Roma, dominatrice dell'antico mondo, diventa centro della cristianità, e sede della suprema potestà religiosa. Un tal fatto ha gran peso nei destini della Chiesa, e l'un primato intimamente si lega con l'altro.
A me non tocca rifare la storia della lunga e ostinata lotta che il cristianesimo ebbe a sostenere, non solo contro il gentilesimo, ma contro ancora la più gran parte delle istituzioni, costumanze, e forme di vita onde constava la civiltà pagana, e nemmeno mi si appartiene di rinarrare il suo trionfo, e come la Chiesa si venisse costituendo e come crescesse la sua potestà. Tale cómpito spetta agli storici del cristianesimo: io debbo contentarmi di ricordar di passata alcuni fatti più peculiari nei quali le due entità storiche e morali che si chiamano Roma e la Chiesa vengono a più stretto raffronto, e mostrare quali influssi vicendevolmente l'una esercitasse sull'altra, e come ne nascessero certe opinioni e fantasie largamente diffuse poscia nel medio evo e molto vivaci.
I sentimenti che i cristiani dei primi secoli professarono per Roma furono in diversi tempi molto diversi. Tanto che l'impero durò pagano, i cristiani odiarono Roma, considerata da essi quale la metropoli della paganità, e come il regno della corruzione. Nell'Apocalissi e nell'epistola prima di San Pietro, Roma è chiamata con l'ingiurioso nome di Babilonia, come assai spesso nei libri talmudici, e tal nome le è dato pure da parecchi padri[778]. Arnobio la dice posta per la distruzione del genere umano[779]. Ma poichè l'impero si fu convertito mutò interamente la disposizione degli animi. Prudenzio giudica Roma la più grand'opera della Provvidenza[780]. Se per l'impero si pregò dai cristiani in ogni tempo[781], venne stagione in cui la integrità e la durata di esso parvero necessarie alla conservazione, o almeno alla prosperità della Chiesa. Nella messa romana degli ultimi tempi appunto dell'impero, sono frequenti preghiere intese a scongiurare il crescente pericolo delle invasioni barbariche, e vi ricorrono frasi come le seguenti: protege romani nominis ubique rectores; — Hostes Romani nominis et inimicos catholicae professionis expugna; — Statum Romani nominis ubique defende[782]. San Gerolamo all'udire l'entrata di Alarico in Roma prorompe in quel grido del salmista: Deus, venerunt gentes in haereditatem tuam! Ciò nullameno, anche in tempi posteriori si riscontra intorno a Roma una certa ambiguità di giudizii, di modo che ora la sua santità, ora la sua sceleraggine è proclamata. Il sangue dei martiri, e più particolarmente dei principi degli apostoli l'aveva grandemente santificata; ma la ingiusta lor morte le era pur causa di perpetua infamia. Basti all'uopo nostro un esempio. Nella Invectiva in Romam, composta nella prima metà del X secolo, si trova il seguente passo, dov'è curioso il raccostamento che si fa tra Romolo e Remo e San Pietro e San Paolo: «O Roma, conditores tuos Romulum et Remum, quos unus uterus gessit, tua menia ut simul regnarent, non receperunt, sed fratricidio tabefacta neci unum tradidisti, alterum quirinali gladio capitales tibi leges impertiendo volvens....... imo tocius orbis hominibus dominos Petrum et Paulum, apostolorum principes, unum crucifixisti, alterum gladio inter omicidas capite truncasti[783]».
È noto come i pagani imputassero ai seguaci di Cristo i mali tutti che affliggevan l'impero: intemperie, morbi, carestie, ruine, guerre disastrose, di tutto si dava colpa alla nuova religione, la quale aveva tolto di seggio gli antichi numi, protettori di Roma. Sant'Agostino deve ancora ribattere queste infondate accuse[784]. Ma gli apologeti non si contentano di mostrare con le prove alla mano che assai prima della introduzione del cristianesimo Roma era soggiaciuta egualmente a gravissime calamità; essi sostengono ancora che tutta la prosperità passata era un beneficio fattole dalla Provvidenza in considerazione soltanto degli alti e nuovi destini che le si preparavano. Conformemente a tali vedute componeva Orosio i sette libri delle sue storie adversus paganos, primo saggio che siasi tentato di una filosofia della storia. Nel c. 22 del l. VI egli dice espressamente che Cristo fu quegli che levò al sommo della potenza e della gloria la città sotto alla cui signoria aveva fermato di sortire i natali[785]. Ma già nel secondo secolo Melitone, vescovo di Sardi, aveva fatto notare che l'impero e il cristianesimo eran sorti ad un tempo, e che di poi la prosperità di Roma era grandemente cresciuta. A questo modo tutta intera la storia della città, a cominciar dalla fondazione, appare come la esecuzione di un gran compito sacro, per cui la città medesima e le istituzioni sue e l'opere rimangono dignificate e santificate. Così i cristiani, mentre per una parte non potevano non esecrare la metropoli del paganesimo e quella potestà imperiale che tanto avversa si mostrava alla loro fede, non potevano, per l'altra, non nutrire un sentimento di venerazione per la città predestinata, e di gratitudine per l'impero che aveva preparato il mondo all'avvenimento del cristianesimo. Cristo, dicevasi, aveva voluto nascere soggetto di Roma; ma per rendersi degna di tanto onore Roma aveva dovuto compiere l'ardua impresa di fare dei molti popoli della terra un popolo solo, pronto a ricevere la nuova dottrina. Nessuno forse esprime meglio e più categoricamente di Prudenzio questi concetti, in cui la storia di Roma veniva assumendo un carattere al tutto nuovo che doveva poi serbare lungamente[786].
Questi concetti sono comuni nel medio evo. Abbiamo veduto che cosa la leggenda narrasse di Augusto, dell'Ara Coeli, del famoso censimento[787]. Si disse ancora che quando nacque Cristo fu costruita una Via Regia, la quale metteva in comunicazione tutte le province dell'impero, anzi tutti i regni del mondo[788]. Poi al cómpito di Roma si diede, com'era naturale, maggiore estensione: non solo essa aveva dovuto preparare il mondo alla venuta del Redentore, ma aveva dovuto preparare la sede alla suprema potestà ecclesiastica, al papato. Abbiam pure veduto a suo luogo che cosa la leggenda narrasse delle ragioni che avevano indotto Costantino a togliere da Roma la sede dell'impero e a fondare Costantinopoli[789]. Secondo Dante Roma e l'impero
Fùr stabiliti per lo loco santo
U' siede il successor del maggior Piero[790].
A giudizio dell'ignoto autore di certi versi del X secolo, già da me riportati altrove[791], Roma sarebbe precipitata nell'ultima ruina senza il favore dei santi apostoli Pietro e Paolo.
All'opinione che a Roma fosse stato dalla Provvidenza commesso il glorioso ufficio di preparare il mondo alla venuta di Cristo un'altra naturalmente se ne legava, della quale già ebbi a recare più esempii, e cioè che in Roma stessa, o qua o là nel suo vasto dominio, si fosse avuto qualche presentimento dei mirabili fatti che in processo di tempo si dovevano compiere, oppure come una vaga consapevolezza dell'opera a cui suo malgrado la intera paganità lavorava. Di qui quelle curiose immaginazioni, di cui toccai già a più riprese, della statua di Romolo dallo stesso Romolo eretta, o di una statua alzata da Virgilio, o del tempio della Pace, e simili, che precipitano la notte in cui nasce il Redentore. Sant'Agostino dice in un luogo del De Civitate Dei[792] che l'asilo concesso da Romolo a tutti i banditi in Roma fu un simbolo della rimessione dei peccati che unisce tutti i fedeli nella città celeste, e Santa Brigida attribuisce, com'ebbi già a ricordare, un vago sentimento della vera fede ai Romani dei tempi di Romolo[793]. Le sibille, i cui oracoli Roma credeva congiunti con istretti e vitali legami alla propria sua storia, avevano annunziata la nascita e la passione di Cristo. Bandita e già divulgata la nuova fede, si fanno convertire ad essa principi, scrittori, tutta la paganità.
Grande importanza, sin dalle origini, ebbe Roma nel concetto cristiano e nelle aspirazioni della Chiesa nascente. Si riconosceva in lei il grande e necessario organo della fede. Il cristianesimo non poteva gloriarsi d'aver trionfato finchè non avesse trionfato di Roma, sede suprema di tutte le potenze del paganesimo: dalla città che dominava il mondo si poteva solo sperare di diffondere sul mondo la nuova dottrina. Gli è per questo che San Lorenzo, nell'inno postogli in bocca da Prudenzio, prega Cristo di voltare alla sua fede Roma che aveva sottomesse le genti. Alla conquista morale di Roma volse pertanto il cristianesimo tutte le sue forze, e si può certamente dire che, dove non fosse stata la Eterna Città, tutt'altri sarebbero stati i suoi destini. A lei necessariamente dovevano tendere i principi degli apostoli[794], e se col finire del terzo secolo la primazia della Chiesa di Roma è riconosciuta in tutto l'Occidente, e si distende poi a mano a mano su tutto l'orbe cristiano, non fu estraneo a questo trionfo il fatto della primazia della città che dettava, o aveva dettato leggi al mondo. Il primato storico e politico di Roma conferì potentemente a far nascere il primato ecclesiastico, che altrimenti, quando questo non avesse avuto fondamento in altro che nei fatti della storia ecclesiastica, veri o presunti, avrebbe potuto essere, con ragioni non del tutto cattive, rivendicato da alcun'altra città[795]. Le Chiese di Alessandria, di Antiochia, e di Gerusalemme erano state lungamente pari a quella di Roma in dignità, e se primato doveva sorgere, gli è evidente che esso avrebbe dovuto appartenere alla città dove Cristo era morto e risorto, e d'onde gli apostoli s'erano sparsi a predicar l'Evangelo; alla città ch'era stata teatro principalissimo dell'opera della redenzione e culla della fede. Cristo era da più di San Pietro, e Roma, per quanto santificata dal sangue dei martiri, non aveva in sè luogo così sacro che potesse stare a paragone del Calvario. Se pertanto la storia del cristianesimo avesse potuto svolgersi in tutto conforme alle sue tendenze ideali, Gerusalemme e non Roma avrebbe fruito del primato, avrebbe ricettato in sè la suprema potestà ecclesiastica: ma quella storia obbedir doveva anche ad altre necessità. Roma naturalmente volgeva, attirava a sè tutte le forze più vive della nuova società religiosa, e qualora San Pietro, il capo degli apostoli, non vi si fosse recato, e non vi avesse sparso il suo sangue in suffragio della fede, come per antica e tenacissima tradizione assevera la Chiesa di Roma, la leggenda, obbedendo ad una logica assai rigorosa, doveva farcelo andare e morire. E s'intende facilmente come la città che da secoli comandava al mondo non potesse nemmeno in materia di religione essere da meno di un'altra. Roma conferiva naturalmente il primato alla Chiesa formatasi dentro alle sue mura: per fatali leggi storiche la città imperiale doveva diventare la città papale. L'esempio di Costantinopoli conferma quest'asserzione. La Chiesa di Costantinopoli veniva in dignità immediatamente dopo quella di Roma, e ciò perchè Costantinopoli, città imperiale ancor essa, era come un'altra Roma. Il concetto della cattolicità è molto antico nel cristianesimo, è anzi, se vuolsi, inerente alla sua stessa natura; ma non v'è dubbio che esso fu grandemente favorito dalla cattolicità politica di Roma; nè forse sarebbe stato così agevole assuefare la intera società religiosa a considerar Roma come naturale suo centro, se già non fosse stata assuefatta da lunga pezza a considerarla tale la società politica. Ma la cattolicità non era più l'esclusivo privilegio di Roma dacchè era sorta Costantinopoli, ed è perciò che i patriarchi di Costantinopoli, e i sinodi raccolti tra le mura dell'augusta città, si dissero così volentieri ecumenici, usurpazione di qualità e di titolo contro cui non cessò mai di protestare la Chiesa di Roma. Se l'impero fosse stato diviso in due parti, con due diverse metropoli, sino dai tempi di Augusto, assai probabilmente la cristianità si sarebbe sin dalle origini scissa in due Chiese indipendenti, e tutt'a due pretendenti alla legittimità; se non fosse stata Costantinopoli, detta la Nuova Roma, probabilmente lo scisma di Oriente non sarebbe avvenuto, la Chiesa greca non avrebbe osato di levarsi a fronte della Chiesa romana. E se il papato non avesse avuto sua sede in Roma, non avrebbe poi nel medio evo preteso all'universale dominio, non avrebbe disposto come di cosa sua della corona imperiale. Gregorio VII, che considerava lo stato quale una fattura diabolica, e quali creature del diavolo i principi, diceva: Quibus imperavit Augustus, imperavit Christus. Così non faceva più bisogno di ricorrere alla favola della donazione costantiniana: gli apostoli avevano legittimamente conquistato Roma in nome di Cristo, e la potestà imperiale oramai non poteva venir che da loro[796].