Quando pure ne avessi l'intendimento, io non potrei discorrere di sì fatta leggenda con tutta l'ampiezza che il soggetto comporta. Essendo questa un'appendice, intesa principalmente ad illustrare un tema già toccato innanzi, non mi pare che si convenga il darvi luogo a tante particolarità e minuzie quante se ne potrebbero ragionevolmente richiedere in una dissertazione autonoma, salvo a voler fare dell'appendice quasi un altro libro; da altra banda una trattazione compiuta vorrebbe indagini lunghe e faticose per entro a molte letterature orientali, come a dire l'arabica, la persiana, l'armena, la siriaca, la turca, a me tutte inaccessibili direttamente. Mi contenterò dunque di venir seguitando gli svolgimenti massimi della intera finzione e di ricercare alquanto più addentro alcune forme e peculiarità di essa, lo studio delle quali mi parrà meglio confarsi con lo scopo che io mi sono proposto in questo pagine. A tale uopo dividerò la intera leggenda in tre diverse parti, corrispondenti a tre principali gradi del suo svolgimento, e la prima chiamerò Leggenda biblica, la seconda, Leggenda epica, la terza Leggenda storica, avvertendo tuttavia di non voler dare a queste denominazioni una significazione troppo più precisa che la cosa per se stessa non comporti. Da ultimo darò un cenno di quello che più particolarmente potrebbe chiamarsi il mito geografico. Per leggenda biblica intendo quella che si viene configurando nelle Sacre Carte, nella tradizione, diremo così, scritturale, e nella letteratura patristica; per leggenda epica, quella che più tardi si trova interpolata nella storia favolosa di Alessandro Magno; per leggenda storica, quella che, senza staccarsi dalle sue origini, nè sciogliersi dalle connessioni incontrate, di poi, si lega a fatti storici e a particolari credenze del tempo in cui si viene formando. Va da sè che non tornerò su quelle parti della finzione di cui io abbia già prima discorso.

§ I. La leggenda biblica.

Le più antiche vestigia di quella che poi sarà la leggenda di Gog e Magog si trovano nell'Antico Testamento. Il nome di Magog comparisce per la prima volta nel Genesi (X, 2) come quello del secondo figlio di Jafet, ed è appropriato anche al popolo che discende da lui. Di Gog non è ivi fatta menzione; ma nei Numeri (XXI, 33, 34, 35) e nel Deuteronomio (III, 1 segg.) è ricordato un gigante per nome Og, re di Basan, vinto ed ucciso da Mosè. Se il nome di Og abbia attinenza con quello di Gog è cosa che lascio esaminare ad altri.

Quali genti designasse col nome di Magog l'autore del Genesi noi non sappiamo, ma egli non rannetteva ad esso nessuna tradizione o credenza particolare. Ricordato per semplice ragion genealogica ed etnografica, quel popolo non veniva in più stretta relazione col popolo d'Israele, non acquistava ingerenza nei fatti di questo. Anzi è da credere che quel nome non contenesse in origine, e per molto tempo di poi, nessuna designazione particolare e precisa, ma solo una designazione generica e vaga, e che riferito per consuetudine a genti poco note e lontane, esso fosse capace di ricevere quella più opportuna applicazione diretta che dagli avvenimenti storici potesse essere suggerita.

La leggenda, o, a dir meglio, la prima immaginazione da cui quella mosse, comincia a prender forma in Ezechiele, e sino dalle origini sue mostra il carattere apocalittico che serberà poi lungamente traverso alle variazioni successive. Nelle profezie di costui è una vera e propria apocalissi, nella quale formidabili sciagure si minacciano al popolo d'Israele (XXXVIII e XXXIX). Gog, re del paese di Magog, piomberà a capo di moltitudine sterminata su quel popolo pervertito, e, strumento dell'ira divina, ne farà lacrimevole scempio. Egli verrà co' suoi giù dal settentrione, e raccoglierà ancora sotto di sè i popoli della Libia e dell'Etiopia, e tutti gl'idolatri e i pagani della terra. Ma compiuta la lor missione, i barbari soggiaceranno a lor volta all'ira del cielo e saranno tutti distrutti.

Quando profetava tali calamità Ezechiele aveva presente alla memoria la terribile invasione degli Sciti, che sul finire del VII secolo a. C. desolò la Palestina, e di cui era stato spettatore. Il dominio da lui assegnato a Gog corrisponde esattamente, sotto il rispetto geografico, a quello che, dopo la invasione appunto, fu il dominio degli Sciti, e la descrizione ch'egli fa dei barbari seguaci di colui concorda in tutto con quella che degli Sciti fa Geremia (I, IV, V, VI). Nè basta. Il nome stesso di Gog pare sia stato suggerito ad Ezechiele da quella invasione, giacchè sopra certi cilindri del regno di Assurbani-Abal, contenenti relazioni storiche di questo principe, è ricordato il nome Gàgu, quale nome del re degli Sciti[965].

La leggenda fatidica così presentata da uno dei profeti maggiori, da quello tra tutti le cui parole più profondamente scossero gli animi dei contemporanei e dei posteri, non poteva più smarrirsi. Il popolo, a' cui futuri destini essa veniva a legarsi, non doveva più dimenticarla, anzi doveva nella tradizion vivace che la custodiva, svolgerne e meglio determinarne alcune parti, accrescerne in generale la portata: di guisa che, offerendosi, in successo di tempo, nuova occasione a predizioni apocalittiche, quella leggenda doveva in modo assai naturale venire a prendervi posto e acquistare nuova e maggiore importanza. E tale occasione non mancò. Sei secoli circa dopo Ezechiele noi ritroviamo Gog e Magog nell'Apocalissi, e, salvo alcuna alterazione di poco conto, la leggenda loro è quella stessa di prima. Parlando degli ultimi tempi l'autore dell'Apocalissi dice (XX, 7-10) che, consumati i mille anni della sua prigionia, Satana, prosciolto, trarrà a sè le genti che sono sparse ai quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog, il cui numero è come l'arena del mare, e le condurrà a combattere i fedeli di Dio. Esse si riverseranno sulla faccia della terra, e stringeranno d'assedio la città di Gerusalemme, finchè il fuoco celeste piomberà su di loro e le divorerà, e Satana e il falso profeta e la Bestia, precipitati nel profondo d'inferno, saranno dati in preda ai tormenti senza fine. L'Apocalissi, informata di uno spirito essenzialmente giudaico, attingeva senza dubbio questa parte della visione sua dalla tradizione giudaica. Ma se noi la paragoniamo con la fonte prima, ch'è la profezia di Ezechiele, ci avvediamo subito di una variante, la quale si perpetua poi nella leggenda. Ezechiele nomina esplicitamente Gog quale re di Magog; nell'Apocalissi invece Gog e Magog sono due popoli. Si potrebbe credere che San Giovanni, o chi altri sia l'autore dell'Apocalissi, ponendo a capo dell'ultima ribellione del male lo stesso Satana, e non avendo pertanto più bisogno di un particolare condottiero delle genti reprobe, avesse scientemente e di suo arbitrio tolto di mezzo il re Gog, divenuto inutile, e adoperato il nome di costui, il quale, già da gran tempo fermato nella tradizione, non poteva esserne facilmente espulso, a denotare genti compagne a quelle di Magog. Se non che tale ipotesi è subito contraddetta dal fatto che nelle leggende giudaiche nate, senza dubbio in varii tempi, dalla immaginazione primitiva, e nelle maomettane che da quelle derivano, i nomi di Gog e Magog compajono tutt'a due quali nomi di popoli; e poichè non è da credere che gli Ebrei volessero accettare da un libro cristiano quella variazione fatta al testo biblico, gli è forza ammettere che l'autore dell'Apocalissi la traesse egli dalla tradizione giudaica, per ragioni che sarebbe assai malagevole rintracciare, alterata a quel modo. Ma dove l'Apocalissi più si discosta da Ezechiele si è nello stabilire le connessioni, le ragioni, il tempo di quella minacciata irruzione di genti barbare. La profezia di Ezechiele non si stende oltre il consueto orizzonte storico e morale delle profezie giudaiche in genere, e l'avvenimento vaticinato da costui può dirsi assai più un avvenimento di storia particolare che non di storia universale. Il profeta non ha l'occhio che al suo popolo, il solo eletto, e la irruzione ch'egli ad esso minaccia non è se non una delle tante prove, poniamo pure che sia più grave dell'altre, con cui Jehova il corregge e lo richiama sulla retta via. Quando abbia, con soffrire il meritato castigo, purgato le molte sue colpe, il popolo d'Israele tornerà nel primo suo flore, e i nemici suoi, strumenti inconsci della giustizia divina, saranno spersi e distrutti. Il tempo che condurrà tali vicende non è dal profeta indicato; esso appartiene forse ad un avvenire lontano ancora, ma è ad ogni modo compreso nella serie dei tempi storici, a' quali non si pone preciso e sicuro fine. Ben altrimenti nell'Apocalissi. Non più il popolo d'Israele, ma la Chiesa, cioè la comunità universale dei credenti, dovrà un giorno sottostare alla minacciata invasione, e questa non sarà il giusto castigo di Dio, provocato dalle reità della terra, ma un ultimo conato di Satana, volto a distruggere, sulla terra appunto, il regno di Dio. E ciò avverrà dopo il millenio; e quando questa prova suprema sarà superata, si chiuderà l'ordine dei tempi, e sarà rinnovato il mondo, e comincerà il regno senza fine della Gerusalemme celeste. Tale nuovo riferimento e tale nuova projezione della leggenda sono, senza dubbio, l'opera personale dell'autore dell'Apocalissi, sia pure che a lui ne potesse anche venire qualche incitamento d'altronde[966]. Finalmente, se col nome di Magog, nella profezia di Ezechiele, sono più particolarmente designati gli Sciti, come dagli avvenimenti del tempo era in maniera assai ovvia suggerito, nell'Apocalissi ogni designazione reale e diretta di tale natura pare che debba fare difetto. Tuttavia qui cade in acconcio una considerazione. Se è vero, come ormai sembra fuori di dubbio, che l'autore dell'Apocalissi muova, nel motivare e nel costruire la sua visione escatologica, dagli stessi fatti de' tempi suoi, e che l'Anticristo da lui prodotto sulla scena paurosa degli ultimi giorni altri non sia che il Nerone redivivo della leggenda popolare romana, non è certo improbabile che egli abbia avuto dinnanzi alla mente alcun'altra particolarità di questa leggenda medesima; ed anzi che per alcuna ciò veramente accadesse abbiamo nella scrittura di lui le irrefragabili prove. Nel c. XVI, v. 12, di essa si legge che un angelo disseccherà il corso dell'Eufrate per dar passaggio ai re che dall'Oriente moveranno in soccorso della Bestia, cioè di Nerone. Ora è questa una allusione manifesta a quella parte della leggenda popolare dove si narrava il ritorno trionfale di Nerone alla testa dei Parti. Questi pertanto, nella mente dell'autore dell'Apocalissi, dovevano apparire quali i naturali seguaci e fautori dell'Anticristo, quali i campioni predestinati del male, e forse una cosa sola con le genti di Gog e Magog. E poichè, secondo gli antichi geografi, i Parti erano legati in istretta parentela con gli Sciti, l'autore dell'Apocalissi sarebbe venuto, per una coincidenza curiosa, a designare coi nomi di Gog e Magog presso a poco quella razza medesima che col solo nome di Magog era stata designata da Ezechiele. Ma è questa una semplice congettura su cui non giova fermarsi più lungamente.

Dalla profezia di Ezechiele e dall'Apocalissi la leggenda di Gog e Magog passa nella gran corrente della letteratura patristica, dove noi la ritroviamo, ma nella forma, com'è del resto naturale, che essa aveva presa in quest'ultima scrittura. L'opinione che per il Magog della prima e per il Gog e Magog della seconda dovessero intendersi gli Sciti, opinione, per quanto riguardava Magog, già da lungo tempo accolta nella tradizione delle scuole giudaiche, si conferma e si universalizza. Giuseppe Flavio, il quale parla dei soli Magogi della etnografia del Genesi, dice che da essi ebbero origine gli Sciti, alla cui gente appartengono anche i Sarmati e gli Alani[967]. San Gerolamo ricorda così fatta opinione, ma dice espresso che essa è più specialmente seguitata dai Giudei e dai cristiani giudaizzanti: «Judaei et nostri judaizantes putant Gog gentes esse scythicas, immanes et innumerabiles, quae trans Caucasum montem el Maeotidem paludem et prope Caspium mare ad Indiam usque tenduntur»[968]. Andrea, vescovo di Cesarea (V sec.?) la ricorda invece come una opinione seguitata da alcuni degli antichi, e dice gli Sciti chiamarsi con altro nome Unni[969]. Sant'Agostino nega recisamente che per Gog e Magog sia da intendere una gente barbarica particolare[970]; ma, ciò nulla meno, la opinione giudaica continuò ad essere la opinione prevalente[971]. Vero è che, insieme con questa, altre opinioni ebbero corso. Secondo Eusebio, Magog e Celti erano tutt'uno; nei Libri Sibillini Gog e Magog sono identificati cogli Etiopi. All'irrompere dei barbari nell'impero romano molti certo dovettero credere che questi fossero gl'invasori annunziati dalle profezie. «Scio quendam Gog et Magog ad Gotorum nuper in terra nostra vagantium historiam retulisse», dice San Gerolamo[972]; e Sant'Ambrogio accoglie la credenza qui accennata[973], la quale, dopo il V secolo, si ritrova nel Talmud di Gerusalemme e in altri libri giudaici[974]. Teodoreto, per contro, crede che la profezia di Ezechiele siasi avverata al tempo dei Maccabei, o dopo il ritorno degl'Israeliti dalla schiavitù di Babilonia.

Di Gog e Magog si ragiona, com'è naturale, in tutti i commentarii sopra l'Apocalissi, ma le immaginazioni che li riflettono si vanno mano mano adattando alle nuove credenze, o seguono i nuovi indirizzi della coscienza cristiana. Avvenuta la conciliazione tra la Chiesa e l'Impero nel IV secolo, l'Apocalissi, la quale era tutta piena di un odio implacabile contro Roma, perdette molta dell'antica sua voga, ed anzi la Chiesa d'Oriente la dichiarò senz'altro libro apocrifo[975]. Dopo Lattanzio, il quale fu veramente l'ultimo dei grandi chiliasti, il chiliasmo che è la dottrina fondamentale dell'Apocalissi, andò del continuo perdendo aderenti, e i Padri più insigni, come San Gerolamo e Sant'Agostino, apertamente e con disprezzo lo rigettarono. In pari tempo si veniva elaborando su altre basi che non fossero quelle dell'Apocalissi, una più complessa dottrina dell'Anticristo, la quale doveva necessariamente alterare, per la parte sua, l'ordinamento e l'economia del gran dramma escatologico. Soppresso il millennio, le parti già disgiunte dall'azione si raccostavano. Mentre nell'Apocalissi l'Anticristo, precipitato insieme col falso profeta nello stagno dello zolfo ardente (XIX, 20), più non comparisce nell'azione ultima che al millennio sussegue, e nella quale Satana sommuove da solo le genti barbare, nella nuova immaginazione che si viene formando Satana lascia il luogo e l'opera all'Anticristo, sotto a' cui ordini quelle genti allora naturalmente vengono a porsi.

Ma gli è probabile che nemmeno dopo queste alterazioni la leggenda avrebbe mai conseguito nella coscienza popolare molta perspicuità e risonanza. Come leggenda essa aveva un grave difetto: era troppo speculativa e dottrinale, e mancava di quella salda base storica, di que' nessi efficaci col mondo cognito senza di che le leggende han corta vita. La fantasia non sapeva come rappresentarsi quei popoli di Gog e Magog di cui nè la stanza, nè l'essere, nè i costumi si conoscevano. Nessuno mai li aveva veduti; essi erano come fuori del mondo, e poteva nascere il dubbio, e nacque veramente in alcuno, che non fossero già uomini, ma simboli, e personificazioni delle più perverse tendenze della umana natura. La leggenda abbandonata a se stessa avrebbe pertanto languito nella dubbiosità di una immaginazione incircoscritta, e non avrebbe mai avuto l'importanza che ebbe di poi, e non si sarebbe mai così efficacemente mescolata alla vita presente e reale, come si mescolò, se non si fosse in buon punto scontrata e fusa con un'altra finzione, che le comunicò nuovo vigore e la sostentò di quanto le aveva fatto sino allora difetto. Qui si chiude propriamente la leggenda biblica e s'apre la leggenda epica.