Vivet honos Latius, semperque vocabitur uno
Nomine Romanum imperium[848].
La traslazione della sede imperiale a Costantinopoli, se ai più parve nel medio evo un atto ragionevole e giusto, col quale si procacciava alla Chiesa la libertà e la sovranità necessaria, ad altri sembrò, com'ebbi già occasione di avvenire, un atto illegittimo, una solenne ingiuria fatta a Roma. E però nella restituzione dell'impero d'Occidente si vide e si salutò con gioja il ritorno della potestà imperiale nella sua propria e legittima sede. È vero che in questa sede essa non posò più mai, ma è pur vero del pari che ad essa ebbe sempre a tendere più o meno, e che con essa fu sempre in qualche modo legata. Roma è la metropoli nominale dell'impero, e in Roma gl'imperatori ricevono la corona. Anzi Ottone III e Lodovico il Bavaro ebbero in mente di fermar di nuovo in Roma la sede della suprema potestà civile. Nell'interno della corona imperiale era scritto il verso famoso: Roma caput mundi regit orbis frena rotundi, e la Bolla d'oro del 1356 prescriveva che gli elettori dovessero sapere il latino, e che non potesse essere eletto imperatore chi non avesse cognizione della lingua di Roma.
Tutti sanno con quanto ardore Dante rivendichi ai Romani l'imperial potestà[849]. Non usurparono essi, ma con ragione e diritto si tolsero l'impero del mondo. Il popolo romano fu, al pari di quello d'Israele, un popolo eletto da Dio, e questa elezione esso meritò per la nobiltà sua e per le grandi virtù. Dio stesso la fece manifesta con solenni miracoli, come quello dello scudo che ai tempi di Numa cadde dal cielo, e quello dell'oche capitoline che salvarono la rocca dai nemici, ed altri parecchi. In ogni tempo i Romani procacciarono il bene dell'uman genere, anche con disagio e danno lor proprio, e furono egualmente remoti da cupidigia e da crudeltà. Parecchi popoli e principi tentarono in varii tempi di occupare l'impero, ma non venne lor fatto, giacchè non era la esaltazione loro nei disegni della Provvidenza, ma bensì quella dei Romani. Però chi nega che l'impero appartenga di pien diritto ai Romani contraddice alla manifesta volontà della Provvidenza. Nè diverso da Dante pensava e ragionava il Petrarca, a cui la potestà imperiale pareva inseparabile da Roma, e pareva danno massimo del mondo l'assenza da Roma così dell'imperatore come del papa. A Dante Roma senza Cesare rende immagine di una vedovella derelitta[850], e similmente al Petrarca Roma abbandonata ad un tempo dai suoi due sposi, dai suoi due lumi[851]. Nella canzone da Pietro o da Jacopo Alighieri indirizzata al papa ed all'imperatore si prega questi due nocchieri del mondo di rifermare in Roma la loro sede, e ci fu un'ora che Lodovico il Bavaro potè far concepire grandi speranze in Italia che la sede imperiale vi sarebbe stata rifermata davvero[852]. La fantasia popolare, che volentieri immagina come esistente ciò che dovrebbe essere, traduceva in fatto quanto si desiderava dai più: in molti racconti popolari, come, ad esempio, nella Historia della Reina d'Oriente del Pucci, l'imperatore e il papa dimorano tutt'e due in Roma. Del resto, che l'imperatore fermasse novamente sua stanza in Roma era desiderio assai antico. In una sua poesia Anselmo il Peripatetico esclama:
Christe preces intellege, Romam tuam respice
Romanos pie renova, Vires Romae excita.
Surgat Roma imperio Sub Ottone tertio![853].
A Cino da Pistoja pareva che Roma non avesse più ragione di essere, dappoichè non reggeva più il mondo. In uno de' suoi sonetti egli dice:
A che, Roma superba, tante leggi
Di senator, di plebe, e degli scritti