Gli Ebrei non ebbero se non a lodarsi del modo onde furono trattati dal gran conquistatore, il quale, secondo che narra il loro maggiore storico, concesse loro parecchi privilegi e una parte della città di Alessandria, venerò il nome dell'unico Dio, onorò in singolar modo il sommo sacerdote, sacrificò nel tempio, lesse in Ezechiele che l'impero dei Greci succederebbe a quello dei Persiani, e molti Ebrei accolse nel suo esercito, i quali gli si erano spontaneamente profferti[989]. Si può credere che Alessandro non abbia veramente fatte in pro degli Ebrei, o in onore della loro credenza, le cose tutte che qui si ricordano; ma quanto maggiore è in esse la parte della invenzione, tanto maggiore ancora è la prova della stima in cui gli Ebrei dovevano avere l'uomo a cui le attribuivano; nè a questa stima, che si può credere validamente fondata nella opinione popolare, potevano recar detrimento grave gli avversi giudizii di alcuni rabbini, ai quali molti altri più se ne contrapponevano favorevoli. Non era egli naturale che gli Ebrei attribuissero a questo loro benefattore anche il serramento di Gog e Magog? E notisi che, sebbene sia, in generale, molto difficile dire quali elementi della leggenda di Alessandro Magno abbiano avuto origine tra gli Ebrei[990], gli è nullameno fuor di dubbio che parecchie finzioni di essa son opera loro, come, per citare un esempio, quella del viaggio dell'eroe al Paradiso terrestre[991].
Qual fosse propriamente la forma e l'indole della leggenda giudaica mi pare che si vegga in un racconto delle Revelationes dette di Metodio, racconto di cui, in grazia appunto di ciò, credo di dover fare ora parola, posto che l'ordine cronologico gli assegnerebbe altro luogo. Il narratore descrive anzi tutto la turpitudine e la bestialità delle genti di Gog e Magog, le quali sono use cibarsi di topi, di serpenti e di altri animali immondi, di feti abortivi, o non ancora formati nell'alvo materno, e non seppelliscono i morti, ma li divorano. Alessandro Magno, veduti i loro costumi, temendo che abbiano a riversarsi, quando che sia, sulla Terra Sancta, e a contaminarla, le spinge tutte verso il settentrione, e raccoltele fra i monti detti Ubera aquilonis, supplica Dio di volerlo ajutare, e Dio l'esaudisce, e in sulla uscita fa raccostare i monti alla distanza di dodici cubiti, e Alessandro chiude il passo con porte di bronzo rivestite di assurim (sic), di guisa che, nè col ferro, nè col fuoco si possono distruggere, e le stesse arti magiche e diaboliche, in cui quelle genti sono esperte, non possono nulla contro di esse. Con Gog e Magog sono da Alessandro rinchiusi altri ventitrè popoli di pari essere, e, quando sia prossima la fine del mondo, usciranno tutti e conquisteranno la terra d'Israele, secundum Ezechielis Prophetiam quae dicit: In novissimo die consummationis mundi exiet Gog et Magog in terram Israel[992]. Il pensiero che governa questo racconto è essenzialmente ebraico, e non lascia dubbio circa la fonte a cui Metodio, o chi per esso, lo attinse. Costui, sebbene cristiano, si direbbe che non abbia conosciuto l'Apocalissi. La sola ragione che muova Alessandro a rinchiudere i popoli abominevoli è il desiderio di liberare la Terra Sancta dal pericolo della loro invasione; la sola terra di cui si dica che sarà conquistata da essi quando usciranno alla fine del mondo, è la terra d'Israele. Per certo una leggenda cristiana avrebbe detto altrimenti, nè si sarebbe a questo modo occupata di soli interessi ebraici. Quello stesso vocabolo assurim, per quanto qui possa essere adoperato a sproposito, accenna a fonte ebraica[993], e così ancora la inesatta citazione di Ezechiele, nella quale noi ritroviamo alcune particolarità della tradizione presentataci dall'Apocalissi, ma che l'Apocalissi stessa derivava da fonti ebraiche, cioè a dire la conversione di Gog in popolo e il rinvio della catastrofe alla fine del mondo.
La leggenda giudaica formata doveva, per ragione delle cose stesse narrate in essa, trovar facile accesso appo i cristiani, divulgarsi rapidamente, ed entrare, prima, o poi, nelle storie romanzesche di Alessandro Magno. Noi la troviamo nello Pseudo-Callistene[994]; ma quando v'entrò? A tale domanda non si può dare sicura risposta, ma solamente probabile. Quando propriamente sia stato composto il romanzo che va sotto il nome di Callistene non è noto. Nella sostanza esso non è certamente posteriore al terzo secolo; ma molte favole ora contiene, le quali vi s'introdussero solamente più tardi, nelle rinnovazioni e nei rifacimenti cui andò soggetto. Nelle redazioni più antiche, in quella, per esempio, del codice Parigino Nº 1711 (la recensione A del Müller), la nostra leggenda non si trova, come non si trova nella versione latina di Giulio Valerio, che il Mai stimò del terzo o quarto secolo, della fine del IV, o del principio del V, il Müller, molto più recente il Letronne, nè nell'Itinerarium Alexandri[995], e nemmeno nella versione armena pubblicata dai Mechitaristi in Venezia nel 1842, e giudicata da essi appartenere al V secolo; mentre nella versione siriaca la leggenda è solo narrata in una specie di appendice evidentemente aggiunta più tardi[996]. La leggenda compare in due recensioni dello Pseudo-Callistene (indicate con B e C dal Müller) le quali non si possono far più antiche del VII od VIII secolo[997], e in cui sono inseriti parecchi altri racconti manifestamente ebraici; anzi l'una di esse (C) sembra essere opera di scrittore ebraico, o cristiano siriaco[998].
Nella recensione (B) presa dal Müller a base della sua edizione, la leggenda si presenta sotto una forma molto affine a quella che ci occorre nelle Revelationes[999], ed è Alessandro, che in una lettera alla madre Olimpia racconta tutto il fatto. Alessandro trovò molti popoli, i quali mangiavano carne umana e bevevano il sangue. Temendo non avessero a contaminare il mondo (non più la sola Terra Santa, come nelle Revelationes) invocò l'ajuto del cielo, e mosse loro guerra, e ne fece grande strage, conquistando il loro paese. I superstiti, fuggendo, giunsero tra due giogaje di monti (gli stessi Ubera aquilonis delle Revelationes), le quali spingono le cime oltre le nubi, e si stendono parallelamente, come due muraglie, verso il settentrione, sino al gran mare. Alessandro volse una fervida preghiera a Dio[1000], e raccostatisi per divino miracolo i monti, chiuse l'uscita con una porta di bronzo larga venti cubiti, alta sessanta, rivestita di una sostanza che resiste così al ferro come al fuoco, e dinnanzi alla porta alzò un riparo, costrutto di grandi pietre, anzi di rupi, ciascuna delle quali era alta venti cubiti e lunga sessanta, saldate con istagno e con piombo, rivestito il tutto di quella medesima sostanza di cui aveva già rivestita la porta, la quale chiamò Porta Caspia. Nè pago di ciò eresse a Oriente e ad Occidente altre due muraglie, e per tal modo rinchiuse quivi ventidue popoli coi loro re[1001]. Del loro prorompere al tempo dell'Anticristo non è fatta parola.
L'esame delle due versioni della leggenda, quali si hanno nelle Revelationes e nello Pseudo-Callistene mi pare conduca a questo giudizio, che tra esse non è dipendenza diretta, ma che tutt'e due vengono, mediatamente o immediatamente, da una medesima fonte; e se noi paragoniamo queste due versioni con quella del Corano dovremo dire che fra esse tutte vera diversità sostanziale non c'è, e che le differenze incidentali che vi si notano sono certamente dovute, sia alla incertezza ed instabilità stessa della tradizione, sia alla diversa natura dei libri che quella tradizione accoglievano, ed a cui bisognava pure che la leggenda in una certa misura si piegasse. Ad ogni modo, quello che si potrebbe addimandare il nucleo della leggenda, il rinserramento cioè di genti scelerate e nefande per opera di Alessandro Magno, si ritrova incolume in tutte e tre, e si può star sicuri che per questa parte le tre versioni riproducono fedelmente la leggenda quale si deve credere che già prima fosse nata in Giudea.
Se ciò si ammette, come pare a me che si debba ammettere, dovrà necessariamente giudicarsi spuria e depravata la versione che si trova nella già citata Cosmographia di Etico Istrico, versione che non sembra essere passata in altre scritture, che certamente non visse in nessuna forma di tradizione, e che reca in fronte i chiari segni di una elaborazione fantastica in tutto personale[1002]. Nè a tale proposito importa di risolvere la questione della maggiore o minore antichità del libro[1003], dappoichè non fu certamente esso a diffondere la nostra leggenda in Europa; anzi, vedendo che la leggenda non vi si diffonde se non nella forma delle Revelationes e dello Pseudo-Callistene, bisognerebbe congetturare (ed altri argomenti in appoggio non mancherebbero) che esso venisse in luce quando la leggenda era già divulgata in quella forma, e non lasciava più luogo a una versione sostanzialmente diversa. Ecco in breve il racconto del supposto Etico, di cui del resto non è sempre possibile cogliere il senso a pieno, e dove anzi è più di una contraddizione[1004]. I Turchi, della stirpe di Gog e Magog, abitano in certe isole, o spiagge (rinchiusi?) fra monti, contro gli ubera aquilonis[1005]. Sono uomini ignominiosi, incogniti, mostruosi, pieni di ogni mal costume, usi a cibarsi di cose abbominevoli, i quali non si lavano mai, non conoscono nè il vino, nè il sale, nè il frumento, e adorano Saturno[1006]. Essi hanno in una grande isola dell'oceano una città vastissima e munitissima, chiamata Taraconta. Al tempo dell'Antecristo, che chiameranno deum dierum (deorum?), faranno grandi devastazioni cum semine pessimo eorum prosapia reclusa post portas Caspias. Chi avesse chiuso questo pessimo seme dietro le porte Caspie non è detto. Invano tentò più volte Alessandro di vincerli in guerra, e meditò di rinchiuderli con alcun ingegno, chè per la vastità del mare e la grandezza dei monti non gli venne mai fatto, e stette tutta la vita in grande pensiero di ciò, non sovvenendogli alcun buon provvedimento. Un guazzabuglio sì fatto si sottrae ad ogni critica. Noterò solo che, secondo la recensione B dello Pseudo-Callistene, Alessandro, compiuta la impresa contro Gog e Magog, si volse contro ai Turchi e agli Armeni, e ne uccise un gran numero insieme col loro re chiamato Can[1007].
La leggenda che abbiamo sin qui esaminata, voglio dire la leggenda giudaica, si divulgò non meno in Europa che in Asia, passò in iscritture innumerevoli, e in breve tempo prevalse; ma non per questo la leggenda più antica, quella in cui Gog e Magog non comparivano ancora, fu in tutto dimenticata.
Non parlo della storia romanzesca di Alessandro Magno che va sotto il titolo di Historia de proeliis, riportata di Costantinopoli, nel X secolo, dall'Arciprete Leone, nella quale si ha un racconto dove i nomi di Gog e Magog, e delle altre genti rinchiuse non sono indicati; questo racconto è nel rimanente quello stesso dello Pseudo-Callistene; ma Beniamino Tudelense dice nell'Itinerario che la regione degli Alani è cinta da monti altissimi, i quali non hanno altra uscita che le porte ferree costrutte da Alessandro Magno[1008], e il falso Giosippo Gorionide racconta, stranamente parafrasando un passo già ricordato di Giuseppe Flavio, la storia seguente[1009]. Alessandro, temendo gli Alani, gente fortissima e irresistibile, li aveva chiusi tra i monti che cingono la lor terra, la qual cosa essi, non vaghi di cercare stranie contrade, lasciarono fare liberamente, sebbene fosse loro agevole d'impedirlo. Ma sopraggiunto un anno di massima carestia, non trovando nel proprio paese di che sfamarsi, essi pregarono gl'Ircani di voler loro aprire i passi, affinchè potessero uscire a procacciarsi i necessarii alimenti. Acconsentirono gl'Ircani, ed essi, usciti, si volsero, predando e devastando, alla Media. Il prefetto del re dei Medi, non osando far resistenza, mandò ad offrir loro la pace, e s'impegnò di somministrare gli alimenti onde abbisognavano, a patto che non gli guastassero le terre. Gli Alani risposero di non volere da lui se non che li sostentasse per un mese, tanto che maturassero nella lor terra i prodotti, passato il quale avrebbero fatto ritorno alle case loro: non abbisognare d'altro essi, così diversi da ogni umano costume. Il prefetto, ringraziatili di loro buona disposizione, li nutrì tutto un mese (erano in numero di 755,140) di miglio cotto, e di carne di cani, asini, topi; purchè fosse carne essi si contentavano. Trascorso il mese, si mossero per far ritorno alle loro abitazioni, quando a Tiridate, re d'Armenia, venne in animo di affrontarli e di combatterli. Mal gliene incolse, perchè nella battaglia perdette trecentomila dei suoi, e poco mancò non rimanesse egli stesso prigione, mentre degli Alani non perì neppur uno. Dopo di ciò gli Alani tornarono indisturbati nella loro regione. Uditi tali casi l'imperatore Tito ebbe desiderio di sperimentare contro di essi la sua potenza, ma non potè, avendo perduto nella guerra giudaica il fiore delle sue milizie. Quanto qui si dice degli animali dati in pastura agli Alani rimanda al racconto delle Revelationes, o dello Pseudo-Callistene.
Ho detto che la leggenda in cui prendono posto Gog e Magog prevalse; ma, passando d'una in altra scrittura essa ebbe ad alterarsi, e alcuni tratti suoi furono in particolar modo esagerati, o conformati al sentimento e alla condizione dei varii popoli che raccolsero. Non entrerò a questo proposito in troppi particolari per non dilungarmi più di quanto l'opportunità richiegga; ma accennerò ad alcune tendenze che in successo di tempo si vanno svolgendo dentro alla leggenda, e ad alcune singole immaginazioni più degne di nota.
Abbiamo veduto quale orribile descrizione si faccia dei popoli rinchiusi nelle Revelationes e nello Pseudo-Callistene[1010]. Tale descrizione trae senza dubbio la origine dall'odio che gli Ebrei dovevano nutrire per le genti incognite da cui tanti mali aspettavano; ma passata poi la leggenda nel dominio d'altri popoli, quella orribilità fu piuttosto accresciuta che diminuita, e alcuna volta finisce che i rinchiusi si tramutano in esseri addirittura fantastici. Spesso si trovano confusi coi pigmei o coi giganti. Edrisi dice[1011] che le genti di Magog sono di piccolissima statura, non oltrepassando i ventisette pollici. Hanno viso interamente rotondo, grandi orecchie che loro cascano sulle spalle, e tutta la persona coperta di una specie di peluria. In un antico poema siriaco[1012] quei di Ogûg e Mogûg sono giganti di sei o sette cubiti, che si lavano col sangue, bevono sangue e mangiano carne umana. Goffredo di Monmouth chiama Goëmagot, o Gogmagot, un gigante di venti piedi, che con alcuni suoi compagni tenta di contrastare a Bruto il possesso di Albione[1013]. Nello Scià-namè di Firdusi si dice che quei di Gog e Magog hanno nera la lingua, nero il viso, gli occhi color di sangue, zanne simili a quelle del cinghiale, corpi pelosi, grandi orecchie da elefante, dell'una delle quali, quando si coricano, fanno guanciale e dell'altra coperta. Ciascuna femmina partorisce mille figliuoli. Corrono come onagri. In primavera si nutrono di serpenti e ingrassano; in estate di erbe e smagriscono; grassi, urlano come lupi; magri, la loro voce si fa tenue come quella dei colombi[1014]. Nel poema tedesco di Apollonio di Tiro, opera di Heinrich von der Neuenstadt, si trova una descrizione la quale, per mero caso senza dubbio, più di una volta si accorda con la descrizione di Firdusi[1015]. Gli uomini di Gog e Magog hanno nove piedi di altezza, dei quali sei nelle gambe, muso canino, tinto sotto gli occhi di verde e di giallo, con grande bocca, da cui esala un puzzo come di latrina[1016]. La voce loro è come di lupo, e sono così veloci nel corso che un cavallo non può seguitarli. Si cibano di lupi, di cani, e di carne umana.