Roma consideravasi come la metropoli necessaria della cristianità, come la sola città degna di ospitare tra le sue mura il capo visibile della fede. La Chiesa cristiana, cattolica, apostolica, romana, una e indivisibile, non poteva avere sua principal sede fuori di Roma; e se le vicissitudini storiche la forzarono mai a cercare altrove un asilo, tale necessità parve sciagura massima di tutto il mondo cristiano. A quanti rimpianti, a quante accuse non diedero argomento la traslazione e il lungo fermarsi della Santa Sede in Avignone! I papi avevan dritto su Roma, e Roma aveva dritto al pontificato. Fuori di Roma scemava la potestà dei pontefici, traviava la fede. In un quadro che Cola di Rienzo mostrò al popolo romano per farlo avveduto del proprio stato, una figura allegorica rappresentante la fede cristiana era accompagnata dalla scritta:
O sommo Patre, Duca e Signor mio!
Se Roma pere dove starajo io?[797]
Il paradiso era stato chiamato col nome di Gerusalemme celeste; Dante lo chiama col nome di Roma, facendosi dire da Beatrice:
E sarai meco senza fine civo
Di quella Roma onde Cristo è Romano[798].
E quante cose da Roma pagana non mutuò la Chiesa! Il nome stesso del pontefice essa ne prese a prestito, e il nome delle sue basiliche. Consacrandoli a Dio, o ai santi, rese perpetui i templi pagani e i simulacri degli antichi dei[799]. La statua di San Pietro, che si venera nella Basilica vaticana, deriva, come si crede, dalla statua di Giove Capitolino, fatta rifondere, secondo alcuni da Leone Magno in ringraziamento della liberazione di Roma dal furore di Attila, e secondo altri dall'imperatore Costantino, o da alcuno dei più prossimi suoi successori. I primi cristiani usarono di rappresentare Cristo col laticlavo: Gregorio Magno è chiamato console di Dio nell'epitafio composto da Pietro Oldradio[800].
Roma aveva perduta, gli è vero, la sua antica potenza, ma un'altra ne aveva acquistata in compenso, di gran lunga maggiore. Roma pagana era stata signora della terra; Roma cristiana era signora del cielo[801]. Che virtù aveva mai la spada di un Mario, o di un Cesare, paragonata con la formidabile arma dei papi, con la scomunica? Ben diceva Alfano, monaco di Monte Cassino, e a cominciare dal 1038 arcivescovo di Salerno, in una poesia dedicata a Gregorio VII[802]:
Quanta vis anathematis!
Quicquid et Marius prius