Voluto ed istituito dalla Provvidenza, deputato a tutelare la Chiesa e ad agevolare all'uman genere il raggiungimento degli alti suoi fini, l'impero assumeva un carattere peculiare di santità che molto ne accresceva il prestigio. Già i gentili ebbero il concetto della santità dell'impero; ma, naturalmente, un concetto molto diverso da quello che n'ebbero poscia i cristiani. Tertulliano riconosce quella santità, ma la deriva dall'ufficio che all'impero credeva fosse stato commesso dalla Provvidenza. Primo a farla palese al mondo e ad affermarla era stato lo stesso Cristo, che volle nascere e morire soggetto dell'impero, e disse: Date a Cesare quel che è di Cesare[834]. Questa testimonianza solenne sarà più tardi molto spesso invocata[835], e l'ammetteranno così coloro che fanno derivare l'autorità imperiale immediatamente da Dio, come coloro che la fanno derivare dal pontefice. Ma il titolo di santo fu dato all'impero ufficialmente per la prima volta, a quanto pare, da Federico Barbarossa, e nella dieta di Roncaglia non mancò chi propose di dichiarare eretici coloro che all'impero non riconoscessero carattere di sacro e di universale. All'elezione dell'imperatore, come a quella del pontefice, presedeva lo Spirito Santo, e Carlo Fabri dava per custodi ai sette Elettori dell'impero i sette angeli principali[836]. L'inviolabilità dell'impero, sebbene non fosse ammessa da tutti, era la logica conseguenza della sua santità[837], e come l'imperatore era il supremo gerarca temporale del mondo, così l'impero era la fonte di ogni diritto politico e civile.

Io non mi distenderò troppo lungamente, chè il soggetto mio nol comporta, a discorrere del concetto che il medio evo si fece della potestà imperiale, e delle dottrine che si escogitarono allora circa ai limiti di essa e al modo dell'esercizio. Ma alcuni rapidi cenni, più particolarmente intesi a richiamar l'attenzione sulla diversità che passava tra il concetto nuovo e l'antico, non saranno qui fuori di luogo.

Quando fu restituito, o, se così vogliam dire, traslato l'impero nell'800, la sovranità di Carlo Magno, procacciata con l'armi, si stendeva su buona parte dell'antico dominio di Roma. Il vasto e ben signoreggiato territorio era ottima base per novamente assidervi sopra la potestà imperiale, una potestà reale e concreta, non ideale ed astratta. Ma mutata in breve la condizione delle cose, guasta e disfatta, per colpa dei tralignati suoi successori, l'opera di Carlo Magno, l'impero non fu più che un'anima senza corpo, una volontà senz'organi. Fa meraviglia la sproporzione che passa sovente allora tra il diritto proclamato, e generalmente riconosciuto in teorica, e il potere reale di certi imperatori senza terra, senza denari, senz'armi, e a cui la stessa Roma, la metropoli nominale dell'impero, chiude in faccia sdegnosamente le porte. L'impero ridotto a tale, con le pretensioni larghissime e l'angustissima base, rende immagine di una piramide capovolta, che si regga per un miracolo di equilibrio, e che un soffio basti a mettere in terra. E pure esso dura per secoli, e attraversa i tempi più calamitosi e più difficili del medio evo. Gli è che una forza poderosissima, la forza delle credenze, lo sorregge e lo tutela.

Già da molti fu detto che il medio evo, età cui fece difetto in singolar modo la critica, non ebbe, come di molte altre cose non ebbe, un giusto concetto dello stato, e che tutta la sua politica fu una politica artificiale o chimerica, ignara, o sprezzante, della realtà storica o delle storiche necessità. Questa sentenza è vera, ma vuol essere temperata con una considerazione. Le idee onde essenzialmente si giova il medio evo per la costruzione delle sue dottrine politiche, non sono idee puramente fantastiche, vaganti fuori della vita, sono idee morali e religiose intimamente legate con essa, sono forze della coscienza e della storia. L'impero, quale la coscienza d'allora lo concepisce, non è una mera utopia, ed errerebbe di grosso chi volesse metterlo in fascio con la repubblica di Platone e con la Città del Sole del Campanella, o con altre sì fatte concezioni essenzialmente subjettive di spiriti solitarii. L'impero non nega gli ordini esistenti, ma in parte si sovrappone ad essi, e in parte si compone con essi. Nel mondo, su cui esso deve esercitare la sovrana sua potestà, ci sono nazioni e principati e città, c'è la Chiesa madre dei credenti: esso a nessuna di queste cose sottentra, nessuna toglie di luogo, ma con tutte s'accorda pel raggiungimento di uno scopo che non è terreno. Non dimentichiamo che pel medio evo cristiano la politica non poteva essere intesa al solo conseguimento dei beni materiali e della prosperità temporale, ma doveva ancora adoperarsi pel conseguimento del sommo bene e della eterna felicità. Secondo la coscienza del medio evo l'impero doveva essenzialmente consistere in una potestà giusta e sovrana, investita di un alto còmpito morale, scevra d'ogni terrena cupidigia, regolatrice universalmente rispettata ed infallibile della vita del genere umano. Esso era una forma più alta di reggimento e di legge. Il suo diritto veniva da Dio e la forza materiale non era necessaria sanzione de' suoi precetti se non in quanto la tristizia dei tempi lo richiedesse; data una umanità più disciplinata e virtuosa, l'impero avrebbe potuto sussistere ed esercitare il suo officio senz'altra forza che quella della legge morale. Ad imperatorem totius orbis spectat patrocinium, dice Ottone di Frisinga[838]: Imperator est animata lex in terris, è detto in un documento del 1230[839]. S'intende pertanto come nel medio evo una potestà imperiale non sorretta da vasti dominii, non suffragata dalla forza dell'armi, potesse nulladimeno parer degna di riverenza e aver gran peso nelle cose del mondo. Nè si dica che ciò avveniva soltanto in virtù di una illusione degli spiriti, remota da ogni possibile realtà, giacchè il papato era lì per provare come una potestà puramente spirituale fosse in grado di estendere senz'altro ajuto sul mondo un formidabile ed incontrastato dominio[840].

Si vede quale divario corresse tra l'impero secondo il concetto antico e l'impero secondo il concetto del medio evo. Pei Romani dei tempi di Augusto e di Trajano l'imperium Romanorum era l'insieme delle province conquistate con l'armi, era la numerosa famiglia delle genti soggette ed obbedienti a Roma. La conquista era il suo principio e il suo diritto; la forza, l'opulenza, la gloria, erano gli aspetti e i momenti suoi principali; il fine massimo la esaltazione di una città il cui nome figurava tra quelli degli dei, o di un imperatore adorato sugli altari. Di un còmpito morale qualsiasi non si vede che Roma si desse gran fatto pensiero. Cicerone parla della dominazione romana come se fosse piuttosto patrocinio che signoria[841], e Virgilio ricorda ai suoi concittadini la missione di civiltà e di giustizia loro affidata dal cielo[842]; ma questi erano pensieri che passavano per la mente di pochi, poeti o filosofi; la comune coscienza non se ne inspirava e gl'imperatori ben di rado mostrarono di ricordarsene. Ad ogni modo il còmpito morale di Roma non si estendeva oltre i limiti della vita presente e della storia: tenere in pace il mondo per amore o per forza dopo averlo soggiogato in guerra, imporre ai popoli vinti la lingua e la civiltà propria, gratificarli col titolo pomposo di cittadini romani, tali erano i più alti fini civili a cui l'antico impero potesse mirare. L'impero del medio evo a ben più arduo ufficio aveva a sobbarcarsi: esso doveva procacciare che gli uomini vivessero, non conformemente ad una legge sua propria, ma conformemente alla legge divina, e che i cittadini della terra diventassero cittadini del cielo. L'imperatore aveva, come il papa, cura d'anime. L'impero antico serviva a se stesso ed era lo strumento della propria grandezza; l'impero del medio evo serviva a Dio ed era un organo della Provvidenza.

Il medio evo spiritualizzò l'impero secondochè era dalla sua coscienza richiesto. La mente in cui il concetto di questo impero spiritualizzato appare più sublime e più chiaro è la mente di Dante. L'impero fu istituito da Dio a perfezione della vita umana; tale perfezione non si può ottenere senza la monarchia unica ed universale. Una è la umanità, uno il suo còmpito: due sono i fini a cui essa tende; l'uno la felicità terrena, l'altro la felicità eterna. Quel primo fine è necessariamente sottordinato al secondo, e la felicità terrena, la quale nasce dal buon reggimento e dall'ordinato e virtuoso vivere civile, in tanto solo è degna di essere procacciata in quanto agevola il conseguimento dell'altra. Senza il peccato dei primi nostri parenti, dal quale ebbe cominciamento ogni nostra sciagura, gli uomini di per sè avrebbero raggiunto l'uno e l'altro fine; ma pervertita la lor natura, essi abbisognarono di due guide sicure che li scorgessero a conseguirli. Queste due guide sono l'imperatore e il papa, entrambi istituiti da Dio con proprii e separati uffici, i quali ogniqualvolta si confondono insieme, sono causa di sciagura al mondo. L'unico imperatore dev'essere signore di tutta la terra; ma il suo dominio è piuttosto un dominio sovrano che un dominio diretto. Sotto la sua legge continuano a regnare i principi, la cui potestà e le cui azioni egli contiene dentro i limiti del diritto e della giustizia. Egli deve fare in modo che sieno serbate fra gli uomini la pace, la giustizia, la libertà, condizioni prime ed indispensabili della felicità terrena. La vacanza dell'impero è cagione d'irreparabile ruina; da un imperatore aspetta il mondo salute. Tale è la dottrina che Dante espone nel libro De Monarchia, nel trattato IV del Convito, in alcune delle sue epistole, in molti luoghi della Commedia, la dottrina che seguì e propugnò tutta la sua vita[843]. E la dottrina di Dante è ancora, in sostanza, la dottrina del Petrarca[844].

Qui si possono notare altre differenze tra l'impero antico e l'impero del medio evo. L'unità dell'impero antico nasceva da un fatto di conquista, dallo imporsi di una città e di una gente a tutte le terre e a tutti i popoli; l'unità dell'impero del medio evo si faceva risalire all'unità di Dio, e all'opera unica della redenzione compiuta in benefizio di tutti gli uomini. L'impero antico arrivava al concetto di umanità raccogliendo sotto una medesima legge le varie genti; l'impero del medio evo moveva dal concetto di umanità come da principio che lo spiegava e lo giustificava.

Ma se necessario alla salute dell'uman genere era l'impero, non meno necessario era il papato, a cui anzi si accordava volentieri, in ragione della qualità del suo ufficio, la preminenza. Imperatore e papa erano tutt'e due vicarii di Dio: dice Dante con frase pittoresca che le due potestà di Pietro e di Cesare si biforcavano da Dio come da centro comune[845]. Nè i due grandi partiti, Ghibellino e Guelfo, negavano l'uno la potestà di cui l'altro era fautore: il loro contendere era solo circa i limiti rispettivi, e il grado d'entrambe. Federico II diceva che le due potestà, la sacerdotale e l'imperiale, erano state da Dio medesimo istituite sin dal principio per compiersi a vicenda[846]. I papi incoronavano gl'imperatori, e all'occorrenza si dichiaravan vicarii dell'impero vacante. Su molte monete del IX e del X secolo si vede da una parte l'effigie del papa e dall'altra l'effigie dell'imperatore. Finalmente è da notare che tra l'impero, quale il medio evo lo concepisce, ed il papato sono non poche somiglianze ed analogie: la gerarchia civile, con a capo l'imperatore, era modellata sulla gerarchia ecclesiastica, con a capo il papa.

Tuttochè per molti rispetti assai diverso dall'antico, l'impero del medio evo era pur sempre, e si voleva che fosse l'impero romano. Nè a torto così si voleva, giacchè se è lecito congetturare che una dottrina d'impero universale sarebbe sorta ad ogni modo nel medio evo, quale naturale e necessario portato della coscienza cristiana, anche quando non ci fosse stato l'esempio dell'impero antico, è tuttavia difficile ammettere che quella dottrina potesse mai di per sè sola tradursi in fatto. Nell'impero romano del medio evo, esistente in realtà, ha grande e incontrastabile parte la tradizione romana[847]. Sieno quali esser si vogliano i travolgimenti e i mutamenti delle cose, sia qualsivoglia la nazione di colui sul cui capo sta la corona imperiale, l'impero, che non può perire, è e rimane sempre romano. Nel secondo libro dell'Africa il Petrarca introduce Scipione, il quale saputo come un giorno lo scettro imperiale verrà a mani di barbari, si duole di questa che gli sembra grandissima vergogna del nome latino; ma il padre lo conforta dicendo:

Depone, precor, lacrimaeque metumque