§ II. La leggenda epica.
Alessandro Magno è indubitabilmente il massimo degli eroi leggendarii. Nata mentr'egli era ancora in vita, o subito dopo la sua morte, la leggenda meravigliosa delle imprese da lui compiute, e delle corse avventure in Europa, in Africa, in Asia, non cessò di crescere e di metter sempre nuove propaggini, sino a Rinascimento inoltrato in Occidente, e per un tempo anche più lungo in Oriente, dove la generazione delle nuove favole dentro di essa dura forse tuttora. Io non ho da ricercare in qual modo siasi venuta formando questa complessa e vigorosa leggenda; ma tra le finzioni innumerevoli, varie per origine, per età, per carattere, di cui essa si compone, una ve n'ha che appartiene al mio argomento, e a cui fa d'uopo rivolgere ora l'attenzione. Secondo questa finzione, presa nella forma sua già matura, e avuto riguardo al solo concetto generale di essa, i popoli di Gog e Magog furono da Alessandro Magno rinserrati fra le gole di monti insuperabili, d'onde non usciranno se non imminente la fine del mondo, per dare ajuto all'Anticristo.
Si potrebbe credere che il serramento di Gog e Magog sia stato attribuito ad Alessandro Magno solo in virtù di quella generale tendenza che portava gli spiriti ad accrescere sempre più il numero delle meravigliose imprese compiute dall'eroe, e senza che vi fosse nessuna più particolare ragione per farlo. Ma sarebbe questo un errore. Alessandro non entra direttamente nella leggenda di Gog e Magog, ma vi entra attraversando un'altra leggenda, la quale fu in origine del tutto estranea a quella. Nella finzione epica testè enunciata, vengono a comporsi insieme due diverse finzioni, le quali vissero un tempo separate; l'una è la leggenda biblica, di cui ho parlato, l'altra è una leggenda eroica di cui, prima di procedere oltre, è mestieri dir qualchecosa.
Che Alessandro Magno avesse rinchiuso tra' monti alcuni popoli bestiali e ferocissimi, è tradizione antica abbastanza: ma questi popoli, sia che se ne dica, sia che se ne taccia il nome, nulla hanno di comune da prima con Gog e Magog. Anzi, da principio, non si parla nemmeno di popoli rinchiusi; ma solo di certe porte ferree costruite da Alessandro Magno per vietare ai possibili invasori il passo conosciuto sotto il nome di Porte Caspie, nel Caucaso. Giuseppe Flavio racconta che gli Alani invasero la Media passando per le Porte Caspie, le quali Alessandro aveva munite di porte ferree, accordatisi col signore del passo, che era il re d'Ircania[976]; ma non dice, come altri dirà molto più tardi, che gli Alani fossero stati in qualche modo rinserrati da Alessandro Magno[977]. Di porte ferree che munivano il passo, non delle Porto Caspie, ma delle Caucasee, parla anche Plinio, il quale tuttavia non dice che fossero opera di Alessandro[978]. Il primo forse che faccia esplicita menzione di genti rinchiuse da Alessandro, è San Gerolamo, il quale nella epistola LXXXIV ad Oceanum de morte Fabiolae, descrive il terrore onde fu invaso l'Oriente all'annunzio che gli Unni avevano forzato i claustri e le difese già innalzate dal Macedone, ubi Caucasi rupibus feras gentes Alexandri claustra cohibent, e seminavano sui loro passi la rovina e la morte. Non un accenno alla credenza che questi barbari potessero essere quegli stessi d'Ezechiele e dell'Apocalissi[979], dei quali il nome non è qui nemmen pronunziato. Questa epistola fu dettata intorno al 400, ed io ho detto San Gerolamo esser forse il primo che riferisca in forma esplicita la leggenda delle genti rinchiuse, giacchè di un altro testimone di essa non si sa con piena certezza quand'abbia scritto, sebbene s'ammetta dai più che verso la fine del secolo VI. È questi Egesippo, il quale in un luogo della sua storia De bello judaico dice la città di Antiochia andar debitrice della sua sicurezza ad Alessandro Magno, il quale con munire le Porte Caspie, tolse ogni passo a quelli che eran tra i monti, omne interioribus gentibus interclusit iter[980]. Procopio parla delle porte e di una fortezza fatta costrurre da Alessandro Magno per vietare il passo agli Unni, ma non dice che per quelle difese gli Unni rimanessero rinserrati[981]. Fredegario racconta che l'imperatore Eraclio, assalito e vinto dai Saraceni, non sapendo a qual altro partito appigliarsi, fece aprire le porte di bronzo di Alessandro Magno, e chiamò in suo ajuto centocinquantamila barbari, i quali tuttavia non furono da tanto da ripristinare le sorti della guerra, anzi furono ancor essi disfatti; ma non dice propriamente che dentro a quelle porte i barbari fossero tenuti prigioni, per modo che da nessun'altra parte potessero erompere e fare scorreria[982].
Se noi esaminiamo queste varie e progressive testimonianze della finzione eroica più antica, vediamo non solo che in esse non è fatto cenno di Gog e Magog, nè allusione alcuna alla credenza che i barbari di cui si ragiona abbiano alla fine del mondo a formar la milizia di Satana, o dell'Anticristo (e troveremo più in là altre testimonianze, assai più recenti, dove del pari non è cenno, nè allusione alcuna di tal maniera); ma vediamo ancora la credenza che Alessandro Magno avesse rinchiusi quei barbari in modo da segregarli dalla rimanente umanità, credenza che poi si fa molto risoluta e precisa, non palesarsi in alcune di esse se non assai timidamente e in forma al tutto indecisa. Gli è che la finzione si va costruendo a poco a poco, e noi possiamo senza fatica rifarcene in mente il probabile processo. Si cominciò con attribuire ad Alessandro Magno la costruzione di alcuni ripari intesi a mettere l'Asia centrale al sicuro dalle irruzioni delle genti nomadi e barbare del settentrione. Questa prima immaginazione non richiedeva nessuno sforzo di fantasia, anzi doveva nascere spontanea, e starci per dire che era necessaria. Nelle gole del Caucaso, sole vie per le quali chi muove dalla pianura del Don e del Volga può avere accesso alla Persia, vedevansi gli avanzi di antiche difese, opera forse di alcuni predecessori di Dario, o a dirittura dei monarchi di Ninive e di Babilonia. Era cosa più che naturale attribuire a chi aveva assoggettata alla sua potestà tanta parte dell'Asia la costruzione di ripari che assicuravano il pacifico godimento della conquista, e aggiungere alle glorie di chi aveva compiute tante e così mirabili imprese, anche questa d'aver posto alla furia dei barbari aquilonari, propriamente lì dove il suo impero cessava, un insormontabile ostacolo. Ciò facendo la leggenda seguiva una delle usanze sue più caratteristiche ed universali, che è quella appunto di venir raccogliendo sopra e intorno all'eroe prediletto, con torlo ad altri, tutto quanto possa accrescere a costui lustro e riputazione. Ma la leggenda non doveva fermarsi a tanto. Stimolata dalla crescente vaghezza del meraviglioso, ajutata dall'ignoranza della condizione geografica della regione transcaucasea, e dalla opinione implicita che Alessandro Magno non dovesse far quasi nulla che fosse nell'ordine puramente naturale delle cose, essa venne crescendo sopra gli stessi suoi rudimenti, ed elaborò la favola, che doveva poi essere accetta universalmente, dei popoli rinchiusi ed inaccessibili. Gli storici non narrano di nessuna azione importante di Alessandro Magno, la quale abbia avuto a teatro il Caucaso, o che il Caucaso concernesse in modo diretto. Arriano ricorda, senza più, che Alessandro valicò le Porte Caspie[983]; Quinto Curzio che l'esercito del Macedone spese diciassette giorni in traversar la giogaja[984]; ma secondo alcune tradizioni georgiane, di cui non è possibile stimare l'antichità e rintracciare la origine, Alessandro Magno invase le vallate meridionali del Caucaso e in ispazio di sei mesi espugnò tutte le città e le castella che v'erano[985].
Formata che fu, e cominciando a diffondersi rapidamente, la leggenda dei popoli rinchiusi venne a offrirsi da sè a una quantità di collegamenti varii, e a provocare soprattutto una serie d'identificazioni (delle quali alcune si sono già notate), di quei presunti rinchiusi con le tali o tali altre genti barbariche. Non si vede, a primo aspetto, quali ragioni potessero provocare la identificazione di essi con gli apocalittici Gog e Magog; ma ragioni ci erano, e noi le troveremo più oltre. Noto intanto che nelle fantasie poteva, e doveva anzi, nascere una certa inquieta curiosità di sapere perchè quei popoli formidabili, di cui si annunciava l'irruzione irresistibile, aspettassero gli ultimi giorni per rovesciarsi sulla faccia della terra; quali ostacoli li trattenessero intanto, e impedissero loro di farlo prima; dove fossero propriamente le sedi loro. L'arcivescovo Andrea, già citato, dice di essi: «Quare sola quoque Dei manu et potestate coërceri dicuntur, ne toto terrarum orbe potiantur, suoque eundem imperio subiugent, idque usque ad Antichristi satanaeque adventum». Certo, la mano di Dio era più che bastante a frenare quelle generazioni bestiali; ma chiunque conosce l'indole e le inclinazioni della fantasia creatrice di leggende, della popolare e della non popolare, sa quanto essa si compiaccia ed abbisogni del concreto e del definito, e come volentieri sostituisca le cose ai concetti, i segni visibili e tangibili alle idee. La mano, o diciam più giusto, la volontà di Dio, era un ritegno troppo generico e troppo ideale, non atto abbastanza a prender forma nella fantasia; e come si sentì il bisogno di cingere di un muro, o di un vallo di fiamma, perchè non vi penetrassero gli uomini, il Paradiso terrestre, quando a ottener tale effetto il solo divieto divino bastava; così del pari si sentì il bisogno di cingere i popoli di Gog e Magog di ripari materiali, da' quali fosse loro fisicamente impossibile di uscire. E il giorno in cui, in una leggenda che appunto narrava di genti indomabili e bestiali, si trovarono i ripari opportuni, si presero senz'altro e se ne fece quell'uso che la fantasia richiedeva. Così una nuova leggenda di Gog e Magog prendeva posto tra le leggende di Alessandro Magno; ma ciò avvertito in forma più generale, è d'uopo ricercare ora quali sieno i più antichi documenti di essa, quale il luogo ov'ebbe probabilmente a formarsi, e quali le ragioni particolari del suo nascere.
Il più antico monumento scritto, di data certa, in cui la nuova leggenda compaja è il Corano. Quanto alla pretesa Cosmografia di Etico Istrico, tradotta di greco in latino da San Gerolamo, e pubblicata dal Wuttke nel 1853, nella quale la leggenda nostra è narrata, io credo assai più sicuro farla posteriore che non anteriore al Corano, e però mi riserbo di parlarne più oltre[986]. Nel Corano dunque si narra che Zul-Carnein, dopo essersi spinto fino al luogo dove tramonta il sole, tornò addietro, e giunse al luogo dove il sol nasce, e quivi tra due montagne trovò genti di cui a mala pena poteva intendere la favella, le quali lo pregarono di volerle ajutare contro i popoli di Gog e Magog che loro devastavano le terre. Zul-Carnein promise di costruire un riparo che li proteggesse dai nemici. A tale uopo fattosi portare gran quantità di ferro, n'empiè il valico dei monti, e arroventata poi, con l'ajuto dei mantici, quella massa, e infusovi sopra bronzo liquefatto, costrusse un muro che per nessun modo quei di Gog e Magog avrebbero potuto superare o forare. Compiuta l'opera, lo stesso Zul-Carnein avvertì che, quando il tempo ne fosse venuto, prossimo già il giudizio universale, Dio disfarebbe il muro in polvere e tutti i popoli si confonderebbero[987].
Se non che Maometto nomina qui, non Alessandro Magno, ma Zul-Carnein, e se questo Zul-Carnein sia tutt'uno con Alessandro Magno, ovvero sia da lui interamente diverso, è questione che fu disputata a lungo, prima tra gli stessi scrittori maomettani, poscia, e sino a tempi recentissimi, tra gli orientalisti europei. Io non entrerò in questo ginepraio, ma noterò solamente, non richiedendosi di più al proposito mio, che il lungo processo della critica sembra avere ormai definitivamente confermata la opinione di chi nel Zul-Carnein o Bicorne del Corano, della rimanente letteratura arabica, e dei rabbini, riconosce lo stesso Alessandro Magno. Per quanto riguarda la discussione particolareggiata dell'argomento rimando il lettore agli scritti dei dotti che vi attesero di proposito[988].
Se nel Corano noi troviamo la nuova leggenda pienamente costituita, se anzi vi troviamo accennata, come or ora vedremo, la sua notorietà, almeno tra un popolo, abbiamo, parmi, più che sufficiente motivo per credere che nel VI secolo essa fosse già sorta. Certo Maometto non ne fu l'inventore; ma d'onde l'ebbe egli? Potrebbe dubitarsi se dai cristiani o dagli Ebrei, giacchè egli conversò con gli uni e con gli altri, e nella sua dottrina accolse credenze così di quelli come di questi; ma fu sua cura di togliere qualsiasi dubbio in proposito. Nel c. XXI si scorge chiaramente un riflesso dell'Apocalissi: ma quanto al racconto del c. XVIII, si avverte espressamente che deve servire a dar soddisfazione agli Ebrei, i quali sarebbero per fare a Maometto alcuna interrogazione intorno a Zul-Carnein. La leggenda era dunque una leggenda ebraica; vediamo in qual modo gli Ebrei, nei cui libri la ritroviamo, dovessero essere condotti ad immaginarla.
La leggenda primitiva dei popoli rinchiusi da Alessandro Magno, quella in cui Gog e Magog non figurano ancora, si diffuse certamente, qualunque fosse il suo luogo d'origine, non meno in Asia che in Europa, dove noi ne abbiamo ritrovati i documenti più antichi. A seconda delle condizioni speciali di ciascuna provincia ov'essa penetrava, degli avvenimenti storici particolari che vi si svolgevano o vi si preparavano, delle apprensioni o dei timori ond'erano occupate le menti, doveva quella leggenda assumere varii aspetti, piegarsi a varie e mutevoli connessioni. In Europa era cosa naturalissima che i rinchiusi da Alessandro s'identificassero ora con una, ora con un'altra stirpe di barbari. In Gerusalemme stessa, d'onde San Gerolamo scriveva la citata epistola ad Oceanum, pare che fossero identificati con gli Unni. Ma questa doveva essere una identificazione temporanea, provocata dalla invasione, e che agevolmente poteva essere sostituita con altra, una volta l'invasione passata. Ora, in fatto d'invasioni, quella certo di cui in condizioni ordinarie più si dovevano preoccupare gli Ebrei era l'annunciata e inevitabile di Gog e Magog. Può darsi, cosa che dalle parole di San Gerolamo non appare, che in Giudea si credesse da taluno essere appunto gli Unni le genti di Gog e Magog; ma tale credenza facilmente cadeva quando vedevasi il seguito degli eventi non corrispondere alla profezia di Ezechiele. L'invasione di Gog e Magog era ancor da venire, e poichè gli Ebrei non conoscevano altre genti più scelerate e più degne d'esser divise dal resto della umanità che le genti di Gog e Magog, non era ad essi necessario un grande ardimento di fantasia per immaginare che queste e non altre fossero le genti rinchiuse da Alessandro Magno. A ciò si aggiunga che nella stessa profezia di Ezechiele gli Ebrei potevano credere di scorgere come un'allusione a quanto più partitamente si narrava nella leggenda di Alessandro, giacchè, parlando della invasione irresistibile dei barbari, questo profeta dice: I monti si fenderanno, precipiteranno le rupi, sarà atterrato ogni muro.