Excellis orbis una pulcritudines[803].

In grazia ancora degli apostoli Roma era stata fatta degna di accogliere in sè la doppia potestà temporale e spirituale, dell'imperatore e del pontefice[804]. Ed era comune credenza che l'occidente avesse ricevuta da Roma la fruttifera semenza della fede[805]. Roma meritava tuttavia e conservava il titolo augusto di mater gentium.

CAPITOLO XXI. L'impero nel medio evo.

La dimostrazione più solenne, e nel medesimo tempo più curiosa della potenza degl'influssi che Roma, o, per dir meglio, la memoria di lei, esercitava sulle credenze, sulle aspirazioni, sulla vita intera del medio evo, la porge il perpetuarsi della potestà imperiale in quella età, quando tutte le condizioni più necessarie della sua esistenza sono già da gran tempo mancate. Roma non è più che una ingente ruina; i popoli soggetti un tempo al suo dominio hanno fondato nuovi stati, nuove monarchie, e vivono indipendenti; della grande unità politica, procacciata a prezzo di tante fatiche e di tanto sangue, più non resta vestigio; non che la religione, la stessa civiltà di Roma è perduta; e pure l'impero, quell'impero sotto a cui Roma toccò il sommo della gloria e della potenza, continua a sussistere, quasi che la sua esistenza sia, per un arcano decreto della Provvidenza, fatto indipendente dal tempo e dallo spazio, e superiore a tutte le vicissitudini della storia.

Certo, quest'impero, di solito, non è che un'ombra, od un simbolo, ed i suoi mezzi materiali di dominazione non rispondono in nessun modo al titolo amplissimo della ostentata sovranità. Ma ombra, o simbolo, esso serba tuttavia una meravigliosa potenza morale, che quanto meno si appoggia alla forza dell'armi, o degli ordinamenti, tanto più alto concetto fa concepire della virtù indestruttibile serbata dal nome e dalla tradizione di Roma. Dopo quella del pontefice, la dignità imperiale è la maggiore in terra, e non pure i principi, ma i popoli ancora se la contendono, e le emulazioni e le contese per cagion sua si susseguono sin verso il mezzo del secolo XVII. Pur di accrescere lustro e favore alla sua causa, a Cola di Rienzo pareva bello scoprirsi, o spacciarsi figliuolo naturale di Enrico VII di Lussemburgo[806]. L'impero è giudicato necessario alla vita del genere umano, starei per dire alla economia del creato, e per tosto avvedersi della parte che ebbe nella storia del medio evo basta ripensare un istante alle lotte secolari degl'imperatori e dei papi. Fantasma di signoria, esso durò lo spazio di mille anni[807]: secondo la leggenda non avrebbe dovuto finire altrimenti che col mondo soggetto ad esso. Tale vita gl'infondevano la tradizione romana e la coscienza della cristianità.

Cominciamo dall'esaminare alcune credenze che nel medio evo ebbero corso circa l'impero antico, e poi vedremo quali fossero i caratteri più spiccati del nuovo, e quali fantasie gli si raccogliessero intorno.

Abbiamo già veduto come per primo imperatore passasse comunemente Giulio Cesare[808]. Le eccezioni sono assai rare, e qui mi basterà di notare che Corrado Bottone afferma nel suo Chronicon Brunsviciensium picturatum, scritto in dialetto sassone verso la fine del XV secolo, esservi stati prima di Cristo tre imperatori, Pompeo, Crasso e Giulio Cesare, i quali si divisero il dominio. Del resto l'impero romano era stato profetizzato già da Noè e da suo figlio Jonito, ed anzi Nembrot aveva mandato il proprio figliuolo Camese in Italia sperando così di poterlo assicurare alla sua discendenza[809]. Esso era l'ultimo dei quattro imperi simboleggiati dalla statua che Nabuccodonosor vide in sogno, e dalle quattro fiere di una delle visioni di Daniele[810]. Gli altri tre erano il babilonico, il persiano, il macedonico[811]. Il regno dei Romani corrispondeva alle gambe ferree della statua, perchè, siccome il ferro vince in durezza tutti gli altri metalli, così l'impero di Roma doveva vincere tutti gli altri imperi[812]. La potestà era discesa da un impero all'altro, e nel romano doveva rimanere sino al cominciamento del regno celeste, nel quale tutte le potestà della terra si sarebbero risolute[813]. Si scorge in questa immaginazione la tendenza generale del medio evo a far dell'impero una istituzione assoluta, superiore alle vicende storiche, soggetta sì a tramutar di sede, ma invariabile nella sostanza. Nello Speculum regum[814] Gotofredo da Viterbo tesse la storia della potestà imperiale e dei lignaggi imperiali, che egli fa risalire sino a Nembrot e ai tempi della umanità rinascente, dopo il diluvio. Nembrot regnò prima in Babilonia ed ebbe otto figliuoli, dei quali il primo, Crete, fu signore in Creta. Crete generò Celio, Celio generò Saturno, Saturno generò Giove. Ciò accadeva ai tempi di Abramo e di Isacco e di Giano, che fu primo re d'Italia. Giove usurpò il regno al padre, e dominò su tutti i re e tutti i popoli della terra. Da Giove, che fu, per valore e per sapienza, impareggiabile, vengono i Trojani, vengono i re, Alessandro Magno fra gli altri, vengono le leggi, la filosofia, l'arte della guerra, il trivio e il quadrivio. Roma e l'impero riconoscono i suoi principii da lui:

Iuraque mundana sunt a Iove condita clara;

Menia Romana Iuppiter ipso parat.

L'impero romano, a dispetto di tutti i travolgimenti, a dispetto delle stesse invasioni barbariche, non aveva patito interruzione: quello del medio evo consideravasi come la naturale e legittima continuazione dell'antico. Carlo Magno era un successore di Giulio Cesare e di Augusto; Filippo di Svevia prendeva il nome di Filippo II a causa di Filippo Arabo, che aveva regnato prima di lui[815]. Il cronista Freculfo esprimeva una opinione da cui il medio evo tutto intero doveva scostarsi, quando giudicava chiuso l'antico ordine di cose e cominciatone un altro; e lo stesso dicasi del monaco di San Gallo, che considerava Carlo Magno quale signore di un nuovo impero[816].