cercar novella del peccatore; ma tardo troppo è il suo zelo e tarda ogni indagine: Tannhäuser è dato per tutti i secoli in potestà di Venere.
Il caso mirabile si suppone seguito circa l'anno 1260, nel bel mezzo della Germania fatta già da più secoli cristiana. Divulgato prima, e con pertinace memoria, dalla poesia popolare, fu rinarrato da un secolo in qua, con molta varietà di sentimenti e d'intenzione, da parecchi poeti tedeschi, fra gli altri dal romantico Tieck, e da quell'Heine il cui temperamento poetico non si può con un solo epiteto definire[774].
La leggenda di Tannhäuser è genuinamente tedesca; ma la immaginazione di un monte, supposto asilo di Venere, non è forse tale in origine. Essa si trova anche in Italia, e può darsi che dall'Italia sia passata in Germania. Di un Monte di Venere presso il lago Nursino parlano Enea Silvio Piccolomini in una epistola e Adriano Romano nel Theatrum urbium[775], ed è assai ragionevole il credere che la memoria dell'antica divinità si serbasse piuttosto in Italia che non in Germania. Tuttavia è da notare che in Germania vi furono parecchi Monti di Venere, che il nome di Venus vi divenne nome di famiglia, e che qualche altra leggenda vi si ebbe in cui comparisce l'antica divinità. Anzi nel XIV secolo ci doveva essere l'uso d'invocarla questa divinità, giacchè Corrado di Megenberg dice del pianeta Venere che inclina all'amore, come alcuni avessero in costume di dire: Venere ajuta! i quali non sapevano che cosa Venere si fosse[776]. Ricorderò ancora che secondo un poema tedesco già citato, il Wartburgkrieg, Felicia, figliuola della Sibilla, e Giunone vivono con Artù nel cavo di un monte[777]. La leggenda di Tannhäuser può inoltre essere raccostata a quella di Uggiero il Danese, trattenuto da Morgana nell'isola di Avallon, e ad altre di simil tenore.
Checchessia del luogo di origine delle leggende esposte nelle pagine precedenti, riman provato per esse che il ricordo di Venere si agitava ancora negli uomini del medio evo, e commoveva alla creazione di nuovi miti le fantasie.