dici potes, et es cunctorum gubernator.
Incalzano gli avvenimenti. Ritornato l'imperatore nella sede dell'antico suo regno, ridivenuto, cioè, semplice re di Germania, ecco in iscena l'Anticristo armato, il quale all'Ipocrisia e all'Eresia che lo accompagnano commette di pervertire il mondo. Ajutato da' suoi seguaci, egli usurpa il trono del re di Gerusalemme, e scaccia la Chiesa dal tempio, dove s'era posata. Dopo di ciò manda suoi messi ad intimare obbedienza ai principi. Il re dei Greci e il re di Francia diventano suoi uomini ligi; ma il re di Germania nega altamente di sottomettersi, e prese le armi, sconfigge l'Anticristo e i suoi alleati. Se non che l'Anticristo opera allora alcuni falsi miracoli, ed anche il re di Germania finisce col credere in lui. Col suo ajuto l'Anticristo vince il re di Babilonia, dopo di che si fa annunciare alla Sinagoga quale il Messia, ed è da essa riconosciuto. Vengono i profeti Enoc ed Elia, che svelano la sua falsità, e annunziano la imminente venuta di Cristo. L'Anticristo li fa morire; ma mentre, seduto in trono, convoca principi e popoli per essere adorato, scoppia sopra il suo capo un fragore, ed egli precipita. La Chiesa trionfa, i pervertiti riabbracciano la fede.
In questo dramma l'imperatore romano è rappresentato come il tutor naturale della Chiesa e della umanità, sebbene anch'egli da ultimo si converta all'Anticristo. Non è egli strano che, secondo una leggenda assai antica, di cui già feci ricordo[952], e che nel medio evo ottiene ancora credenza, l'Anticristo, o un suo precursore, debba essere appunto un imperatore romano? Nerone non era mai morto, e doveva tornare in sulla fine dei tempi, ed affliggere la Chiesa di Cristo di mali inauditi[953]. Del resto qualche altro imperatore romano passò per essere l'Anticristo, come, ad esempio, Federico II, e così anche qualche papa, come Gregorio VII, Pasquale II, Innocenzo IV. Ma, conformemente a un'altra leggenda, di cui qui cade in acconcio dire qualche cosa, anche l'ultimo imperatore, campione della Chiesa e della umanità, sarà un imperatore redivivo, anzi non mai morto, ma occultato per decreto della Provvidenza, e conservato agli estremi cimenti. Ministro della giustizia divina, egli tornerà improvviso al mondo, riformerà la Chiesa e i costumi della pervertita umanità, passerà in Terra Santa, riconquisterà il sepolcro di Cristo, e deporrà finalmente sul Monte Oliveto, o appenderà ai rami dell'Albero Secco le insegne della sua potestà. A questo ritorno una leggenda faceva seguire una spaventosa battaglia, a cui prenderebbe parte tutta l'umanità vivente; un'altra leggenda faceva seguire una nuova età dell'oro[954]. Ma chi sarebbe il campione prescelto da Dio? Alcune finzioni dicevano Carlo Magno, il glorioso difensore della Chiesa, il vincitore dei Saraceni. Carlo Magno uscirà dal monte nelle cui viscere, ignoto a tutti, aspetta il giorno segnato, e andrà a sospendere il suo scudo a un pero inaridito, che rinverdirà in quell'ora. Seguirà tra buoni e malvagi la maggior battaglia che mai sia stata combattuta nel mondo, e Carlo Magno vincitore regnerà sopra una nuova età[955]. Altre finzioni dicevano Federico II[956], e ciò deve parere abbastanza strano, perchè lo scomunicato Svevo, grand'avversario del Papato, e cristiano di assai dubbia fede, assume da prima nella leggenda la qualità di Anticristo. Ma in questa leggenda sono da considerare, per così dire, due gradi, l'uno che può chiamarsi guelfo, e ha principio, come pare, in Italia, per opera di Gioachino di Fiore e de' suoi seguaci; l'altro ghibellino, e si svolge interamente in Germania. Salimbene riferisce nella sua Cronaca un detto di Sibilla che i Joachimiti applicavano a Federico II, e che il Voigt considera a ragione quale primo principio della leggenda: «Oculos eius morte claudet abscondita, scilicet gallicana gallina, supervivetque sonabit et in populis, vivit et non vivit, uno ex pullis pullisque pullorum superstite». Dice lo stesso Salimbene che per ragione di quell'oracolo molti non credettero alla morte di Federico II[957]. La credenza che costui debba essere l'Anticristo genera l'altra ch'egli non sia mai morto, ajutando forse in ciò la già cognita leggenda di Nerone[958]. In sul principio il suo ritorno è temuto, non desiderato; la cronaca rimata di Ottocaro, composta fra il 1300 e il 1317, è il primo documento in cui si palesi lo spirito ghibellino che volge a gloria di Federico la ostilità contro il clero. A poco a poco quegli che nella leggenda era entrato come Anticristo ci si trasforma e diventa un secondo redentore del mondo. Primo il cronista Giovanni di Winterthur, morto il 1348, riferisce una credenza, ch'egli rigetta, ma che aveva corso tra il popolo, secondo la quale Federico II doveva tornare con grande possanza per riformare la Chiesa, dopo di che passerebbe il mare e deporrebbe la corona sul Monte Oliveto, o sull'Albero Secco[959]. In un Meistergesang del mezzo del secolo XIV si annunzia prossima un'èra di grandi calamità e di grandi sceleraggini. Verrà allora, mandato da Dio, il possente e mite imperator Federico, che appenderà all'Albero Secco lo scudo, e l'Albero Secco rinverdirà. Egli conquisterà il Santo Sepolcro, e ricondurrà la Giustizia nel mondo. Per le sue armi tutti i regni dei miscredenti saran soggiogati, e saran debellati gli Ebrei. Inoltre egli moverà guerra al clero, distruggerà i chiostri, mariterà le monache[960]. In questa poesia l'ultimo imperatore è, non campione, ma avversario della Chiesa corrotta; per contro, in un'altra, una sibilla annunzia a Salomone che in sulla fine dei tempi un imperatore, per nome Federico, il quale sarà stato tenuto in serbo da Dio, raccoglierà il popolo cristiano intorno a sè, combatterà a gloria della religione, riconquisterà il Santo Sepolcro. Dopo che egli avrà appeso lo scudo all'Albero Secco, che si vedrà rinverdire, comincerà un'èra felice, e tutti i popoli si convertiranno alla fede, e vivranno in pace fino a che venga l'Anticristo[961]. I papi Onorio III e Gregorio IX non si sarebbero mai immaginati che il principe da essi fulminato con le scomuniche dovesse fruire di tanta glorificazione. Finalmente quella leggenda si trova anche nel poema tedesco pubblicato dallo Zarncke, e da me ricordato più sopra[962]. Quivi si narra che, durante una caccia, l'imperator Federico, usando della virtù di certo anello mandatogli dal Prete Gianni, sparve improvvisamente dagli occhi di tutti, e nessuno più ne seppe novella. Ma egli tornerà un giorno, e stenderà novamente il suo dominio sopra tutta la terra di Roma, e darà noja agli ecclesiastici, e riconquisterà la Terra Santa, e appenderà lo scudo all'Albero Secco. Di quella sparizione, dice l'autore, si legge nella Cronaca romana, ma di quel ritorno solo i vecchi contadini fan fede; il che non era vero, perchè, come abbiam veduto, se ne faceva fede anche in parecchie scritture.
Questa leggenda di Federico II si viene variando sempre più in progresso di tempo; secondo una delle molte versioni lo Svevo doveva ricomparire ai tempi di Carlo V e ajutare costui a riconquistare Costantinopoli e Gerusalemme. Altre profezie correvano che a dirittura a Federico II sostituivano Carlo V. Volfango Lazio, filosofo, medico e rettore un tempo della Università di Vienna, stampò nel 1547 un libro di 170 pagine per provare che l'imperatore, il quale sulla fine dei tempi doveva soggiogare il mondo, era Carlo V, e citò in appoggio della sua asserzione profeti, santi e sante, sibille, astrologi, fin anche il mago Merlino. Ma in Germania si credette inoltre che un imperatore romano, ministro dell'ira di Dio, dovesse punire Roma delle molte sue sceleraggini, distruggendola col ferro e col fuoco. La profezia fu applicata anche a Carlo V, e tutti sanno quello che egli, o le sue soldatesche fecero per non ismentirla.
Nella leggenda apocalittica di cui siam venuti esaminando sin qui lo svolgimento e le varie forme, abbiam trovato i nomi di varie genti contro alle quali dovrà combattere l'ultimo imperatore. Alcune di queste genti mutano col mutare dei tempi. I Saraceni cedono il luogo ai Turchi nuovi e più formidabili nemici[963]. Gog e Magog spariscono da molte delle versioni più recenti. Quelli che più ostinatamente vi rimangono sono gli Ebrei, i quali dovranno, convertendosi, suggellare il trionfo di Cristo. Ma anche gli Ebrei avevano le loro leggende circa gli ultimi tempi, e circa la parte che v'avrebbero avuta Roma e il suo impero; e, com'è naturale, queste leggende sonavano molto diverse dalle leggende cristiane, sebbene in qualche punto concordasser con esse. Nel libro Afkáth rósel si dice che nove mesi prima della venuta del Messia l'impero di Roma si stenderà sotto tutto il cielo; ma nel Jalkut chàdas si legge che al tempo della venuta di costui tutti i popoli si ribelleranno all'impero. Il Messia vincerà l'imperatore e ricondurrà gli Ebrei nella Terra Promessa[964].
Roma cadrà, cadrà l'impero, ma non prima che il mondo stesso sia per dissolversi. Finchè non si spenga nel cielo, il sole illuminerà le ardue mura del Colosseo. Prima che si chiuda il cielo dei tempi l'impero romano stenderà novamente la sua dominazione sopra tutta la terra e ridarà alle genti un'èra gloriosa di prosperità e di pace. Poi sopra le sue rovine si leverà l'Anticristo; ma quando non vi saranno più storici per narrarne i fatti, nè poeti per celebrarne le glorie, quando la terra stessa sarà dileguata nel nulla, la corona dei Cesari risplenderà ancora sulla croce di Cristo, e il nome della città regina risonerà senza fine
In quella Roma onde Cristo è Romano.
APPENDICE La leggenda di Gog e Magog.
(V. cap. XXII, pag. 474, 479, 482, 486, 487, 505).
La leggenda di cui io intendo parlare qui alquanto particolareggiatamente fu nel medio evo tra le più diffuse e vivaci. Nessun'altra per certo si sparse sopra più gran parte di mondo, giacchè essa fu cognita in tutta Europa, in gran parte dell'Asia, e in tutta l'Africa settentrionale, dovunque regnò, in una delle sue forme massime, il monoteismo. Nata nel sesto secolo avanti Cristo, essa traversò tempi diversissimi, si adattò a disparatissime civiltà, si accomunò a genti semitiche, ariane, turaniche, e dopo quasi 2500 anni di vita dura ancora, se non in tutto, in buona parte almeno del suo antico dominio. Essa è leggenda a un tempo stesso religiosa, epica, geografica, etnologica. Tre religioni, il giudaismo, il cristianesimo, il maomettismo, le porgono il loro valido appoggio: la sua portata, se così possa dirsi, fantastica e morale, è enorme, giacchè essa si addentra nell'avvenire e va a raggiungere la catastrofe apocalittica, e a smarrirsi nella visione della eternità. Nel suo lungo cammino, variando e ampliandosi, essa si scontrò e si connesse con altre leggende, celeberrime fra tutte quelle di Alessandro Magno e del Prete Gianni; d'onde una molteplicità di relazioni, e una diversità di movenze e d'incidenti, tra cui non è troppo agevole raccapezzarsi.