Nè Carlo Magno, nè il papa Leone, intesero, come noto, di restituire un impero di Occidente distinto e separato dall'impero di Oriente, o piuttosto di restituire una potestà imperiale diversa da quella degl'imperatori greci. Per essi quella potestà è una e indivisibile. Allorchè Costantino VI, fanciullo ancora, fu deposto dalla propria madre Irene, il trono, non essendovi altro legittimo successore, fu di diritto considerato come vacante, e Carlo Magno fu dalle necessità stesse della propria politica tratto ad occuparlo[817]. Nè tale occupazione poteva parere illegittima, dappoichè per essa Roma tornava ad essere, almeno di nome, la sede di quella potestà che a lei per diritto assai più che a Costantinopoli apparteneva. Vedremo del resto or ora che altre ragioni di legittimità non mancavano.
Certo gli è cosa assai strana che il fatto clamoroso e gravissimo del ritorno della potestà imperiale in Occidente ed in Roma, o, come si disse, della sua traslazione dai Greci ai Franchi, abbia lasciato così poche tracce nelle finzioni epiche del medio evo. Mentre numerose chansons de geste, per non guardare che alla sola letteratura francese, celebrano le gesta tutte, reali o immaginarie, di Carlo Magno, non ve n'ha nessuna che narri quel fatto, nemmeno episodicamente; e sì che la fantasia avrebbe potuto agevolmente arricchirlo di particolarità romanzesche e farne degno argomento di epica narrazione. La leggenda assai antica, e già sorta nel X secolo, di una spedizione, o di una prima crociata, condotta da Carlo Magno in Terra Santa, mostra questo principe in relazione con gl'imperatori di Oriente; ma non fa ricordo della traslazione della potestà imperiale. Narrando tale leggenda Benedetto del Soratte dice[818] che Niceforo, Michele e Leone, imperatori a Costantinopoli, sospettarono che Carlo Magno volesse privarli della signoria, là dove questi strinse con essi buona e salda alleanza. Ma di quel sospetto non è fatto ricordo nella pretesa Storia del viaggio di Carlo Magno a Gerusalemme, scritta in latino nell'XI secolo, probabilmente da un monaco dell'abazia di San Dionigi in Francia, e accettata poi comunemente per vera sino al Rinascimento[819]. Nella Chanson de Roland Orlando, presso a morte, enumera le imprese compiute per suo zio, e ricorda d'avere assoggettato al suo dominio anche Costantinopoli[820]. Nella Karlamagnus-Saga invece si racconta che avendo Carlo Magno ajutato l'imperatore d'Oriente contro i Saraceni, questi per gratitudine, avrebbe voluto diventar suo vassallo, ma che Carlo non lo sofferse. Suo vassallo diventa invece davvero l'imperatore Ugone in un curioso poemetto francese assai noto, in cui è narrato, con particolarità ben diverse da quelle della leggenda più antica, un viaggio di Carlo Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli[821]. Questo silenzio della leggenda sembra tanto più singolare quanto più viva si sa essere stata l'impressione che sull'animo dei contemporanei fece l'incoronazione di Carlo Magno in Roma. Basterà ricordare a tale proposito l'entusiasmo manifestato da Alcuino, il quale, prima che Carlo Magno assumesse il titolo d'imperatore e d'Augusto, affermava essere la imperiale la più alta potestà sulla terra, e il nuovo incoronato chiamò col nome significativo di Flavio Anicio Carlo[822]. Una solenne glorificazione del grande avvenimento si sarebbe senza dubbio avuta nel Carmen de Carolo Magno di Angilberto detto Omero, se questo poema fosse compiuto, ciò che assai probabilmente non è. Giova tuttavia avvertire che nei poemi francesi Carlo Magno è detto indifferentemente re o imperatore.
Nella Kaiserchronik[823] la traslazione dell'impero è narrata per disteso, ma in modo assai strano, e in tutto contraddicente alla verità storica. Possedeva l'impero il greco Costanzo (l. Costantino), figliuolo d'Irene, donna di grandi virtù. Una notte costei sognò di trovarsi, insieme col figliuolo, dentro una nave, in mare: la nave affondava e Costantino periva; ella riusciva a salvarsi, ma un orso la rapiva e la trascinava in un bosco. Dopo questo sogno, madre e figlio vanno a Roma, recando con se grandi tesori. Colmati delle loro liberalità i Romani li accolgono festosamente; ma, facinorosi e crudeli, tornano poi ben presto ai loro tristi costumi. È ucciso un senatore: Costantino fa decapitare due dei colpevoli; ma gli amici di costoro assaltano il palazzo, trascinano la madre e il figlio in un campo, e loro strappano gli occhi e tagliano il naso. Da allora la potestà imperiale fu tolta ai Greci per sempre[824]. L'impero era vacante. La corona fu deposta sull'altare di San Pietro, e i signori di Roma, adunatisi tutti insieme, giurarono di non più eleggere un imperatore del loro sangue. C'era allora una usanza, che i giovani di nobile lignaggio andavano a passare alcun tempo in corte di Roma, e quando vi avevano ricevuta la spada, ossia erano stati armati cavalieri, tornavano ai loro paesi. Un re possente, per nome Pipino, aveva due figliuoli, dei quali l'uno si chiamava Leone, l'altro Carlo. Leone, recatosi prima del fratello in Roma, v'era stato fatto papa; ma dopo alcun tempo, mosso da una voce che gli parla in sogno, Carlo chiede ed ottiene dal padre di andare a Roma ancor egli. Quivi giunto, è incoronato re, e parte dopo aver promesso al papa di fargli racquistare tutti i suoi diritti. Lui partito, i Romani prendono il papa e gli strappano gli occhi: in questa parte il racconto non si scosta troppo dalle storie e si riscontra, sino ad un certo segno col poema di Angilberto. Carlo torna verso Roma con un immenso esercito, occupa la città, punisce i colpevoli, e incoronato imperatore fa valere la sua potestà che gli era stata già prima annunziata da un angelo[825]. Carlo Magno fu il primo imperatore tedesco[826].
Anche secondo il racconto della Kaiserchronik dunque Carlo Magno altro non è che il successore di Costantino VI, e successore tanto più legittimo in quanto che lo stesso Costantino ha sua sede in Roma. La continuità dell'impero non patisce eccezioni, nè allora, nè dopo. Vero è che, compressa l'effimera tracotanza di Crescenzio, Ottone III e Gerberto annunziarono pomposamente al mondo l'avvenuta ricostituzione dell'impero di Occidente; ma dicendo ricostituzione, essi intendevano dire che l'impero era stato reintegrato in tutti i suoi diritti e in tutte le sue prerogative, e non pensavano che fosse cessato mai[827].
Ma la traslazione dell'impero dai Greci ai Franchi, dai Franchi ai Germani, si legittimava anche con altri argomenti. Anzi tutto si poteva discutere se gl'imperatori di Oriente, inquantochè avevano nelle vene sangue greco, fossero, sebbene successori di Costantino Magno, imperatori legittimi. Il primo fondatore di Roma, e l'autore diretto dell'impero romano era Enea, Trojano. Roma era come una nuova Troja, naturalmente nemica dei Greci, e ripugnava che un Greco portasse la corona imperiale. Negli ultimi tempi si giunse a considerare l'impero greco come essenzialmente diverso dal latino, come contrapposto ad esso, e nella conquista che i Turchi, ancor essi, secondo la leggenda, di sangue trojano, fecero di Costantinopoli, si vide la tarda, ma giusta vendetta dell'eccidio di Troja[828]. Ma c'era di più. I Franchi, nei quali passava la potestà imperiale, erano anch'essi Trojani di origine, come tutte le genti germaniche in generale, e avevano ricevuto quel nome, che vuol dire audaci, combattendo e vincendo in servizio di Roma, gli Alani[829]. Da Troja erano usciti due gran lignaggi, il latino e il germanico: Carlo Magno apparteneva ad entrambi, e per tal modo raccoglieva in sè tutto il diritto di cui Troja era come la prima sorgente. Nessun imperatore poteva essere più legittimo di Carlo Magno[830]. Gli è cosa degna d'essere notata che, mentre in antico non si credette punto necessaria agli imperatori la qualità di latini, nel medio evo si pose ogni studio a farli di sangue trojano, ch'era come dire di sangue latino.
Non solo Germani e Romani erano di una stirpe, eran fratelli, ma i principi di Germania erano più nobili di quelli di Roma, perchè, e per parte di padre, e per parte di madre, venivan da Priamo, mentre i romani venivano da Priamo soltanto per parte di madre[831]. Ad essi dunque doveva spettare con preferenza l'impero. Ma non si dimentichi che al di sopra di tutti i diritti storici, veri o presunti, la coscienza cristiana del medio evo era condotta ad ammettere un diritto divino, la stessa volontà di Dio, a più riprese manifestata assai chiaramente, e in conformità della quale, secondo chiedeva la necessità dei tempi, l'impero doveva tramutarsi d'uno in un altro principe, d'una in un'altra gente. L'impero altro non era in sostanza che una delegazione di poteri divini, fatta con intendimenti speciali e pel raggiungimento di scopi determinati. Esso non era sorto, diciam così, causa sui, ma per preparare il mondo alla venuta di Cristo e alla diffusione delle nuove dottrine: sorto e costituito, esso non durava per fini suoi proprii, ma per tutelare la Chiesa e agevolarne il còmpito. Ogniqualvolta all'esercizio di così alta missione si addimostrava necessario il trasferimento, per ineluttabile decreto della Provvidenza il trasferimento avveniva[832]. Nel già citato poema di Ugo d'Alvernia, e in altre versioni della medesima istoria, si narra come l'impero passasse ai Tedeschi. I Saraceni assediavano Roma. Il papa chiese ajuto ai Francesi, e non avendolo potuto ottenere, lo chiese ai Tedeschi, promettendo loro l'impero. I Tedeschi scendono in Italia, ma poco stante vi scendono anche i Francesi, mossi da Ugone. In Roma i due eserciti vengono alle mani, poi i Francesi sconfiggono da soli i Saraceni e liberano la Città Santa. Il papa, legato dalla fatta promessa, si trova in grande imbarazzo. Per consiglio di Ugone si commette alla fortuna dell'armi la decisione del piato, con questa condizione tuttavia, che non abbia la Francia in nessun caso a perdere la sua indipendenza. Combattono, da una parte, centocinquanta baroni tedeschi, fra cui Tommaso di Lussemburgo, dall'altra, centocinquanta baroni francesi, fra cui Ugone. Si sterminano a vicenda, e al fine della pugna rimangono soli vivi, ma spiranti tutt'e duo, Tommaso ed Ugone. Ugone muore alcuni istanti prima, e l'impero tocca ai Tedeschi.
Ma i Francesi non si acchetarono mai ai decreti della sorte o della Provvidenza. Nel secolo XVI Guglielmo Postel, nella sua opera intitolata Histoire mémorable des expéditions des Gaulois, rivendica ai Francesi il primato, e sostiene che ad essi soli appartiene il legittimo impero; nel XVII l'Aubery, nel suo trattato intitolato De la prééminence de nos roys, et de leur préséance sur l'empereur et le roy d'Espagne, afferma soli legittimi imperatori essere i re di Francia. E pure della perdita essi non dovevano accusar che sè soli. Nel poema intitolato Le Coronement Loeys[833] Carlo Magno, pieno d'anni e di gloria, desideroso finalmente di quiete, risolve di cedere la corona al figliuolo. Chiama costui in sua presenza, e ricordatogli quali sieno i doveri di un re, gli mostra la corona deposta sopra un altare e gli dice:
Fils Looys, vez ici la corone?
Se tu la prens, emperere es de Rome.
Ma l'imbelle Luigi, figlio indegno di tanto padre, vinto da sgomento, lascia cadere in terra l'emblema augusto che doveva recarsi in capo. I degeneri Carolingi non eran più fatti per tal fardello: giustamente sottentran loro gli Ottoni.